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Anteloper – Pink Dolphins (International Anthem, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Cominciamo dal Pink Dolphin e non solo perché è il titolo o perché è raffigurato in maniera psichedelica e naif sulla copertina del disco (continuo ostinatamente a chiamare disco ogni prodotto musicale anche su altri supporti), ma anche perché è una creatura incredibile, nel senso che è difficile credere alla sua esistenza e, non so perché, mi sembra somigliare molto a Jaimie Branch. Un delfino di acqua dolce che vive (almeno per ora) e risale i fiumi dell’Amazzonia. A dire la verità Jason Nazary e Jaimie sembrano anche loro essere “bestie rare“: entrambi hanno una “militanza” nella musica e nella cultura punk ed entrambi sembrano “pesci fuor d’acqua”. Sì, lo so il delfino è un mammifero, ma diversamente la metafora non stava in piedi. Nuotano in acque che stanno tra il jazz e qualcos’altro, anzi tra qualcos’altro e il jazz, ma questo importa solo a chi vende i dischi e non sa dove collocare lo splendido Pink Dolphins loro ultima fatica, con Jaimie Branch alla tromba, elettronica, percussioni e voce, Jason Nazary alla batteria e synth e Jeff Parker al basso e chitarra. L’antilope è un’altra creatura che per ragioni diverse attrae i due musicisti, che detto per inciso saranno al Teatro dell’Arte di Milano il prossimo ottobre. L’antilope è meno socievole del delfino, ma è anch’esso un animale gentile.

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Greg Spero – The Chicago Experiment (Ropeadope Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Non potrei dire che la musica di Greg Spero & Co. sia completamente nuova perché in questo The Chicago Experiment, dove si ascolta un po’ di tutto, ogni cosa è stata masticata e ben digerita, dall’hip hop al soul, dal nu jazz al funky groove fino al free jazz che proprio a Chicago ha vissuto momenti gloriosi con l’Art Ensemble e l’AACM. Comunque sia, sarà l’impressione rilassata che questo album riesce a trasmettere o la mia personale convinzione ma questa musica potrebbe essere, in un certo senso, molto rappresentativa di questo secolo. The Chicago Experiment ha un fascino ammaliante, insinuante ed etereo che s’appropria dei nostri sensi pian piano senza un’apparente ragione strategica. Perché è certo che questo lavoro, una volta che proviamo a smontarlo, mostra delle singole parti che già conosciamo e che abbiamo ascoltato e metabolizzato da tempo. Però, una volta ricomposto l’intero, ci accorgiamo che la totalità ha un significato maggiore della somma dei frammenti ricomposti. L’interessante figura di Greg Spero, pianista di Chicago a cui è stato affidato il compito di organizzare questo Experiment, non è solo musicista compositore maanche proprietario a sua volta di una piccola etichetta musicale, la Tiny Room. Inoltre è un esperto di tecnologie digitali e di NFT (Token non fungibili), cioè strumenti assolutamente virtuali in grado però di certificare l’appartenenza e il copyright digitale di artisti che lavorano sul web. Occorre spendere due parole sulle motivazioni presenti alla base di questo album. La casa discografica americana Ropeadope – in realtà originata da un consorzio tra diverse etichette – ha ideato un progetto a largo raggio circa vent’anni fa con l’intento di dedicare una serie di “esperimenti” musicali a qualcuna delle città USA più rappresentative nell’ambito del jazz, assemblando e pianificando una serie di session e utilizzando musicisti che si muovono nell’area delle città designate. Così si è iniziato col Philadelphia Experiment nel 2001 con Christian McBride, Uri Caine e Pat Martino e si è proseguito nel 2003 con il Detroit Experiment che vedeva la partecipazione di Geri Allen, Amp Fiddler e Karriem Riggins. Nel 2007 Ropeadope fa uscire Harlem Experiment ma dopo di questo c’e stato un silenzio durato quattordici anni fino ad oggi.

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