R E C E N S I O N E
Recensione di Monica Gullini
Incontro Tomato Peloso, ultima fatica discografica di John De Leo e dei Jazzabilly Lovers, un mese fa a Perugia. “È il nostro nuovo progetto”, mi racconta lui sorridendo. Gli porgo il vinile per l’autografo, la sua bambina si volta e col dito indica il buffo personaggio della copertina. “Tomato Peloso, Tomato Peloso!”, esclama divertita, rubando la scena agli astanti.
“Un po’ jazz, un po’ rock, un po’ impro, un po’ no”, lo definiscono coloro che lo hanno realizzato. Ed è un entourage di tutto rispetto: con l’eclettico frontman troviamo Enrico Terragnoli alla chitarra, effetti e tastiere, Stefano Senni al basso, Fabio Nobile alla batteria, percussioni e cori e il sempre geniale Franco Naddei alla manipolazione del suono, synth ed elettronica. Questo lavoro corale nasce da un’idea del cantante, a lungo meditata con Stefano Senni e finalmente concretizzata nel 2019.

Negli anni successivi, viaggiando tra reinterpretazioni e arrangiamenti, il quintetto trova il sound definitivo e aggiunge brani originali al repertorio, mescolando rock’n’roll e jazz in modo imprevedibile e divertente. Tanti i riferimenti, Elvis Presley, John Coltrane, gli Stray Cats e gli standard più classici, accostati e trasformati con gusto spregiudicato alla scoperta di connessioni e incursioni in territori apparentemente incompatibili.
Con spirito ludico, la voce e gli strumenti flirtano, spiazzano, saltano tra gli stili a seconda dell’ispirazione del momento. Alla produzione, un nome importante del jazz italiano: Paolo Fresu, che li ha fortemente voluti nella sua Tuk Music.
Blue Suede Shoes è la canzone che apre questo viaggio negli anni Cinquanta ed è ipnotica quasi, con Naddei intento a spingere manopole avanti e indietro; le chitarre, appena accennate all’inizio, esplodono nell’intermezzo, per poi virare insieme a basso e batteria in quel rock’n’roll tanto caro a Elvis. È solo un breve inciso però, perché la traccia diventa ancora una volta sperimentazione più estrema, con il frontman che cambia registro e sprigiona colori caldi che si riverberano in Wrong Song Magic. L’atmosfera è caotica e sognante, incentrata pienamente sui suoni ora contratti, ora allungati all’infinito, su corde che si avvitano e fiati nostalgici che traghettano l’ascoltatore verso un finale tumultuoso e roboante. La voce di De Leo, prima distorta e poi bassa e accogliente, ripete il Love me Tender della traccia precedente e ci accompagna verso l’omonimo brano, grande classico di Presley. Non c’è alcun cambio di passo, tutto è fumoso e misterioso come quattro minuti fa, i synth sospirano e sorreggono il pezzo. Il cantante riappare nel finale, facendosi largo tra le percussioni, i lampi elettronici e la tromba di Fresu, gorgheggiando e sorridendo. Jazzability, a metà tra la ninna nanna e la ballatona, si fa strada tra gli effetti e gli arpeggi di basso per poi crescere nel ritornello; John è accattivante, sinuoso nel parlare di amori lontani e notti estive solitarie, si arrampica sulle note alte per poi scendere e vibrare di infinita passione. Siamo nel pieno di Lonely Summer Nights (grande successo degli Straycats)e la chitarra si lancia in un delicato assolo prima di introdurre nuovamente il frontman e i suoi tormenti d’amore, profondi e teneri come quel timbro che cambia colore e stupisce a ogni passaggio. We’ll be together, somehow, someday, canta appassionato e in quel lento ci lascia, storditi da una melodia grazie alla quale abbiamo sfiorato il sogno.
Un vocalizzo sicuro e ben poggiato sul diaframma introduce Be Bop a Lula Resolution, grande classico di Presley rivisitato, particolare per i tempi leggermente discordi della batteria, per il piano che quasi elettrifica la canzone e lo scat di John, che senza esitazione alcuna regala un’interpretazione magistrale. La chitarra sfuma nel finale, piangendo appena, e il frontman mostra la sua innata vocalità, ma è solo calma apparente: le sonorità jazz perdono terreno a discapito di un rock sfrenato, complici corde distorte e la voce che le segue a sua volta, mentre le percussioni tengono il tempo dei gorgheggi che imitano I was lovin’ you baby dei Kiss. È sicuramente il pezzo che più si spinge oltre la sperimentazione: cambia registro ogni volta, i tempi si diversificano, gli strumenti ora dialogano tra di loro, ora litigano furiosi. La chiusura sembra lasciata apparentemente alla batteria, ma il pandemonio esplode di nuovo finché Franco non mette tutti a tacere sovrastando con le sue manopole.

Baby Let’s play house preannuncia già dall’intro intenzioni bellicose: l’atmosfera elettrica, la voce distorta (immagino a opera di qualche “diavoleria” di John) che poi diviene calda e carezzevole e gli effetti rendono l’esecuzione travolgente. La folle corsa di un’auto impazzita è Elvis daimon, due minuti appena di rock sanguigno e chitarre energiche, impreziositi da un cantato ora variegato di effetti, ora languidamente jazzato. De Leo si diverte a gorgheggiare, sembra di vederlo, con la cornetta del telefono in mano mentre si destreggia tra ritmi sfrenati. Inaspettatamente la quiete: I can’t help falling in love with you, sussurra e subito i cori gli vanno dietro quasi a voler evocare lo spirito del Re, che aleggia lungo tutto il brano. Tocca a Stormy Weather chiudere un album sorprendente ed è Etta James il nume tutelare che qui protegge il quintetto. Echi, suoni che vanno e vengono, corde nostalgiche, venti che soffiano e tempeste in arrivo: Life is bad, gloom and misery everywhere, Stormy weather, stormy weather, And I just can get my poor self together, Oh, I’m weary all of the time, The time, so weary all of the time, canta l’ex frontman dei Quintorigo con dolcezza, irruvidendo poi la voce e infrangendola contro il rullante. Al terzo minuto il registro cambia, il piano di Rita Marcotulli si arrampica su scale sempre più insidiose e il timbro riacquista stabilità, intorno gli strumenti parlano la stessa lingua e impazziscono in una festa di suoni e colori sempre più rock. John tocca note altissime e scompare tra le corde e i tasti, finché non torna a brillare della dolcezza iniziale. Non potevano mancare i suoi inconfondibili bassi campionati, sopra i quali una moltitudine di voci raggiunge il cielo, per poi lasciare spazio a un pianoforte nostalgico e dissolversi in un sussurro.
Che dire di questo progetto pronto a girare per l’Italia?
Tomato Peloso conquista a ogni ascolto per il suo coraggio di sperimentare e guardare oltre. Le riletture dei classici si discostano dagli originali fino a brillare di vita propria, mentre i pezzi inediti sorprendono per lo stile unico e raffinato. È un lavoro ben strutturato, curato maniacalmente dal punto di vista del suono; c’è una sinergia pazzesca tra i musicisti, si divertono come pazzi ed è l’elemento che più di tutti attrae. È impossibile rimanere indifferenti di fronte alle peripezie vocali di De Leo, che “perde terreno” soltanto per dimostrare di quali eccezionali compagni di viaggio si è circondato. Se dovessimo definire questo album con un solo aggettivo, sarebbe senza dubbio “imprevedibile”, perché è un continuo ribaltone teatrale dall’enorme potenza evocativa.
Non lasciatevelo sfuggire. Vi conquisterà.
Tracklist:
01. Blue Suede Shoes
02. Wrong Song Magic
03. Love Me Tender
04. Jazzability
05. Lonely Summer Nights
06. Be Bop A Lula/Resolution
07. Baby Let’s Play House
08. Elvis Daimon
09. Stormy Weather
Photo 1 © Elisa Caldana






Lascia un commento