R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Bamako è l’inquieta capitale del Mali. Proprio qualche giorno prima di scrivere questa recensione, un attacco jihadista ha colpito alcune istituzioni della città, provocando un’ottantina di vittime. Per contro Chicago è stata la città dei “Giorni della Rabbia” studentesca del 1968, dove si protestava contro la guerra del Vietnam. Ed è la culla del Chicago-Style per quello che riguarda il blues elettrico, una musica che per definizione non è certo esente da frustrazione e dolore. Questo metaforico ponte culturale rappresentato dall’album di Nicole Mitchell e Ballaké Sissoko, Bamako*Chicago Sound System, costruito a colpi di suggestioni armoniche e sonorità per lo più acustiche, nelle intenzioni dovrebbe mescolare l’anima di due culture diverse e geograficamente lontane, anche se entrambe accomunate dallo stesso trauma diasporico originario. L’impegno è encomiabile, il tentativo coraggioso e dal punto di vista musicale qualitativamente notevole. Ma giocoforza gli avvenimenti politici rendono difficile universalizzare questo progetto di comunicazione, anche se forse diverrà – un giorno – non impossibile.

Diciamo subito che l’equilibrio tra le due città sembra pendere – almeno nella prima metà dell’album – a favore di Bamako. Questo lavoro si evidenzia come una vera e propria testimonianza del livello attuale della musica proveniente dall’Africa occidentale. Però l’apporto chicagoiano pare ben rappresentato, perché Nicole Mitchell, il chitarrista Jeff Parker, il percussionista JoVia Armstrong e saltuariamente il contrabbasso di Joshua Abrams – vedi qui e qui – fanno parte della mitica AACM –  Association for the Advancement of Creative Musicians – creata nel 1965. E in effetti, negli ultimi tre brani dell’album, la componente statunitense si avverte maggiormente, soprattutto con This Moment dove la tendenza improvvisativa ci porta lungo un viaggio di circa quindici minuti, nel tentativo, comunque sia, di attraversare e superare le reciproche limitazioni geografiche. Lo sforzo, quindi, di fondere musicalmente le due istanze riesce bene, anche se com’era plausibile aspettarsi non in modo assoluto. In alcuni punti, infatti, le parti sembrano procedere separatamente e fondersi in maniera un po’ forzata ma la motivazione basale non viene mai tradita. La ricerca di spazi comuni espressivi la si avverte come tensione sotterranea, un brontolio tellurico che pur nelle naturali e prevedibili difficoltà, fa sì che non si smetta di credere nel ponte culturale a cui si faceva riferimento poco sopra. La formazione complessiva comprende Nicole Mitchell al flauto, Ballaké Sissoko alla kora, Fatim Kouyate e Mankwe Ndosi sono le due cantanti, Jeff Parker è alla chitarra elettrica, Fassery Dianbaté al balafon – strumento percussivo somigliante allo xilofono – Joshua Abrams al basso e JoVia Armstrong alle percussioni. Il nucleo fondamentale di questo gruppo è costituito dal tocco delle corde della kora e dalla delicatezza del suo suono cristallino, sopra cui si sovrappone il balafon che realizza nello stesso momento un contributo armonico e ritmico. Tra questi due strumenti portanti s’inserisce il melodico flauto della Mitchell e frequentemente la chitarra di Parker con prevalenti funzioni ritmiche d’appoggio ma l’elemento emotivamente trainante è la parte vocale, con le voci emozionanti delle due vocalist. Le strutture musicali sono piuttosto lineari, ordinate, melodicamente avvolgenti e incantatorie. Posseggono quell’immaginario esotico e sereno che piace tanto all’Occidente, anche quando quest’ultimo tende ad oscurare, per motivi di comodo e di pigrizia, il travaglio passato e presente di molte popolazioni africane.

Bamako Chicago, come brano d’apertura, soddisfa tutte le aspettative, con un giro armonico di base in tonalità minore che si ripete continuamente nei due accordi distanti una quarta giusta tra loro. Kora e balafon, con gli strappi ritmici della chitarra elettrica, intessono la struttura d’appoggio sulla quale il canto delle due vocalist si allunga dolcemente. Il flauto passa attraverso tutto questo come l’aliseo Harmattan mentre Diabaté si lancia sulle note secche del balafon in un lungo assolo. Verso metà brano tutto si trasforma letteralmente in una sorta di talkin’ blues che devia l’attenzione verso il continente nordamericano, avvicinandoci a Chicago in un tripudio di percussioni e svisate chitarristiche secondo schemi pentatonici. Il finale sembra addirittura la coda di un brano soul. Doname è introdotto e guidato da un giro di contrabbasso, anch’esso reiterato – la ripetizione dei temi e/o delle architetture d’accompagnamento sono una caratteristica di molte musiche d’ispirazione popolare, non solo africana –  che s’intreccia al balafon, alla kora e alla chitarra, con in aggiunta l’intervento arioso dell’ottimo flauto della Mitchell. Ancora le voci delle cantanti che procedono ora in solitudine e altrove in coppia, prima che Sissoko imposti un assolo al suo strumento. L’assetto melodico procede circolarmente, a cadenze regolari e delicate, fino ad esaurirsi nella coralità vocale del finale. Da notare il lavoro dei colori aggiunti dagli strumenti idiofoni. Kanù si presenta con qualche gioco introduttivo di balafon fino a quando il tutto si stabilizza sulla ormai solita circolarità strumentale. Il brano possiede vocalmente un animo apparentemente più candido con il flauto che insieme alla kora e alla chitarra accennano ad un movimento tematico all’unisono. Poi anche la stessa Mitchell utilizza i suo strumento come funzione ritmica fino a quando si concede un assolo quasi liberatorio soffiando energeticamente – e meno dolcemente – nel suo flauto. Dopodiché anch’ella arretra ritornando nelle retrovie, prima della conclusione del canto, riproponendosi con gli altri strumenti nello stesso tema all’unisono comparso inizialmente.

Tolotai potrebbe essere molto Bamako e poco Chicago, se non fosse per gli accenni solistici piene di note blu che riempiono il flauto della Mitchell. Lo svolgersi dell’accompagnamento si concretizza sempre su forme rientranti, in questo brano innescate dall’abituale sostegno del balafon, della chitarra e della kora. Il canto, con le sue sfumature fonetiche, resta ancorato nelle vicinanze dello spirito maliano. Spicy Jambalaya mischia le carte rendendo più labili i confini tra il Mali e gli USA. La chitarra e la kora, all’unisono, sembrano impostare quasi una danza, confidando anche sul supporto sempre presente del balafon. Il tema iniziale mi ha rammentato il Don Cherry del ’75 nel suo Brown Rice ma è sempre la Mitchell che con il flauto cosparge il brano di note jazzate, coadiuvata dal basso di Abrams. Il coro femminile, avvolto dai ritmi incalzanti delle percussioni e poi dalla ragnatela di note chitarristiche che s’inerpicano in scale dissonanti, accenna al ricordo di qualche frammento dell’afro-futurismo di Sun Ra. Il gioco si spinge oltre, con un assolo di Diabaté e un convinto handclap sottostante fino a quando risale alla ribalta il coro, insieme a un nuovo unisono strumentale proprio in chiusura del brano. Tara è una strana melodia, a metà tra una cadenza infantile e una danza medioevale (!!). L’aria è soave, molto percussiva, con gli strumenti impegnati a sostenere il naturale movimento ritmico e un assolo luminoso di kora che precede le voci verso il finale. This Moment è uno dei pezzi forti dell’album. La tradizione maliana si compenetra nel jazz chicagoiano per circa quindici minuti, quasi giocando a nascondino tra il wha-wha della chitarra e il cantato molto soul. A tratti rispunta la kora e la ritmica più afro sembra prevalere ma se ascoltiamo con attenzione l’assolo di Diabaté al balafon ci accorgiamo come le sue note siano molto più jazzate di quanto non ci si aspetti. Uno stacco a circa un terzo del percorso si manifesta con gli accordi di Parker, di nuovo con il canto soul e il flauto che dichiara la sua fede jazzistica senza compromessi. Arriviamo a metà brano dopo che Mitchell ha seguito le orme un po’ di Roland Kirk e un po’ di Eric Dolphy. Da qui in poi affiora un’improvvisazione libera, con il contrabbasso che cerca inizialmente di mettere ordine con un semplice riff somigliante a un battito cardiaco. Una voce procede per proprio conto raschiando di gola e in un secondo tempo anche Abrams se ne va per la tangente. Ma quando sembra che tutti abbiano perso il filo del discorso, ritorna la parte più maliana impostando una melodia molto piacevole, con una kora che si fonde insieme agli accordi di Parker ed il flauto che volteggia tra il canto e i ritmi compositi. Insomma, è un continuo mescolarsi e separarsi in mezzo alle due tensioni musicali, con qualche momento incerto che mette a nudo l’ambizione del progetto di questa fusione culturale e musicale. Se Wa Kole, dopo una turbinosa scala di note al balafon parrebbe riportarci entro i confini della terra d’Africa ma la chitarra quasi rabbiosa di Parker ricorda che il fine di questo album è un altro, cioè quello che si è già abbondantemente segnalato nel brano precedente, di travalicare quindi ogni barriera affiancando tradizioni e anime musicali differenti. Vulnerable, con la voce sofferta di Mankwe Ndosi, sembra un blues di una rediviva Billie Holiday accompagnata dalla chitarra lunare di Parker. E l’illusione iniziale, fino a metà brano, continua con il modernissimo assolo di kora di Sissoko. Poi, come spesso succede in questo album, timidamente la traccia piega verso le coste africane con una curiosa e affascinante trasmutazione di un blues in una lamentatio maliana.

Questo Bamako*Chicago Sound System va ascoltato con cuore aperto e con la mente sintonica rispetto all’idea che lo anima. Il fraseggio ciclico e picchiettante degli strumenti, quando sono in fase africana, si trasforma in variabili jazzate se ci si avvicina al mood americano ma lo sforzo della coppia Mitchell-Sissoko pare essere quello di ridurre non tanto i contrasti timbrici e tonali, ma di creare dei legami simbolici tra emotività diverse. Lo dimostra il passaggio, quasi spontaneo, dal canto costruito sui pedali elegiaci della musica del Mali e la divagazione dissonante del blues, tanto che a volte sembra quasi che sia uno la continuazione ideale dell’altro.

Tracklist:
01. Bamako Chicago (08:21)
02. Doname (04:44)
03. Kanu (04:48)
04. Tolotai (04:37)
05. Spicy Jambalaya (07:28)
06. Tara (04:01)
07. This Moment (14:47)
08. Se Wa Kole (04:20)
09. Vulnerable (09:21)

2 risposte a “Nicole Mitchell and Ballaké Sissoko – Bamako*Chicago Sound System (FPE Records, 2024)”

  1. […] Sissoko ha pubblicato recentemente il sostanzioso album Bamako Chicago Sound System – leggi qui. Tutto questo per ribadire come sia infrequente poter ascoltare una combinazione di questo calibro […]

  2. […] con Nicole Mitchell e Ballakè Sissoko e col trombettista Rob Mazurek – vedi rispettivamente qui e qui – nonché per le partecipazioni agli album di Daniel Villareal, Meshell Ndegeocello, […]

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