I N T E R V I S T A


Articolo di Cinzia D’Agostino

Intervistare Gian Maria Accusani, fondatore degli indimenticabili Prozac+ e degli energici Sick Tamburo, gruppi che sono oramai un’icona della scena italiana più alternativa e punk, mi ha suscitato non poca emozione, quasi un turbamento per la spiazzante intimità che si è creata, un tenero e crudele ritorno al passato, un viaggio commovente e sinceramente pulito che mi ha trasmesso più di qualsiasi concerto visto nella vita. Credo che lo spettacolo che porterà in giro per l’Italia quest’estate “da grande farò il musicista”, vi susciterà emozioni molto simili e forse ancora più forti perché i racconti saranno accompagnati dalla sua splendida musica, interpretata in acustico con la chitarra e la voce, nulla più. Un raccoglimento intenso, catartico che forse la versione uscita il 4 Giugno de Il fiore per te credo incarni perfettamente.

Il tuo spettacolo si chiama “da grande faccio il musicista”. Era il tuo sogno da bambino?
Sì è proprio così. Credo dall’età di sei o sette anni, da quando ho iniziato ad affacciarmi al mondo della musica e studiandola, quando uno mi chiedeva “che farai da grande?” io rispondevo “il musicista” L’ho detto sempre e tuttora anche per ridere quando me lo chiedono rispondo “da grande farò il musicista”

Ma questa tua passione, questo tuo desiderio, nasce perché sei di Pordenone che è la città più punk d’Italia?
No, quell’aria l’ho respirata dopo. È così perché io sono nato in una famiglia di musicisti, i miei zii professori di musica, mia madre una cantante, mio nonno insegnante di violino. Adesso non faccio spoiler così spinto, però durante lo spettacolo lo spiego esattamente e si capisce perché sono stato preso dentro in questa maniera avvolgente.

Questo progetto è quindi uno story telling, sarai sul palco da solo con la chitarra a narrare aneddoti e a raccontarti attraverso le parole e la musica…
Sì, una sorta di story telling a metà con delle canzoni che farciscono questo mio viaggio all’interno del mondo della musica, raccontando aneddoti, suonando musica ed alcune volte spiegando anche da dove arrivano. Racconto del mio percorso da quando ero bambino fino ad oggi, a quel giorno che sarò lì sul palco, attraversando i vari stadi che ho passato sempre legati alla musica. Non so se sai cos’è il Great Complotto...

Sì certo, infatti ti chiederò a riguardo
Ecco infatti… di quando ho fatto il mio primo disco a tredici anni dentro al Great Complotto, di quando ho lasciato la scuola perché dovevo assolutamente andare a vivere a Londra per suonare, quando sono tornato, le esperienze musicali che ho fatto. Poi per mantenermi facevo cose sempre legate alla musica, facevo il tour manager e andavo in giro con alcuni dei miei gruppi preferiti dell’epoca, i Ramones, i Beasty Boys… Devo dire che del mondo della musica ho tante robe da raccontare che se non mi mettessi a sintetizzarle ci metterei tre giorni.

Immagino suonerai pezzi del tuo repertorio, solo dei dei Sick o anche dei Prozac?
Canto un misto anche perché la narrazione è fatta di aneddoti e brani, parte da tante canzoni che ho scritto e racconto perché e come sono nate, sfatando anche miti. È tutto collegato, ha tutto un senso, il punto dove arriva la canzone è semplicemente la riga dopo del racconto.

Poco fa mi dicevi che ti mancava il coraggio di fare un certo tipo di spettacolo. Coraggio perché? Perché sei solo, senza maschera, nudo?
Sì, ma non perché non sono mascherato, perché sono completamente nudo. Intanto racconto cose che ho capito fossero interessanti solo quando l’ho fatto. Perché mi sono domandato se alla gente sarebbe fregato qualcosa. Alla fine, solo dopo che raccontavo queste cose ho capito che alla gente sembravano essere interessanti. E poi sono come dicevi tu, nudo, su un palco seduto da solo, senza nessun effetto speciale, quindi è come mettersi lì a parlare con il pubblico che tu tratti come se in qualche modo fosse un tuo amico. È proprio quello che succede, la prima volta avevo una paura incredibile ma, essendo un gran raccontatore, una volta che parto a raccontare, non finisco più. Devo solo trovare chi mi ascolta e soprattutto che sia un interlocutore che trovo giusto.

Sicuramente per lo spettatore sarà veramente coinvolgente ascoltarti, visto l’effetto forte che hai ora su di me mentre mi racconti. È bellissimo che tu sia riuscito a trovare una porta che ti ha condotto a questo contatto così diretto con la gente
Io racconto cose che sono anche pesanti, racconto del mio viaggio nella musica durante il quale ho avuto a che fare per la maggior parte con l’Elisabetta che se n’è andata da poco. Ma solo sul palco sono riuscito a fare questo, le racconto in una maniera totalmente serena. Quando a casa mia ho iniziato a provare, non riuscivo a portare a termine perché mi commuovevo da solo. Mentre quando sono salito sul palco sono riuscito a fare questa roba qua in totale serenità, senza piangermi addosso, tanto che dopo due o tre volte è stato come aver fatto trenta sedute dallo psicologo, è servito veramente tanto, è stato catartico. Quando racconti queste cose rischi di cadere nel patetico che non è mai bello, mentre qui non succede mai perché narro tutto con la serenità giusta. La gente capisce che sto raccontando la realtà, quello che è successo. Semplicemente sono successe anche cose pesanti.

È una sorta di terapia di gruppo, come quelle che si vedono nei film
È un mutamento, è una sorta di liberazione, la psicanalisi è questo, tirare fuori. Mi è servito tanto, mi ha dato una grande mano per elaborare le cose ed è stato un aiuto enorme.

Visto che abbiamo citato prima Pordenone e che sono molto legata musicalmente a questa città perché vi ho sempre ascoltato (ricordo ancora quando vi ho visti salire sul palco prima degli U2 a Reggio Emilia), come ho ascoltato i TARM ad esempio. Quindi per questo ti chiedo di raccontarmi qualcosa del Great Complotto, della scena punk di quel periodo, come dei Futuritmi, di te e di Davide Toffolo insieme
Intanto durante lo spettacolo racconto abbastanza bene così si capiscono i passaggi perché ne sento sempre raccontare a riguardo. I Futuritmi in realtà non erano più il Great Complotto o forse lo erano i primi dischi. Io sono entrato nel Great Complotto all’età di 13 o 14 anni, ero il più piccolo ed anche l’ultimo a entrare in quello che è considerato il vero Great Complotto perché da quando sono entrato io è durato ancora due anni poi è rimasto il nome ma di fatto il movimento non c’era più. Comunque, faccio un piccolo spoiler, sono entrato perché ero un bravo batterista per essere un quasi bambino, mi invitavano sempre nelle sale prove e un giorno arriva un ragazzo che cantava in un gruppo che faceva parte del Great Complotto che, come ben sai, era nato anni prima sulla scia del movimento punk, che era in realtà un insieme di tanti gruppi che facevano per la maggior parte i derivati del punk, il post punk e la new wave che aveva ormai preso campo. Comunque, arriva questo ragazzo che faceva parte di questo gruppo ed i ragazzi della sala prove insistono per suonare e ci mettiamo a fare un brano dei Sex Pistols che io non avevo ancora mai sentito nominare perché ero veramente un bambino. A distanza di poco tempo il gruppo di quel ragazzo è rimasto senza batterista, si è ricordato di me e mi ha chiesto se volevo diventare il loro nuovo batterista ed ovviamente io ho accettato. Ecco, quel ragazzo si chiamava Davide Toffolo. 

Ma così mi commuovi…
Io e Davide ci conosciamo da quando io avevo 13 anni e lui forse 15 ed io ho fatto parte del Great Complotto grazie a Davide che mi aveva sentito suonare. Dai ora basta spoiler però..(ridiamo)

Sì ora parliamo del presente. Ho ascoltato la tua versione acustica de “il fiore per te”, hai dato una nuova vita ad un brano tanto amato. Com’è stato dargli questa nuova veste?
È stato grazie allo spettacolo. Finito quel piccolo giro della scorsa estate, rientrando mi è venuto spontaneo provare a registrare quei brani così, da solo con la chitarra. Un conto è mentre racconti chitarra e voce, quella povertà sonora è un’intimità totale, ma registrato qualche brano veniva bene altri non mi convincevano. Dopo un po’ ci sono tornato sopra e per alcuni di questi ho capito cosa dovevo fare. Ho detto, sono in studio ma perché mettere una chitarra sola? Ne metto almeno tre così come si fa nei dischi e chiaramente ha dato una svolta. Certi pezzi sono venuti veramente bene tra cui “Il fiore per te“ e ho deciso di farlo uscire proprio per presentare in qualche modo lo spettacolo in maniera più ufficiale rispetto all’anno scorso in cui sono partito senza dire nulla a nessuno. 

E invece dei “Back to the roots” cosa mi racconti?
È un progetto che volevo a tutti i costi portare a termine perché era un’idea nata sul finire del 2019, quando l’Elisabetta stava peggiorando ed avevo capito che non sarebbe durata tanto. Ero in difficoltà ed iniziavo a mettere in discussione il fatto di poter continuare con i Sick Tamburo. Però un giorno nel mio studio, giochicchiando con la chitarra, mi è venuto spontaneo suonare tanti dei pezzi dei Sick Tamburo come avrei fatto vent’anni prima come quando ho preso in mano la chitarra la prima volta, quindi in questa chiave post punk. Che era quando ho l’ho incontrata la prima volta, quando ci siamo incontrati e mai più lasciati. Facendolo, mi è arrivata una ventata di gioia, di un nuovo entusiasmo, un’energia nuova. Ne ho approfittato ed ho iniziato a buttare giù un po’ di pezzi in quel modo e subito dopo ho condiviso come sempre questa cosa con l’Elisabetta che mi aveva dato un feedback entusiasmante. Senza dirglielo, nella mia testa c’era l’idea di fare questo disco dedicato a lei. Così ho iniziato a lavorarci in maniera seria, da lì a pochissimo Elisabetta ci ha lasciato e poi è arrivata la pandemia. Volevo far uscire il disco e far partire il tour estivo “back to the roots” solo di quei pezzi lì come parentesi nel mondo dei Sick Tamburo per poi ripartire l’anno dopo con un disco con pezzi inediti. Con il lockdown tutto ciò non è stato possibile e così ho deciso di farlo comunque uscire, un po’ in sordina, senza promozione perché ho voluto rimanesse quell’idea di parentesi. In qualche modo un regalo per i fan dei Sick Tamburo ma che esiste perché in testa avevo il desiderio totale di dare in mano all’Elisabetta un disco dove ci fosse scritto “ad Elisabetta”. Non ho voluto fare promozione, lo abbiamo annunciato solo nei nostri spazi nel modo meno commerciale possibile, quello era il senso di quel disco e spero un giorno di poterci fare un tour.

Infatti sarebbe bellissimo un tour di questo disco. È comunque in previsione?
Quest’estate no perché suonare quella roba lì con la gente seduta è come fare uno spettacolo a metà. E infatti ho deciso di riprendere a fare “da grande farò il musicista” anche perché io stesso sono seduto. Un po’ non ero pronto a suonare con i Sick Tamburo, forse adesso inizio ad averne di nuovo la voglia anche perché la pandemia in qualche modo ha assecondato la mia non voglia di salire sul palco con i Sick Tamburo. Nonostante quei pensieri negativi ho deciso di tenerli in piedi proprio perché portarli avanti significa portare avanti l’Elisabetta e i Sick Tamburo esisteranno finché vivrò. Anche perché esistono grazie alla forte determinazione dell’Elisabetta perché io non avrei mai avuto il coraggio di fare una cosa nuova, specialmente dopo che ci eravamo fermati con i Prozac+, che consideravo figli del mio cuore, della mia anima ai quali dovevo ancora badare. È stata l’Elisabetta, che è venuta da me e mi ha detto per mesi tutti i giorni di mettere su un nuovo progetto e di voler provare a cantare, tanto che la prendevo in giro e le dicevo “ma suona il basso vai..” Così, un po’ per il bene che le volevo, un po’ perché mi stavo incuriosendo, mi sono messo a scrivere delle canzoni dove avrebbe potuto cantare lei. Racconto bene anche questo durante lo spettacolo.

Chiudo con l’ultima domanda. Che cos’è il punk per te, ancor prima di un genere musicale?
Il punk, prima ancora della musica, per me è l’approccio. I Prozac non erano punk ma lo erano nell’approccio e tutte le cose che ho fatto lo sono, anche “il Fiore per te” lo è.
Io faccio le cose con quell’approccio, anche quando sono più patinate dentro c’è sempre quel marciume, come lo chiamo io. Posso fare una versione acustica coi violini ma qualcosa di marcio ci deve sempre essere, potrebbe essere anche la mia voce. Ho bisogno che da qualche parte ci sia lo sporco altrimenti non è mia. Quello sporco gli dà la diversità, fa sì che quelle canzoni, apparentemente più vicine a certe cose che ascolti, in realtà siano sempre un po’ diverse.

Le date:
08 luglio 2021 Bologna – Covo Summer
09 luglio 2021 Fermo – Spazio Betti
16 luglio 2021 Castelfranco Piandiscò (AR) – Artemusica Fest
17 luglio 2021 Bassano del Grappa (VI) – Live in the Park 2021
18 luglio 2021 Polcenigo (PN) – Giais on the Rock – Feel Festival Edition
28 luglio 2021 Mogliano Veneto (TV) – Summer Nite Love Festival
20 agosto 2021 Bergamo – Summer Revolution @ Spazio Polaresco
21 agosto 2021 Bellaria Igea Marina (Rimini) – Bay Fest 2021 “Stay positive – Test negative” Edition
17 settembre 2021 Torino – Hiroshima Sound Garden