I N T E R V I S T A
Articolo di Cinzia D’Agostino
Ho voluto approcciarmi a Piccoli Fragilissimi Film Reloaded con lo stupore ed il distacco necessario ad accogliere la novità della profanazione di uno di quei dischi che ho sempre considerato tra gli illuminati degli anni 2000. Sono passati vent’anni dalla pubblicazione dell’opera prima del cantautore Paolo Benvegnù, disco crocevia tra due universi, tra una porta che si chiude, o che forse resta socchiusa, ed una che conduce verso un nuovo cammino, pervaso di incertezze ed euforia verso l’incognito. Questo tributo, sebbene concepito per dettami di mercato, trova invece il suo riscatto grazie ad una sincera spinta di entuasiasmo che ha permeato di genialità ogni brano reinterpretato da ciascun artista, arricchendolo con i propri tratti, il proprio stile e con una freschezza che non va mai ad ostruire quella poesia che è cuore pulsante di ogni canzone. Con l’occasione di questa pubblicazione uscita l’undici ottobre per Woodworm, ho nuovamente avuto il piacere di fare due chiacchiere intime con Paolo, di quelle genuine senza troppe costruzioni, come quelle che spesso non mancano dopo un suo concerto.

Prima di parlare dei vent’anni dei tuoi piccoli fragilissimi film ed addentrarci nel passato, non possiamo non parlare del presente, del premio Tenco tanto atteso. C’è una foto che ti scattò Antonio Viscido (che ricordiamo ha curato le foto di questo reloaded) e che tutti hanno condiviso in quei giorni, che incarna perfettamente l’espressione che tutti noi abbiamo immaginato sul tuo viso dopo aver appreso di esserti aggiudicato un premio così ambito e prestigioso. Raccontaci come lo hai saputo, cosa stavi facendo, cosa stavi guardando…
Me l’ha detto il Roccia “abbiamo vinto il premio Tenco” e ho risposto “ed io sono Garibaldi“. In verità, in quella fotografia che ha fatto Antonio, io stavo guardando il Franchi che faceva le sue acrobazie ed ero stupito perché era impossibile che un essere umano potesse fare 9 cose contemporaneamente, un maschio poi. In realtà, sì, c’è questo senso di incredudiltà. In tutta franchezza, la mia sensazione anche in questo momento, anche dopo essere andato a Sanremo e aver suonato al Premio Tenco e aver preso la targa, mi sembra ancora una cosa assurda perché per me quella cosa lì è sempre stata appannaggio di esseri umani incredibili. Mi è sembrato strano perché non sono abituato alle carezze perciò lo sto vivendo ancora con grande senso della stupefazione e mi sono ricordato delle parole che mi diceva il mio grande maestro Pierri una volta in cui gli raccontai che una volta mi sono emozionato perché mio papà mi ha dato una carezza. Mi disse “sappi che per meritarti un’altra carezza devi impegnarti il doppio“. Per questo mi sento responsabilizzato vieppiù.
Quindi dovrai impegnarti ancora di più per meritarti un’altra carezza e vincere un altro premio…
No, no ci conosciamo da tanto tempo, prova a pensare a quale premio migliore potrebbe essere il fatto che ci sentiamo e siamo contenti di sentirci, quello è il vero premio. Si dice che quando abdichi rispetto a un desiderio poi, in una maniera o nell’altra, arriva e forse in questo caso è stato così. Io e i miei compagni eravamo già felici di essere arrivati nella cinquina per la settima volta di fila. Poi secondo me è come se finalmente avessero scoperto un gruppo di persone che stanno in mezzo tra i cantautori classici e quelli che hanno fatto i soldi. Perciò se penso, che so, a Giulio Casale, a Marco Parente, a Alesandro Fiori, a Umberto Maria Giardini o a Giorgio Canali… ecco il senso è che secondo me hanno voluto dare un abbraccio a quei vent’anni che non sono mai stati visti da nessuno.
Mi hai scritto che a Sanremo alla premiazione hai riso tantissimo…
Ti assicuro che non era un riso isterico. Sono stato contento perché noi “benvegnottri” che veniamo da Magione, da Case Sparse, da San Mariano, da San Sisto, da questi posti piccoli piccoli, andare all’Ariston e vedere che i camerini sono piccolissimi ed immaginarcisi dentro i grandi artisti, faceva ridere. Fuori pioveva e pioveva anche dentro. Più vado avanti e più rapporto la vita a un film western, anche a uno spaghetti western. Ci sono le facciate che sono perfette e dici “questo è il Missouri del 1860” e invece dietro non c’è niente, ed è fantastico!
Adesso voglio fare un tuffo nel passato. Ora che posso, approfitto per chiederti ciò che non ho potuto fare allora, quando è uscito questo album a cui mi sento profondamente legata. Tu in quel periodo uscivi dal capitolo Scisma, era un periodo particolare. Ti va di raccontarmi come è nato questo tuo primo disco solista nel lontano 2004?
(Ride) Ti dico subito com’è nato. In una macchina.
Molto rock
Più che rock mi viene da pensare alla letteratura francese e ai miserabili. Io un po’ di pezzi li avevo già scritti quando ero sul lago di Garda, Quando Passa Lei, la parte iniziale di Brucio e infatti c’è la Michi (Manfroi) che suona, Only for you… E dopo sono andato a Firenze e un po’ ho dormito in macchina, un po’ ho cercato di trovare un posto dove dormire, un po’ mi ha tenuto a casa sua Marco Parente e poi sono riuscito a trovare una stanza sotto Fiesole che era uno sgabuzzino, con un corridoietto di trenta centimetri ed una brandina. Quando dormivo la mia testa era al muro, coi piedi andavo alla finestra. Ma si espandeva verso l’alto, c’era una specie di altalena sulla quale mettevo quei cinque vestiti che avevo, però avevo l’ADAT che ho anche adesso qua in questo momento e lì ho registrato quei pezzi. Ma ero disperato. Da un lato avevo buttato tutto all’aria e dall’altro c’era il senso della libertà di uno che non sa quello che succede dieci minuti dopo, da un lato una libertà incredibile e dall’altro un timore incredibile. Era la prima volta che stavo da solo, non sapevo neanche dove andavo a dormire la notte. Quando ho trovato la stanza sapevo dove andare a dormire ma non sapevo come fare a mangiare il giorno dopo. Ho fatto tanti lavori e ho scritto disperatamente queste canzoni.

Infatti dal punto di vista emozionale i testi sono molto forti, introspettivi, spesso evocano momenti di tormento, quasi una disperazione incompresa. Ecco, chi eri all’indomani del capitolo Scisma?
Ho fatto un sacco di male, sono stato una canaglia e contemporaneamente, ho liberato sia me sia le persone che dovevo liberare dal mio essere così ingombrante. Me ne sono assunto la responsabilità. Noi abbiamo sempre un ruolo, siamo figli, padri, madri, operai, panettieri, giardinieri eccetera, c’è sempre un ruolo da rispettare. E quando questa cosa, specialmente in una relazione stretta tra due o più persone, s’incancrenisce, uno fa il carnefice e l’altro la vittima. Io mi sono preso la responsabilità di fare del male e non è una cosa che mi piace. Io avevo bisogno di bruciarmi, di sporgermi nel mondo e di fare fatica. Non è che io a distanza di vent’anni abbia risolto molti di quei problemi, ma il senso è che sporgersi sul mondo diventa un bisogno. Aver preso in mano questi pezzi che prima erano disperazione e adesso sono diventati una cosa corale di quaranta persone con gioia, è stato bellissimo.
Com’è stato togliere la polvere da questo scrigno? Come hai vissuto questa celebrazione che era dovuta, ma magari per te non necessariamente imprescindibile?
(Ride) No io non volevo proprio farlo, era l’ultimo dei miei pensieri perché, a parte che l’effetto nostalgia canaglia lo lascerei nel Salento, io c’ero quando è uscito quel disco, c’ero quando andavamo a suonare e quando io e i miei compagni leggevamo le recensioni del disco. Non mi sembrava che fosse stato accolto come un capolavoro. Il disco ha avuto un successo relativo, è successo che è stato ascoltato. Quelli di Woodworm mi hanno detto che per loro è stato formativo ed io dicevo “ma Dio bono dov’eravate allora? Non vi ho mai visti ai concerti“. Alla fine mi hanno convinto ma ho fatto un mese di grande resistenza, col Roccia che mi diceva “non capisci niente” e poi gli altri compagni “facciamo sta cosa, ci divertiamo, facciamolo in maniera leggera, ognuno mette il suo in piena libertà“. È stato quindi mettere giù i pezzi chitarra e voce, loro hanno fatto quello che hanno voluto, come hanno voluto e dove hanno voluto. Io ogni tanto c’ero perchè serviva qualcuno per schiacciare il tasto rec di registrazione. E la stessa cosa, incredibilmente, l’hanno fatta tutti gli ospiti, con lo stesso afflato. Perciò mi sono trovato a venti giorni dai mixaggi che dovevo solo cantare e fare i cori agli altri che avevano cantato e suonare due o tre chitarre perché Gabriele (Berioli) ha fatto delle cose eccezionali, però è stato molto in giro a lavorare perciò ho dovuto farle io, altrimenti non avrei neppure fatto quello. Perciò è stato un disco a mia insaputa, Cinzia.
In verità, mi verrebbe più naturale chiedere ai musicisti che hanno collaborato al reloaded cosa abbiano provato a reinterpretare con te i tuoi brani, ma non posso contattarli uno ad uno.
Io mi faccio carico e mi prendo la responsabilità: hanno odiato chi ha scritto quei pezzi.
Con quale di loro ti sei più divertito o emozionato per il loro approccio alle tue canzoni e che effetto ti ha fatto riascoltare i tuoi pezzi in questa nuova veste?
Con tutti. Con Luca che ha suonato il basso e che ormai è diventato un musicista incredibile, suona tanto ed è pieno d’istinto ormai. Sai, io e lui ormai abbiamo un percorso di quasi vent’anni insieme
Siete una coppia di fatto
Sì siamo una coppia di fatto, però mi ha sorpreso e mi sorprende. Gabriele ha fatto cose che io non riesco neanche a pensarle. Tazio è formidabile. Io c’ero nel senso che ero nello stesso spazio fisico, ma non volevo sentir niente perché ho scoperto che bisogna dare completamente spazio all’altro. Io veramente non ci sono in questo disco ed è per questo che è un disco molto bello, come se fosse un disco di altri. Daniele ha suonato tutte le batterie a parte Il Mare Verticale che, essendo stata scritta da Andrea Franchi, sembrava giusto la suonasse lui. Daniele Berioli giorni dopo mi fa “quante batterie dobbiamo fare?” “Daniele, le hai fatte tutte!“. E lui “Non ho un ricordo” Ecco, quando qualcuno ti risponde “non ho un ricordo“, ha centrato veramente il senso della vita.
Per l’occasione infatti, hanno collaborato alcuni musicisti che hanno suonato con te come Andrea Franchi e Guglielmo Ridolfo Gagliano. Com’è stato ritrovarvi?
Con Andrea molto bene, ci si vuole un bene incredibile perciò è stato molto semplice e lui è stato bravissimo. È stato bello vedere come cercava di aiutare sti ragazzi così giovani e con meno esperienza rispetto a lui a suonare. È un padre, perciò ha suonato da padre.
Con Guglielmo c’è questa differenza tra me e lui: io sono prussiano e lui siciliano, perciò gli ho detto “fai quel che vuoi” e lui ha fatto esattamente ciò che voleva. È stato bello ritrovarsi con lui perché ci esprimiamo un po’ a grugniti ma, prima e dopo i grugniti, si ride molto. È solo con lui che mi capita sta cosa.

Catherine è uno dei brani che più ho amato del tuo disco e peraltro la fai raramente dal vivo. L’ho sempre considerato intoccabile perché un brano di un uomo che sembra scritto e nato dalla mente di una donna, interpretato col tuo trasporto, lo ha sempre reso per me sacro. Ma quando ho ascoltato la versione di Lamante mi sono dovuta davvero ricredere. La sua voce sensuale ha dato una tensione straordinaria al pezzo e l’incontro con la tua profondità ha creato un’alchimia perfetta.
Hai perfettamente ragione è una visione femminile vista da un maschio e perciò io più di tanto non riesco ad arrivarci. Anche se entro in quell’idea, in quello sfacelo, anche in quella mancanza di speranza col mattino stupido, io non arrivo alla profondità di una donna. Lei è stata fantastica, io non avrei messo niente di quello che ho fatto io, nemmeno i cori, non servivano tanto era perfetta. Io non c’ero neanche quando ha registrato, ero a suonare con Tazio da qualche parte, c’era solo Luca e mi ha detto che l’ha devastato sentirla cantare questo pezzo. Non vedo l’ora di incontrarla per abbracciarla.
La versione che, ascoltandola, ti ha stupito maggiormente?
Tutti i pezzi ma ad esempio Malika su Io e Te è qualcosa di post contemporaneo, bellissimo. Poi Irene su Le Gioie Minime. Le ho mandato il pezzo e dopo tre ore l’ha registrato a casa da sola, mi ha stupito per l’entusiasmo. Mi ha mandato le tracce e mi ha detto “io ho fatto questo speriamo ti piaccia“. Dente ha finalmente portato Quando Passa Lei nella giusta dimensione. Appino sembra Mastroianni e volevo baciarlo in bocca (ridiamo). È tutto un miracolo. Poi c’è questa cosa bellissima che ha fatto Giulio Casale su Preferisci i Silenzi, ha preso un pezzo tradizionale italiano e lo ha portato da un’altra parte.
La versione dei Fask è potentissima.
Per me fare i cori a Aimone è stata una delle cose più divertenti che ho fatto in vita mia. Entrare finalmente nell’ottica di un giovane uomo con l’energia che non ho mai avuto, è stata una cosa nuova. Fresu ed Ermal Meta hanno fatto una cosa bellissima. Per me la scelta di far chiudere a Max Collini con la poesia di sua mamma…
Infatti volevo chiederti di questo brano assolutamente geniale che è Isola Ariosto. Raccontami tutto di come lo avete meditato e realizzato anche perché qui stavolta ti abbiamo in altra veste, qui sei tu che interpreti alla maniera di Max in un certo senso.
Esatto. Ovviamente anche gli inediti che ci sono, quelli che sono nel box sono dell’epoca tra il 2000 e il 2003 e l’idea era di fare un passo in avanti. Isola Ariosto l’abbiamo fatta improvvisando, Andrea e tutti gli altri hanno improvvisato e io ho soltanto registrato e, a caso, ho fatto dei tagli. E quei tagli casuali sono piaciuti a tutti. L’idea mia era, per chiudere un disco così astratto, usare questa poesia della mamma di Max che porta tutto a terra, ogni sera uguale all’altra. È questa la cosa bella, è un disco astratto e poi arriva la mamma di Max che ci porta tutti a casa, “bene adesso andiamo tutti a dormire bimbini“.
In Piccoli Fragilissimi Film parli spesso delle “cose”. Dopo vent’anni sei riuscito a comprenderle?
Adesso ci parlo veramente. Sono veramente un uomo astratto e quando sono nella realtà sono veramente insofferente. Sono convinto del fatto che percepiamo troppo relativamente, sono convinto del fatto di essere completamente disadattato, mentre all’epoca non sapevo se diventare un clochard o esserlo veramente, adesso so che mentalmente lo sono. Sono perso, perso nello spazio, è uno sperdimento bellissimo.
Mi sento troppo distante dalle forze che sono le forze che hanno guidato l’umanità da sempre e che noi ci siamo dimenticati. La mia è una disperata ricerca dell’ancestrale. Abbiamo l’automobile il telefonino, l’ascensore, sono un allontanamento dall’ancestrale e non riconosciamo più l’estro. Queste cose succedono quando non hai più niente, riconosci i punti cardinali e le cose essenziali quando non puoi farne a meno. Io mi metto ogni volta nelle condizioni di ricercare inconsapevolmente queste cose, di gettarmi nel vuoto e, quando lo fai, le forze ancestrali delle cose le senti di più. È per quello che faccio fatica ad iniziare un nuovo disco, perché so che devo veramente lacerarmi. Adesso ho imparato ad avere una grande gioia una volta finito di scrivere e nel fare i dischi mi diverto tantissimo. Lo spalancamento verso il mistero è lacerante.
Qui la recensione del disco: Piccoli fragilissimi film – Reloaded.
Photo Ⓒ Antonio Viscido




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