R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Un lasso temporale di vent’anni è quasi un’eternità per ciascuno di noi, ma per la vita d’un artista può significare poco più che un passaggio o solo un momento specifico della propria maturazione. Ciononostante, l’universo sonoro creato da Paolo Fresu, Richard Galliano e Jan Lundgren nel lontano 2005, con il loro primo capitolo di Mare Nostrum, sembra sfidare il Tempo, mantenendo intatta la sua freschezza e la propria serena visione del mondo. Mare Nostrum IV non si discosta apparentemente dal linguaggio dei lavori precedenti, conservando il suo atteggiamento un po’ nostalgico all’interno di un arco contemplativo teso tra le luci mediterranee e le penombre più malinconiche del paesaggio nordico. Nonostante la diversa provenienza dei tre protagonisti dell’album – Fresu dall’Italia, Galliano dalla Francia, Lundgren dalla Svezia – non c’è alcun contrasto evidente tra le loro composizioni individuali, quasi che la pur relativa lontananza geografica non sia stata percepita come un ostacolo ma al contrario come una tensione nel ricercare idee e sensazioni ulteriormente condivisibili.

Il biografico politropismo esperienziale che caratterizza ciascun artista, nell’avventurarsi lungo il Mare Nostrum, diventa quasi un sintetico, lenitivo pharmakon che sembra ridurre la complessità degli esseri umani ad un comune sentire. I tre autori di questo album sono maestri nel saper creare atmosfere sospese, dove le melodie si dipanano, a proposito del mare, con la grazia naturale di un’onda che raggiunge dolcemente la riva. La sequenza di questi dodici brani, tutti non particolarmente lunghi, appare come una diacronia di fotogrammi caratterizzati da emozioni sfuggenti, frammenti mnemonici, elaborazioni di luoghi interiori, forse in egual misura sia immaginati che direttamente esperiti. Traspare da questo album una forma di leggerezza nostalgica, una pacata malinconia quasi che questo viaggio venga vissuto come un nostos emotivo, il ritorno a certi momenti di rimpianta serenità. Ma non si tratta di tristezza, è bene sottolinearlo, bensì di un umore indirizzato alla esplorazione speranzosa di una bellezza fuggevole. Come passeggiare per una città conosciuta ma sempre cangiante, dove non si riescano più a ritrovare quei luoghi abituali che da sempre custodivano i nostri ricordi personali. La scrittura di questo trio rimane fedele ad una ricerca estetica ben definita, un poco languida, dove la melodia ne costituisce il fulcro, senza essere soverchiata da superflui tecnicismi. Tromba e flicorno, fisarmonica e melodica più il pianoforte – come al solito in questi contesti senza contrabbasso né batteria – s’intrecciano in un dialogo profondo nel quale sembra che ciascuno conosca bene la propria parte, muovendosi con la disinvoltura del musicista esperto e con passi di danza già sperimentati eppure ambientati in un contesto sempre nuovo. Ed è quasi un piccolo miracolo poter constatare che, al di là del virtuosismo tecnico dei singoli, riesca ad emergere anche nel quarto capitolo di questa saga marinara, l’autenticità espressiva, la mancanza di forzature e soprattutto l’equilibrio tra le parti. Non so se con questo si possa alludere ad una forma propria di jazz europeo. Se ne parla spesso a proposito di musiche di provenienza nordica e/o mediterranea oppure mista come in questo caso. Come al solito, la ricerca d’inquadramento nella comodità di una collocazione espressiva lascia il tempo che trova. Magari, tutto sommato, non siamo nemmeno sicuri che si possa ancora utilizzare nella sua totalità il termine jazz. Forse sarebbe meglio parlare di musica contemporanea, espressione meno specifica e definita, ma che per lo meno risulta essere più omni-comprensiva, viste le attuali direzionalità formali e multiculturali della musica odierna.
Di Richard Galliano è il primo brano che possiamo ascoltare in questo album, Belle-Île-En-Mere, annunciato dal profondo respiro del mantice della fisarmonica, a simulare il suono della risacca marina. Un intervallo di quinta tra il Mi e il Si di un accordo in minore prepara il pianoforte all’iniziale accompagnamento. L’introduzione di una sesta regala poi quella sensazione di vaga incertezza che percorre l’intero brano, mentre Galliano e Fresu colloquiano all’interno di una melodia piena di echi lontani. Quando Lundgren sembra innescare una serie quasi giocosa di note, fisarmonica e tromba si perdono in una sequenza di suoni che sembrano stimolati da ricordi lontani. Alone for You si presenta con l’aspetto di una romantica ballata jazz ed è opera di Lundgren. Il suono morbido di Fresu ne disegna il tema, subito ripreso da Galliano, mentre il pianoforte sistema l’intera ossatura armonica. Struggenti sono gli incroci in fase d’improvvisazione tra il flicorno e la fisarmonica, con degli ottimi assoli di entrambi gli strumentisti, a cui si aggiunge Lundgren per mano di un lavoro finemente cesellato, volontariamente assai contenuto e delicato.

Con Hope tocca a Fresu, autore di una sorta di ninna-nanna che suona già di per sé come una speranza in un futuro senza affanni. Comunque è la fisarmonica di Galliano a dettare le battute del tema, seguita dagli accordi di pianoforte. Quando compare il flicorno, Fresu riprende il sentiero tracciato dall’artista francese. Brano ovviamente tranquillo e carico di sentimenti affettivi. Hidden Truth movimenta un po’ il ritmo con una composizione di Lundgren dove il pianoforte costruisce un accompagnamento dal sapore latino e il tema viene affidato alla tromba che ad un certo momento si raddoppia all’unisono con la fisarmonica. C’è spazio per le improvvisazione di Fresu prima e di Galliano poi. Ed in ultimo è la volta di Lundgren a lavorare sulle note alte della tastiera con una melodia breve ed ammiccante prima del ritorno del tema. Colette è un brano insaporito in egual misura dalla tromba e soprattutto dalla fisarmonica del suo Autore, in bilico tra un certo romanticismo evocativo ed un tema dall’aria popolare. I tre musicisti si passano il testimone continuamente e la transizione da uno strumento all’altro avviene con una sognante, naturale dolcezza. Ma, sempre ragionando sulla tematica del sogno, ancor più indicativo è il brano très français che segue, Eloquence, ancora di Galliano. Le note valzerine del pianoforte sono un ottimo abbrivio per la comparsa di una fisarmonica che più parigina non si potrebbe, tra le strade tremolanti di colori che sembrano uscire da un dipinto di Utrillo. Il pezzo è molto bello, forse un po’ troppo di maniera, ma sicuramente suggestivo. Daniel’s Farfars Lat è un brano tradizionale rivisitato da Lundgren con un ritmo quasi danzabile, introdotto dal pianoforte ma sostenuto a pieno dal soffio di Fresu che ne offre un quadro d’impressione curiosamente barocca. Lundgren e Fresu sono soli in questo frangente e sembrano a loro agio tra le note un po’ frivole e deliziosamente surreali. La Vie en Rose è un celeberrimo brano scritto nel 1945 con il testo della mai dimenticata Edith Piaf e la musica del compositore Louis Guglielmi. Come per una famosa rivista d’enigmistica, potremmo dire che questo pezzo vanta innumerevoli tentativi d’imitazione ed altrettante varianti ripropositive ma evidentemente tutto questo costituisce per Galliano, che ne rivede qui l’arrangiamento, uno stimolante banco di prova da condividere con Fresu e Lundgren. Il fisarmonicista francese offre una sua versione moderatamente swingante, senza drammatizzazioni ma con interventi degli strumentisti comunque originali e rispettosi del tema. Man in the Fog torna nel novero delle composizioni del pianista Lundgren ed è un brano che pare uscire lievemente fuori contesto, dimostrando una maggior modernità rispetto alla dimensione solarizzata e rasserenante del resto dell’album. Si resta sempre all’interno di questo sistema melodico rigorosamente tonale su cui è impostato l’intero Mare Nostrum IV, tuttavia questa traccia ha delle sfumature più jazzate ed un mood velatamente più misterioso. Float porta la firma di Fresu con un brano arioso, inizialmente impostato a due tra pianoforte e tromba. Interviene poi Galliano, probabilmente con la melodica, interagendo con i suoi sodali ma lasciando a Fresu la parte più preponderante, mentre si registra l’ottimo e sempre misurato intervento di pianoforte. Un veloce accenno-omaggio ad un famoso standard come I Fall in Love too Easily passa come un’ombra tra le dita di Galliano prima che il brano si concluda. Ancora accreditabile a Fresu è Life, traccia musicale fluttuante, sempre giocata con levità in trio e con abbondante respiro melodico. L’ultimo brano, Lullaby for Two, è di Lundgren. Tra i migliori fiori profumati dell’album, colmo di note notturne, è una ballata per cuori romantici che da sola, come brano conclusivo, riassume in sé l’humus progettuale dell’intera opera di questo trio.
La musica di Mare Nostrum IV, nonostante il formale allineamento coi lavori I, II e III che l’hanno preceduto, non si presta pedissequamente a strutture facilmente ripetibili, conservando un proprio ardore sentimentale, pur evitando la metabole di un cambiamento radicale di rotta. Si tratta insomma di un viaggio condotto sempre con nobile portamento, senza devianze bizzarre e spesso vissuto con una certa apnea nostalgica. Un gruppo come questo trio resta sempre a levitare su registri superiori, alimentando sogni ad occhi aperti, auto-perpetrandosi in una ricerca melodica che pesca nel presente per accedere, talora, nelle ampie sacche nostalgiche del passato.
Tracklist:
01. Belle-Île-En-Mer (3:51)
02. Alone for You (4:48)
03. Hope (3:29)
04. Hidden Truth (4:08)
05. Colette (4:36)
06. Eloquence (3:01)
07. Daniel’s Farfars Låt (3:12)
08. La Vie en Rose (3:52)
09. Man in the Fog (3:00)
10. Float (4:23)
11. Life (4:02)
12. Lullaby for Two (4:11)
Cover art by Martin Assig, “Berg” (detail), 2023, used with
kind permission of the artist
Photo © Steven Haberland






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