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Paolo Fresu

Triosence – Giulia (Sony Masterworks, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Deve amarla molto l’Italia, il pianista Bernhard Schuler, per celebrarla così intensamente come ha fatto in quest’ultimo suo lavoro realizzato in trio. A partire dallo studio in cui è avvenuta la registrazione, l’ArteSuono di Stefano Amerio a Udine, ormai diventato un punto di riferimento europeo per la qualità sonora dei master. Una bella copertina che raffigura un paesaggio toscano e il titolo dell’album ambiguamente dedicato sia alla regione friulana che ad un’ipotetica figura femminile – Giulia, appunto – completano la presentazione. Non dimentichiamo, però, il tocco italiano per eccellenza, quello della tromba e del flicorno di Paolo Fresu, al solito molto sintetico ed evocativo, specialista nel creare bolle emozionali che regalano profonde risonanze nei brani in cui interviene. Ma è il clima della musica, molto melodico e di estrema gradevolezza, a suggerire quel certo piacere che si può avvertire davanti alla bellezza che decisamente non manca – sono altre le cose che mancano! – in questo Paese. Al netto della retorica che sottolinea la visione di molti stranieri – “good food, good wine, nice people”, per dirla come molti americani – l’italianità della musica proposta dai Triosence s’incentra, evidentemente, sulla prevalenza dello svolgimento melodico, tanto che lo stesso Schuler chiama le sue composizioni “song jazz”, inquadrandole quasi in uno stile che per la verità circola in Europa già da diversi anni. Si tratta di un modo d’intendere il jazz – o quello che ne resta, volendo polemizzare – che s’imbeve di matrice nordica, tedesca come in questo caso ma anche norvegese, svedese, finlandese. In questi meridiani, quindi, di regioni lontane dalla tradizione jazzistica più “pura”, le musiche diventano molto scorrevoli, senza ardimentose armonie, facendo prevalere un certo sviluppo orizzontale e degli assetti ritmici piuttosto lineari. Però la semplicità espressiva che troviamo in questo album è tutt’altro da certo semplicismo new-age, cioè quella dittatura della banalità che per decenni ha tormentato le nostre orecchie. È comunque facile, per Triosence, esercitare la “captatio benevolentiae” nei nostri riguardi. La leggerezza, intesa come qualità di vita e non come superficialità, è la caratteristica che evita di allontanare i jazzofili più tradizionalisti i quali resteranno comunque conquistati dal tono delicato e fuggevole di queste composizioni.

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Adam Bałdych Quintet – Poetry (ACT, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Non so come si debba sentire un giovane musicista che già all’età di 16 anni è stato definito “prodigioso” dalla critica musicale del suo Paese, la Polonia. E che attualmente, compiute trentacinque primavere, venga valutato come uno tra i migliori violinisti al mondo, capace di muoversi tra composizioni jazz e classiche con la medesima elegante sicurezza. Presumo che tutta l’attenzione ad oggi ricevuta in carriera e la ferma determinazione caratteriale abbiano contribuito a condurre Adam Bałdych al suo decimo disco da solista – Poetry – il settimo per la ACT di Siegried Loch. Con un percorso per certi versi analogo a quello di altri musicisti che vengono dal jazz – mi vengono in mente le ultime esperienze discografiche di un pianista come Omar Sosa, ad esempio – il violinista polacco, giunto ad un punto cruciale della sua evoluzione musicale, si è accorto di come la disciplina tecnica, così fondamentale per la sua formazione, gli sia diventata stretta e insufficiente nel raccontare i suoi momenti più intimi, ad esempio l’attuale felicità di giovane padre, avendo appunto dedicato questo suo ultimo album alla moglie Karina e al figlio Teodor. Cercare nuovi spazi di silenzio tra le note, dilatare la sintassi sonora, rallentare l’impeto esecutivo diventano quasi dei dogmi in Poetry, che regala un’impressione di tranquilla, estatica omogeneità d’intenzione. Più che la sensazione di una raccolta di diversi brani abbiamo invece l’impressione di una lunga, suadente suite che si distenda dalla prima nota fin quasi all’ultima sequenza sonora, laddove appaiono invece, come vedremo, alcune imprevedibili e stimolanti differenze. La tensione comunicativa, strutturata con fraseggi relativamente semplici e condotti in piena sobrietà, tende a raggiungere un pubblico più ampio rispetto a quella dimensione di nicchia elitaria che caratterizza attualmente il jazz europeo.

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Dissòi Lògoi – Different Traditions (Da Vinci Jazz, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Al di là dei “duplici ragionamenti” o dei “discorsi contrastanti” che la traduzione di Dissòi Lògoi – nome in greco antico del gruppo di cui ci stiamo occupando – indurrebbe a pensare, ciò che colpisce maggiormente, durante l’ascolto di questa ultima uscita discografica Different Traditions, è la molteplicità delle direzioni musicali e culturali accanto all’eterogenea varietà dei suoni. Un vero e proprio terzo occhio si spalanca all’interno della coscienza permettendoci di percepire un passaggio di sensazioni che vanno da un appagato abbandono sensoriale a una vera e propria “eustatheia”, fino a sfiorare livelli più sottili dellla psychè in cui si muovono sottotraccia evocative e dinamiche tensioni interiori. La musica dei Dissòi Logòi è un terreno sedimentato da impronte etniche, jazz, folk, sperimentazioni contemporanee, rock, matrici classiche. È insomma una stratificazione di più livelli esperienziali, una speleologia del profondo, un accesso attraverso una botola segreta verso una ricerca di tracce emotive, echi e suggestioni che credevamo perdute. I suoni trascorrono da momenti di intensa poesia ad altri più intricati e debordanti, gli accostamenti strumentali non esitano a porre fianco a fianco voci nordafricane e orientaleggianti accanto a sferzate di chitarra elettrica, percussioni tribali insieme all’impeto di un basso e batteria di stampo jazz-rock, suoni acustici di pianoforte e strumenti cordofoni mescolati con una grande varietà di fiati. Tra questi ultimi sassofoni, tromboni, trombe, clarinetti, oboi. Insomma un vero e proprio florilegio sonoro che non si trasforma in un’estetica dell’eccesso ma che segue un proprio filo costruttivo, basato sull’emozione ma anche su una logica espressiva rigorosa. Dissòi Lògoi è stato fondato da Franco Parravicini e Alberto Morelli verso la fine degli anni ‘80, il primo essenzialmente bassista e chitarrista, il secondo pianista e polistrumentista. Entrambi attratti e coinvolti da ispirazioni e tradizioni che vengono soprattutto dal patrimonio popolare di diverse regioni mediterranee oltre che africane e indiane.

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Paolo Fresu – Around Tuk @ Conservatorio Verdi, Milano – 24 ottobre 2021

L I V E – R E P O R T


Articolo e immagini sonore di Stefania D’Egidio

La rassegna JazzMi da anni regala agli appassionati di musica grandi emozioni e l’edizione 2021 non poteva essere da meno, con grandissimi interpreti sui palchi meneghini e domenica 24 il programma offriva, al conservatorio Verdi, il concerto di Paolo Fresu, con Around Tuk. Tuk Music è l’etichetta discografica, fondata dieci anni fa dal musicista sardo, con l’idea di produrre nuovi talenti del panorama jazz italiano e internazionale: cinque di questi talenti accompagnavano il trombettista nella serata milanese, Raffaele Casarano al sax, Sade Mangiaracina al piano elettrico, Dino Rubino al pianoforte, Marco Bardoscia al basso ed Enrico Morello alle percussioni.

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Lorenzo Semprini @ Spazio Teatro 89, Milano – 16 ottobre 2021 | Intervista e presentazione 44

I N T E R V I S T A / L I V E – R E P O R T


Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Andrea Furlan

È una fredda sera di metà ottobre e Lorenzo Semprini mi viene incontro nella Hall dello Spazio Teatro 89 di Milano. Ha appena finito il soundcheck, indossa una maglietta dei Nirvana e ha l’aria comprensibilmente felice: dopo un anno e mezzo abbondante di travagli e stop forzati, sembra che anche la musica dal vivo abbia trovato un po’ di respiro e che si sia pronti a ricominciare in una situazione quanto più possibile vicina alla normalità. Con lui non ci vediamo da diversi anni, probabilmente da uno degli ultimi concerti che i Miami & The Groovers hanno tenuto dalle nostre parti.
44”, il suo debutto da solista, esce a sei anni di distanza da “The Ghost King”, tuttora l’ultimo disco in studio della sua band madre. È un progetto solido, che ha richiesto molto tempo prima di essere completato ma che alla fine suona come il lavoro più maturo e consapevole del musicista riminese. Me lo ha raccontato lui stesso ad un tavolo del bar del teatro, poco prima di quello che a tutti gli effetti può considerarsi un release party, visto che il disco è uscito proprio tre giorni prima. Oltretutto, come lo stesso Lorenzo chiarirà nel corso dello show, si tratta di una data significativa, visto che i numeri 13/10/21 sommati insieme danno proprio 44.

Lorenzo Semprini - Spazio Teatro 89 - Foto di Andrea Furlan

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Ada Montellanico – WeTuba (Incipit Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Nove volte su dieci, se si ascolta senza conoscerlo, un brano jazz cantato si pensa si tratti di un pezzo composto negli anni Sessanta, Cinquanta, magari anche Quaranta, dipende da molti fattori, naturalmente. Quasi mai però si pensa che un pezzo cantato possa essere scritto oggi. Forse perché scrivere un brano jazz non è come scrivere una canzone di musica leggera. Per identificarlo come brano jazz occorre abbia caratteristiche specifiche, molte delle quali sono state codificate negli anni e nella storia del jazz. Quando allora si sente cantare Ada Montellanico, come in questo magnifico WeTuba uscito qualche mese fa, si è portati a pensare che si tratti di brani della storia del jazz che magari non conosciamo o non ricordiamo. Ed è per questo che amo molto la voce di Ada Montellanico, per questa sua capacità di stare nel solco della tradizione, ma apportando continue novità nel modo di cantare e di interpretare il jazz. Del resto anche la tradizione è frutto di invenzione (come teorizzò anni fa lo storico Eric J. Hobsbawm, per questioni molto diverse). Ada Montellanico è una grande “inventrice di tradizione”. Se poi ad aiutare la bravissima cantante romana, ci si mettono Simone Graziano al pianoforte, Francesco Ponticelli al contrabbasso, Bernardo Guerra alla batteria, nonché la tuba di Michel Godard e la tromba di Paolo Fresu, l’incanto è “bell’e che fatto”.

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Heroes, da un’idea di Paolo Fresu, un concerto imperdibile omaggia David Bowie

L I V E – R E P O R T


Articolo di Annalisa Fortin

Forse non tutti sanno che il primo passaggio di David Bowie in Italia risale al 1969, anno in cui partecipò ad un concorso canoro a Monsummano Terme, un piccolo comune toscano. Arrivò però secondo. Per rimediare, come sostiene scherzosamente Paolo Fresu, cinquant’anni dopo il comune stesso ha incaricato il famoso trombettista di omaggiare adeguatamente il Duca Bianco. “Appena mi è stato proposto questo progetto”, dichiara Fresu, “mi sono sentito onorato ed emozionato. Ho deciso di mettere insieme una band unica, creata appositamente, con grandi musicisti eclettici e provenienti da esperienze diverse, anche lontane dal jazz. Credo che questo sia un grande valore. Avvicinarsi alla musica di David Bowie è una grande emozione e anche una straordinaria opportunità per tutti noi”.
Durante l’esibizione di Heroes, avvenuta il 9 luglio nell’ambito del Vicenza Jazz Festival, Paolo Fresu confessa che la conoscenza primordiale che lui e gli altri componenti avevano della musica di Bowie era quella delle comuni persone, ovvero di puro ascolto e apprezzamento. Nessuno si era mai cimentato nell’esecuzione di quella che poi si è rivelata una sfida artistica emozionante e coinvolgente, riportando una splendida luce in un momento buio comune dovuto alla pandemia. La band scelta da Fresu ha nomi di calibro stellare: Petra Magoni, Filippo Vignato, Francesco Diodati, Francesco Ponticelli, Christian Meyer. Insieme hanno messo le mani su una trentina di pezzi, tra i quali Life on Mars, This Is Not America, Warszawa, When I Live My Dreams. Ogni membro della band ha dato il proprio contributo negli arrangiamenti, conferendo maggiore varietà e dinamicità al progetto, scaturito anche in un cd. Tornando alle parole di Fresu: “Bowie è un autore immortale che è sempre stato vicino al jazz. Abbiamo trattato con il massimo rispetto la sua arte pur essendo propositivi, gettando infatti uno sguardo nuovo su queste canzoni”.

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Saffronkeira e Paolo Fresu – In Origine: The Field of Repentance (Denovali Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Massimo Menti

Domenica pomeriggio, seduto su una panchina al parco sotto un flebile sole di metà dicembre, un bambino mi passa accanto con in mano il pupazzo Action Figure di baby Yoda della serie tv The Mandalorian, mentre la sorellina lo rincorre con ai piedi dei Rollerblade e in testa orecchie elfiche. Una parvenza di normalità in un periodo come quello che stiamo vivendo da un anno ormai, che non ha quasi nulla di normale. Alle orecchie ho le mie solite cuffiette collegate allo smartphone e in mano un taccuino sul quale cerco di appuntare qualche idea su ciò che sto ascoltando, ovvero il nuovo lavoro del musicista elettronico Saffronkeira. Sotto questo pseudonimo credevo si nascondesse qualche ragazzo o duo d’oltralpe, magari proveniente da una landa dispersa come quelle che piacciono tanto a me, o almeno questo mi suggeriva Denovali l’etichetta tedesca che lo rappresenta, mentre scopro con grande stupore e ammetto anche piacere, che si tratta dell’italianissimo ed insulare (di Castelsardo) Eugenio Caria. Giunto al quinto album, Caria approda ad una collaborazione d’eccezione ovvero quella con il trombettista jazz nonché conterraneo Paolo Fresu, nel “In Origine: The Field of Repentance”.

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Paolo Fresu & Lars Danielsson @ Blue Note, Milano – 15 marzo 2019

L I V E – R E P O R T


Live report ed immagini sonore di Elisabeth Petrone

Il calare del giorno, le luci artificiali dei negozi chiusi e dei ristoranti pronti ad accogliere nuovi ed abitudinari clienti, il vociare e le risate della gente fuori dai locali in attesa di amici che ancora devono arrivare donano a questa città un’atmosfera romantica, rilassata, un’isola felice. L’attesa di questa serata al Blue Note con Paolo Fresu & Lars Danielsson non delude le aspettative, rendendo questa atmosfera ancor più nostalgica ed evocativa. L’estro di Paolo Fresu lo si percepisce già prima dal suo abbigliamento, un pantalone scuro, a quadri, abbinato ad una camicia bianca con stampe di fiori da un tono vivace di rosso, il suo corpo ha la potenza di un albero secolare, un fusto forte e risonante e una chioma allegra ed estesa, rigore e creatività.

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