L I V E – R E P O R T


Articolo e immagini sonore di Daniela Pontello

Se c’è una cosa che gli Yard Act sanno fare, è trasformare l’ansia sociale, la frustrazione politica e il disincanto post-Brexit in un gigantesco, irresistibile festone. Sul palco dei Magazzini Generali, la band capitanata da James Smith ha dimostrato che il post-punk non deve per forza essere cupo o compiaciuto: può essere sfacciato, colorato, incredibilmente ballabile e, soprattutto, intelligente. Dimenticate i cliché del genere. Dal vivo, il quartetto (espanso a quintetto con l’aggiunta di tastiere e sassofono) si muove su coordinate che mischiano le spigolosità dei Fall, i groove funk di matrice LCD Soundsystem e i beat dei Gorillaz.
Il frontman James Smith è un affabulatore nato: con la sua aria da impiegato del British Council prestato al rock’n’roll e un flow parlato che spara parole a una velocità impressionante, guida il pubblico con fare teatrale e beffardo. Non c’è barriera linguistica che tenga: la sua mimica facciale, l’autoironia e l’energia fisica contagiosa trascinano!

La scaletta è un viaggio verticale attraverso la discografia della band, alternando i tormentoni del debutto The Overload alle aperture melodiche e dance del fortunato Where’s My Utopia? e dei brani più recenti:

New Beginnings
Cherophobe Rock
We Make Hits
Thrill of the Chase
When the Laughter Stops
Empty Pledges
Redeemer
Pour another
Tall tales
Dark days
The Overload
The Trench Coat Museum
100% Endurance
You’re Gonna Need a Little Music
The Trapper’s Pelts

Il pubblico dei Magazzini Generali, un mix perfetto di hipster irriducibili, fan della prima ora e curiosi del sound inglese, ha risposto con un entusiasmo contagioso. I momenti di picco collettivo si sono registrati sulle accelerazioni ritmiche di We Make Hits e sui brani cardine come The Overload, dove il parterre si è trasformato in un pogo amichevole e liberatorio. Tra una canzone e l’altra, volti sudati e sguardi d’intesa tra gli spettatori sembravano urlare la stessa frase: “Ma la sentite anche voi questa roba?” La sensazione generale è quella di assistere a uno show in cui la band non si prende mai troppo sul serio, ma suona con una precisione e una dedizione sbalorditive. Ascoltare brani come The Overload dal vivo restituisce intatta la satira tagliente di Smith sui “ricchi ansiosi” e sulle contraddizioni della classe operaia inglese. Con la magnifica esecuzione di 100% Endurance (brano che nella sua versione originale vanta la benedizione di Sir Elton John), la band ha ricordato a tutti il senso profondo del loro repertorio: la vita fa spesso acqua da tutte le parti, il mondo brucia, ma “la morte verrà a prenderci tutti, ma non stasera”.

L’evoluzione degli Yard Act è uno degli esempi più fulminei e coraggiosi di come una band possa prendere le distanze dalla propria etichetta iniziale senza perdere un grammo della propria identità. In pochissimi anni, il quartetto di Leeds è passato dall’essere la “nuova promessa del post-punk anglosassone” a un collettivo eclettico e impossibile da recintare in un unico genere.
Il punto di partenza è il loro album d’esordio, The Overload (2022). Musicalmente, quel disco rispondeva pienamente ai canoni del revival post-punk britannico del periodo (sulla scia di band come IDLES o Shame): linee di basso spigolose, chitarre affilate, batteria dritta e marziale e l’impostazione vocale in puro stile spoken-word.

Come ha ammesso lo stesso James Smith, i primi pezzi nascevano spesso al computer (loop di drum machine e campionamenti abbozzati su laptop), riflettendo un’estetica volutamente claustrofobica e urbana. I testi erano un flusso di coscienza incentrato su archetipi sociali britannici (il palazzinaro cinico, il provinciale frustrato, il conservatorismo populista). Canzoni come la title-track The Overload o Tall Poppies usavano la lente della narrazione cinica e tagliente per denunciare il declino economico e morale della classe media inglese. Con il secondo album, Where’s My Utopia? (2024), la band ha letteralmente dato fuoco al manuale delle regole del post-punk ortodosso. Spaventati dall’idea di diventare una copia sbiadita di se stessi, gli Yard Act hanno aperto le porte a un arcobaleno di influenze: dall’Italo-disco anni ’70 all’hip-hop old school, dal funk al pop orchestrale. Le chitarre spigolose hanno lasciato spesso spazio a sezioni d’archi, cori gospel, tastiere funky e ritmiche ballabili. Nei testi se prima James Smith puntava il dito esclusivamente verso l’esterno (la società, la politica, i ricchi egoisti), in Where’s My Utopia? sposta lo sguardo all’interno. Con un’enorme dose di autoironia, l’autore mette alla berlina le proprie insicurezze post-successo, la paternità, i sensi di colpa legati alla nuova condizione economica e la paura di essere un bluff.

Il vero banco di prova di questa evoluzione è il palco – come si è visto chiaramente ai Magazzini Generali. Se all’inizio la band doveva “inseguire” la struttura rigida dei beat elettronici del primo disco, oggi l’ingresso stabile di elementi come il sassofono e le tastiere ha reso l’impasto sonoro molto più organico, caldo e imprevedibile. Gli Yard Act hanno smesso di suonare come quattro ragazzi arrabbiati chiusi in una stanza a guardare le brutte notizie in TV, trasformandosi in una vera e propria groove band teatrale, capace di fare satira politica facendoti ballare sopra i problemi del mondo. Un concerto che conferma gli Yard Act non come l’ennesima meteora post-punk, ma come una solida, intelligentissima certezza della musica britannica contemporanea.

Immagini sonore © Daniela Pontello

Lascia un commento

In evidenza

Scopri di più da Off Topic Magazine

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere