R E C E N S I O N E
Recensione di Monica Gullini
Diciamocelo chiaro: nessuno si aspettava che Piccoli fragilissimi film – Reloaded fosse uguale alla versione originale. D’altronde il titolo stesso annuncia l’intenzione di voler reincidere i grandi classici coi quali Paolo Benvegnú esordì solista nel febbraio 2004 sotto un’altra veste. Bisogna però ammettere che in questa nuova edizione il disco ha perso un po’ dell’allure del principio per approdare su lidi e mondi completamente nuovi. La scelta di duettare con nomi più o meno noti del panorama musicale italiano non sempre si rivela felice.
A cominciare da Il mare verticale, pezzo ispirato all’omonimo romanzo di Giorgio Saviane affidato alla voce limpida di Ermal Meta e alla tromba di Paolo Fresu: i tasti evocano sì le suggestioni dell’uomo primitivo che rivive tutte le sue esistenze grazie a un martello pneumatico, scontrandosi nei secoli contro chi si oppone alla conoscenza e morendo per mano di quello, ma il timbro dell’ospite qui è totalmente asettico, non riesce a materializzare il mondo immaginifico che la scrittura di Benvegnú evoca. I giochi di Berioli alla chitarra e le ariose armonie di Fresu impreziosiscono una melodia di per sé meravigliosa, ma quando le due voci si uniscono quella del cantante albanese sparisce.

È importante tenere a mente un dettaglio: in questa reincisione l’ex Scisma gioca molto per sottrazione, ritaglia per sé uno spazio inferiore rispetto a chi via via lo accompagna e questo può giocare a discapito. Non vale per Cerchi nell’acqua, qui reinterpretata insieme a una superba Tosca che parte un po’ in sordina, scandendo lentamente le liriche, per poi esplodere nel ritornello con la sua timbrica inconfondibile e quel tono solenne con cui riveste l’intera canzone; degna di nota è anche Io e te, con una Malika Ayane appassionata, il cui cantato cresce di intensità al pari della batteria che scandisce colpi perfetti. La Ayane è perfettamente a suo agio nel duettare col musicista milanese e il piano è lo sfondo perfetto della loro storia d’amore tormentata (che bello ascoltarli insieme nel menzionare quel fiore rosso ricordato solo nelle esibizioni live!). Il sentimento delle cose, uno dei grandi manifesti della poetica di Benvegnú, perde il confronto con la versione originale non negli arrangiamenti di pianoforte o di chitarra, sempre ricchi di dettagli e vogliosi di raccontare storie nuove, ma nel cantato, e non a caso uso questa parola perché il contributo di Giovanni Truppi, quasi più simile a uno spoken word, perde completamente l’orientamento fino a diventare uno degli episodi più deludenti di questa nuova avventura. Sinuosa e affascinante è Fiamme, uno dei pochi episodi in cui la voce di Paolo non cede il passo all’ospite ma con essa si fonde fino a creare una perfetta armonia: è tutto languidamente jazz, la sei corde che apre arpeggiando e poi si distorce, il basso appena accennato, la batteria che gioca impertinente con gli hi-hat, i sussurri di Pelù che fanno da sfondo perfetto a un Benvegnú quasi antico nella sua profondità. Al cantante fiorentino è lasciata la coda del pezzo e il caro Piero non delude le aspettative, simulando con la sua timbrica inconfondibile un peccato che ritorna costante. Suggestionabili è riarrangiata sulla falsariga della versione live e apre con una chitarra distorta e scarna che incornicia un Aimone riluttante ad ammettere le proprie fragilità; la seconda strofa è affidata all’ex Scisma che si staglia sopra il piano per poi ricongiungersi nel ritornello col frontman dei Fask in una rabbiosa volontà di potenza perfettamente esplicitata dal rullante, che segue passo passo le gesta dei due musicisti e arresta la sua corsa solo nel finale. Brucio è uno degli esempi del giocare per sottrazione di cui si parlava poc’anzi: il pezzo è affidato in larga parte a un Motta incerto che però offusca quasi completamente l’artista milanese esagerando nei volumi e ostentando una intensità poco naturale. Bello il basso di Roccia, accattivante la batteria che tintinna all’inizio insieme ai tasti che si rincorrono, interessante la coda strumentale che vede un magnifico Berioli fondere le sue distorsioni con archi e fiati ma nel complesso la traccia è troppo lunga e non convince. Impercettibile è la presenza di Benvegnú in È solo un sogno, un brano che, non me ne vogliano gli artisti, non si presta assolutamente a un duetto. Sarebbe stato meglio che Paolo e Veronica si fossero ripartiti le strofe e lui avesse cantato sussurrando l’intro, lasciando a lei la potenza della seconda parte: è tutto sbilanciato e poco aggraziato, e quel parlato di lei sul finale suona come un’appendice che niente c’entra con lo spirito sofferto della canzone. La venatura folk di Only for you si sposa bene con il timbro profondo di Andrea Appino ma così concepita la traccia perde molta della sua disperazione originaria, appare più come un flusso continuo di coscienza e i cori che riverberano intorno non lasciano il segno. Discorso diverso per Quando passa lei, che non risulta stravolta e resta la gemma che è, complice la delicatezza di Dente, l’unico che, va detto, non ha nemmeno provato a mettere in ombra il cantante milanese. È tutto splendidamente tenue e soffice in questo brano, i due cantanti che duettano con una grazia innata, i fiati che incorniciano a perfezione, i campanelli poggiati sul riverbero delle corde che poi si avvitano sparendo e facendosi largo tra le voci. Dente ricrea quel pulviscolo lunare e al tempo stesso guarda la scena fuori dall’inquadratura senza snaturarla, ammantando tutto di una raffinatezza senza tempo. In Catherine è molto bello il fraseggio della sei corde, l’arrangiamento del piano di Tazio Aprile, lento e drammatico, il tono di Paolo che ha lasciato la sofferenza del passato abbracciando una cupa rassegnazione, ma non l’interpretazione di Lamante, monotona e molto più simile a un lamento che un grido. Catherine è una canzone incentrata sullo stupro e dovrebbe essere vissuta con la stessa potenza e intensità della violenza che si è subita. Così come è stata incisa appare un mero esercizio di stile e la versione strumentale dello stesso brano che segue la oscura totalmente.

La scaletta originale di Piccoli Fragilissimi Film si conclude qui, ma il collettivo decide di aggiungere tre bonus track, canzoni scritte all’epoca dall’ex Scisma e mai incise: Preferisci i silenzi, Le gioie minime e Isola Ariosto. La prima, che doveva finire nell’album di esordio di Benvegnú e che occasionalmente è stata suonata dal vivo, qui rivive grazie alla partecipazione di Giulio Casale. Preferisci i silenzi è un pezzo dall’ampio respiro romantico: Aprile stende un meraviglioso tappeto sonoro sul quale Paolo e Giulio alternano due dichiarazioni d’amore, tenera e delicata quella del cantautore milanese, dolce come una ninnananna quella di Casale. E nei suoi occhi i miei sogni esplodono, ci suggerisce il leader degli Estra, prima di cedere il passo a Irene Grandi e alla traccia più bella di tutto il disco, Le gioie minime. Per stessa ammissione del suo autore, questo brano ha ventitré anni e non è mai stato pubblicato. E per fortuna, dico io, perché nel tempo ha mantenuto intatta quella dolce malinconia, quella bellezza ancestrale che riporta alla mente la freschezza di alcuni pezzi degli Scisma. Aprile scende e sale i tasti con una naturalezza disarmante mentre Benvegnú descrive un paesaggio urbano che potrebbe benissimo fare da paratesto a Orlando, la Grandi padroneggia le note basse con grande maestria per poi passare alle tonalità alte. Ed abbandonarsi al respiro del mondo, sussurrano entrambi mentre Berioli si lancia in un assolo perfetto e i fiati concludono con solennità. Bisogna splendere, amarsi e sorridere, è un giorno importante per salutare i gesti spenti e sorridere: non richiama alla mente cos’è la vita se non amarsi, cos’è la vita se non proteggersi sempre in un sound di homesickiana memoria?
Chiude l’album Isola Ariosto, un recitato di otto minuti le cui suggestioni giocano molto col nome di Ruggero Orlando, storico giornalista italiano del secolo scorso. È interessante come l’artista milanese riesca a mettere in musica il sentirsi un albero e contemporaneamente lasciare spazio, sul finale che ricorda molto la melodia de Il mare verticale, a un Max Collini ispirato e sempre limpido nel raccontare storie.
Termina dunque Piccoli fragilissimi film – Reloaded, un’opera riveduta e risuonata che non tradisce l’originale ma che se ne discosta in alcuni passaggi non proprio riusciti. È una sfida, quella dell’ex Scisma, che sceglie di non rincorrere il passato ma di proiettarsi verso il futuro con mani esperte e consumate. Non sempre la linfa che scorre nelle nuove composizioni riesce a strappare stupore, la sensazione è che serpeggi stanchezza, forse dovuta agli ultimi impegni del collettivo e al grande sforzo creativo profuso nella realizzazione di È inutile parlare d’amore. Le tracce aggiuntive risultano molto più fresche delle altre, più bilanciate nei duetti, suonate e cantate con la giusta sensibilità, trascinate da un’insolita energia e da un entusiasmo che si fa fatica a rintracciare altrove. Non mancano però classe e raffinatezza, intuizioni sonore e quella magia che ci consegna una realtà a volte disillusa, a volte animata da un amore bruciante, ma sempre tesa verso la speranza. A presto ragazzi, ci vediamo in tour a novembre.
Tracklist:
- Il mare verticale feat. Paolo Fresu & Ermal Meta
- Cerchi nell’acqua feat. Tosca
- Io e te feat. Malika Ayane
- Il sentimento delle cose feat. Giovanni Truppi
- Fiamme feat. Piero Pelù
- Suggestionabili feat Fast Animals and Slow Kids
- È solo un sogno feat. La Rappresentante di Lista
- Brucio feat. Motta
- Only for you feat. Appino
- Quando passa lei feat. Dente
- Catherine feat. Lamante
- Preferisci i silenzi feat. Giulio Casale
- Le gioie minime feat. Irene Grandi
- Isola Ariosto feat. Max Collini
Photo credit © Antonio Viscido




![Sonia Spinello con Sonia Candellone – Time don’t move [anteprima video + intervista]](https://offtopicmagazine.net/wp-content/uploads/2026/04/Spinello_Candellone_ETEREA-©Riccardo-Botta.jpg)

Rispondi