T E A T R O


Articolo di Daniela Pontello

Lo spettacolo di sabato sera al Teatro Carcano è stato l’ennesimo capitolo di successo del progetto Kind of Miles, un’opera musicale e teatrale con cui Paolo Fresu omaggia Miles Davis. Fresu non si limita a evocare la sua musica: prova a restituirne la complessità umana, le contraddizioni, la forza e le fragilità. È un lavoro che procede per sottrazione, evitando la retorica del mito per concentrarsi su ciò che resta quando si spengono le luci.
La sala era piena di persone che sembravano portare con sé un diverso modo di ascoltare Miles. C’erano i jazzisti di lunga data, quelli che conoscono ogni fase della sua carriera e annuiscono quando riconoscono un dettaglio. E c’erano molti giovani, attratti forse dalla componente visiva o dalla figura di Fresu, ma che si sono trovati davanti a un racconto più profondo del previsto.
Questa mescolanza ha creato un clima di attenzione.
Il Miles che Fresu porta in scena non è un’icona immobile. È un uomo che cambia continuamente direzione, spesso prima che gli altri capiscano dove stia andando. Fresu lo dice chiaramente: «Appena il mondo capiva cosa stessi facendo, tu eri già altrove».

Non è un complimento, è una constatazione. Davis non sopportava l’idea di ripetersi. Ogni volta che un linguaggio diventava riconoscibile, lui lo abbandonava. Questo lo ha reso un innovatore, ma anche un personaggio difficile da afferrare. Uno dei momenti più interessanti dello spettacolo è stato il monologo dedicato al gesto — spesso frainteso — di suonare di spalle al pubblico. Fresu lo interpreta così: «Non era un atto di chiusura. La musica era davanti a lui, tra le ombre dei suoi musicisti. Guardava nel buio per trovare la nota che ancora non esisteva.» È un’immagine che restituisce bene la sua attitudine: non cercava l’approvazione, cercava la direzione. Fresu ha insistito su un punto: Miles non aveva paura del rischio. Lo cercava. Che fosse il passaggio all’elettrico, l’uso dei sintetizzatori, la scelta di collaborare con musicisti giovanissimi o di reinterpretare brani pop, Davis non si è mai preoccupato di “tradire” il jazz. Per lui, il tradimento era restare fermo. Questa tensione verso l’ignoto è forse l’aspetto più umano che emerge dallo spettacolo: la consapevolezza che ogni cambiamento comporta un prezzo, ma che non cambiare ne comporta uno ancora più alto.

Fresu ha dedicato un passaggio anche al rapporto di Miles con il colore rosso: i vestiti, la Ferrari, la scelta estetica come dichiarazione di identità. Non è un dettaglio superficiale. È un modo per raccontare un uomo che ha sempre rifiutato di essere definito da altri. L’episodio dell’arresto — fermato perché uscito da un locale con una donna bianca — è emblematico. Davis trasformò quell’umiliazione nel titolo di un album. Un modo per riprendere il controllo della narrazione. Uno dei momenti più interessanti del racconto ha riguardato la tromba come estensione della voce. Fresu ha spiegato che molti trombettisti sono stati, in fondo, dei cantanti: la tromba ha tre pistoni, sette posizioni possibili, dodici note da ottenere. Ma senza un canto interiore, senza un’idea precisa della nota da raggiungere, lo strumento non parla. È un modo per dire che la tecnica non basta. Serve un’intenzione. E Miles, in questo, era radicale. Quasi a spiegare la natura stessa del jazz: «Prendi una semplice melodia e la trasformi in un’opera d’arte. Devi cantare ogni nota, perché le labbra non suonano se non c’è un canto interiore.»

I visual non sono un vezzo scenico. Servono a restituire l’idea di un artista che ha sempre cercato nuovi linguaggi. Non imitano Miles, ma ne evocano l’attitudine: quella di non accontentarsi mai della forma conosciuta. Poi è arrivato il momento più intimo: il rimpianto di non aver mai incontrato Miles. Nel 1984, a Umbria Jazz, avrebbe potuto farlo. «Mi sembrava impossibile conoscerlo», ha confessato Fresu. «Non mi presentai. E me ne pento ancora oggi.»

Kind of Miles non cerca di imitare Davis, né di semplificarlo. Prova a restituire l’uomo dietro il mito: un uomo che ha cambiato più volte la storia del jazz perché non riusciva a fare altrimenti. Fresu, da parte sua, non si mette al centro. Si mette accanto. E da quella posizione costruisce un racconto che permette di vedere Miles non come un monumento, ma come un essere umano in continuo movimento. Una lezione su cosa significhi essere un artista. Non restare mai fermi. Cambiare pelle. Inseguire la nota che ancora non esiste. Proprio come Miles.

Kind of MILES
di e con Paolo Fresu tromba, flicorno e multieffetti
e con 
Bebo Ferra chitarra elettrica 
Christian Meyer batteria 
Dino Rubino pianoforte e Fender Rhodes
Federico Malaman basso elettrico
Filippo Vignato trombone, multieffetti, synth
Marco Bardoscia contrabbasso
Stefano Bagnoli batteria 

regia Andrea Bernard
new media artist Marco UsuelliAlexandre Cayuela
disegno luci Marco Alba
costumi Elena Beccaro
produzione Teatro Stabile di Bolzano

Photo © Tommaso Le Pera

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