R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
L’esordio da titolare del ventottenne pianista texano Paul Cornish mi sembra qualcosa di più che un semplice debutto di buon auspicio, come qualcuno ha scritto sulla stampa estera. Cornish non entra infatti sulla scena musicale jazzistica in punta di piedi ma spalanca la porta del suo debutto su Blue Note con un pianoforte che non è mai compiacente e che spesso s’increspa con moti ondosi agitati alternati ad altri più tranquilli, in un insieme armonico non sempre facilmente prevedibile. Della bravura di questo musicista ne avevamo colto le avvisaglie già a partire dal 2021 con la sua partecipazione all’album This Is me, This is Us del vibrafonista Jalen Baker – vedi qui – replicando poi l’accoppiata con lo stesso Baker un paio d’anni dopo in Be Still (2023) – leggi qui. Ma la conferma della classe di Cornish avviene giusto quest’anno, affiancando il sassofonista Joshua Redman nel suo lavoro Words fall Short – vedi qui. You’re Exaggerating! è quindi il biglietto da visita ufficiale di questo pianista di Houston, nove tracce di orbite irregolari attorno a tradizione e innovazione, lasciando che il suo mondo fiorisca di invenzioni sonore e riferimenti ad altri pianisti generalmente altrettanto giovani e contemporanei, instaurando relazioni ideali per altro riconosciute dallo stesso Cornish. “Quei primi dischi di Robert Glasper per la Blue Note… sono stati la mia prima finestra su questa eredità di cui faccio parte“, afferma Cornish. “Considero Jason Moran il catalizzatore, e Glasper… ci ha aggiunto qualcosa di completamente nuovo…”

Con You’re Exaggerating!, quindi, Paul Cornish propone un gesto inaugurale che si situa al crocevia tra continuità e innovazione, delineando un orizzonte espressivo che difficilmente può essere ricondotto a categorie canoniche. Il pianista texano, formatosi nella fertile, palingenetica tradizione houstoniana, elabora qui un linguaggio che procede per deviazioni, sospeso tra sedimentazioni di memoria e una radicale apertura verso ciò che oltrepassa la norma. Chi lo aveva ascoltato da “gregario” nelle precedenti collaborazioni a cui abbiamo sopra accennato, potrebbe non essere preparato a questa esplosione di creatività. La sua genealogia texana si sente, certo, e i fantasmi di Moran, Glasper, James Francies lo accompagnano con una certa costanza. Cornish comunque non li idolatra, preferendo introiettarli e facendosi ispirare quel tanto che basta, non avendo tra l’altro in questo album i ruoli di abbellimento che ha avuto in passato accompagnando altri musicisti. Il metabolismo di questi modelli avviene affondando il pedale con la partecipazione della reattività di Joshua Crumbly al basso e Jonathan Pinson alla batteria, costruendo una zibaldonesca mostra di variabili melodico-armoniche e ritmiche che ha più a che fare con la possessione dionisiaca che non con un puro progetto formale. E in un brano spunta a sorpresa la chitarra di Jeff Parker, tra i musicisti della sei corde più gettonati del momento – digitando il suo nome nell’apposito banner di Off Topic troverete oltre una quindicina di riferimenti – per ricordarci che le incursioni nel politropismo della creatività non hanno confini. L’ascolto dell’album suggerisce una dialettica tra contemplazione e turbolenze, tra lirismo melodico con evidenti influssi classici e pianismo percussivo più in linea con certa consolidata tradizione Blue Note. La musica del trio si manifesta attraverso campi di forze in continua riconfigurazione, dove il tempo musicale, lungi dall’essere un fondamento stabile, diventa materia plastica, continuamente compressa e dilatata. Una vaga dimensione di eleganza distaccata emerge in passaggi più analitici, quasi clinici nella loro precisione ritmica ma a questa glaciale lucidità si contrappone una tensione espressiva che tradisce il legame mai reciso con la tradizione nera e con la chiesastica, adolescenziale esperienza comunitaria del fare musica insieme, nonostante in questo album si registri, più che in altri lavori contemporanei, una certa preponderanza dello strumento principale rispetto alla ritmica. In effetti Cornish non solo non rifiuta la tradizione stessa ma la interroga attraverso una prurigine di curiosità sperimentale che apre a un’incursione nel campo eterogeneo della creatività. Qui, la sua relativa, occasionale stranezza non è effetto decorativo, bensì è un principio strutturante, un modo di pensare il jazz come pratica che scompone e ricompone i codici dell’ascolto.
Si comincia con DB song – cioè Drum and Bass Song – quasi una forma di delirio controllato in cui mutano tempi e dinamiche fino a trasformarsi in una corsa acida che esplode e si riassesta. Eppure le fasi iniziali sembrano classicamente melodiche, con quell’arpeggio reiterato policromo e gli interventi di contrabbasso e batteria che accompagnano il pianoforte con discrezione. Ma dopo il minuto e trenta, l’improvvisazione prende il comando e Cornish comincia ad esplorare i limiti melodici e armonici con cui si trova a che fare. La ritmica aumenta le proprie dinamiche, almeno fino alla parte finale del brano dove tutto rientra, rallentando e ricollegandosi alle origini. Quieinxiety è una narrazione instabile, vulcanica e guizzante, che però non rifiuta il confronto melodico, soprattutto nell’esposizione tematica iniziale. La ritmica imperversa, diviene addirittura deflagrante in taluni momenti, calmandosi solo con l’inizio dell’improvvisazione pianistica. L’esteso monologo alla tastiera – l’impressione è che Cornish, più che seguire sullo stesso livello i propri partner, venga invece tallonato a vista da Crumbly e Pinson – fa apprezzare la fluidità di fraseggio e la sua notevole tecnica esecutiva. Star is Born ha un volto duplice e quasi sofisticamente antipodico. Inizia infatti con cadenze classiche barocche per poi deviare verso l’avanguardia atonale, con l’abbrivio di un paio di accordi dissonanti nella parte grave della tastiera. Successivamente si cerca un qualche rapporto tra percorso iniziale e sviluppo, non riuscendo però ad evitare qualche secca con effettivo incaglio, dove sembra peraltro che lo sviluppo del brano rischi a tratti di diventare aleatorio.

Slow Song si annuncia al piano solo con qualche accordo d’acquerello sonoro ed un tema che mi ha ricordato il classico It Never Entered My Mind. Si tratta infatti di uno tra i brani migliori di questo album, trattato e percorso in solitudine da Cornish con un profilo evidentemente introvertito e riflessivo. Anche se, nell’improvvisazione, si manifesta il desiderio di allargare l’ipotesi melodica con un procedere labirintico ma comunque tonale, con escursioni nelle lande di un jazz che si sistema tra Mehldau e Corea. 5AM è una traccia deliziosa suonata inizialmente con attenta delicatezza da tutti e tre i musicisti. L’effusione melodica continua anche con l’improvvisazione pianistica, brevi frasi rapsodiche inanellate sopra la notevole struttura ritmica, tra gli argentei giochi di piatti di Pinson e l’assoluta attinenza, confidenzialmente malinconica, degli interventi di contrabbasso. Tra le tracce migliori dell’album. Più veloce e scintillante di cinetica eleganza è Dinosaur Song. Anche in questo caso l’intenzione direzionale del brano subisce diversi, decisi cambi dopo l’esposizione iniziale del tema. Si avverte però l’instabilità dinamica e ritmica con la marea montante della batteria che lavora in mitraglianti backbeat, mentre Cornish corre per la tastiera fino all’arresto improvviso del brano sul finale. Palindrome ospita la chitarra di Jeff Parker che percorre brevi frasi all’unisono con il pianoforte e qui, nonostante la fama di musicista avant-garde che accompagna lo stesso Parker, si respira paradossalmente un’aria più tradizionale, tale da richiamare alla mente qualche passaggio alla Jim Hall o addirittura da ricordare Wes Montgomery. Questo connubio tradisce un poco le aspettative di contemporaneità ma in cambio ci regala l’erotico piacere di un post-bop moderato, con qualche venatura bluesy. Queen Geri, dedicato ed ispirato alla pianista Geri Allen, scomparsa nel 2017, lungi dall’essere un vulnerabile e afflitto pensiero ad memoriam, è invece una dedica scintillante, uno scoppiettio di ritmi incalzanti che ricordano la propensione all’avanguardia della pianista di Pontiac. Eccitante il dialogo ossessivo nel finale tra la batteria esplosiva e le frasi reiteratamente percussive del pianismo di Cornish. Chiude Modus Operandi, un curioso contrappunto pianistico che sembra ispirarsi ad un certo classicismo, sempre comunque sorretto da una ritmica all’altezza. Abbiamo a questo punto capito in parte la tecnica d’improvvisazione di Cornish, che preferisce spesso legare tra loro frasi frammentate e brevi per creare via via un collage più composito. Anche se, personalmente, questo brano non mi ha convinto come la gran parte dei precedenti.
Non saprei dire se questo You’re Exaggerating! sia da ritenersi in corsa per ridefinire le usuali coordinate sonore del jazz statunitense. D’altra parte non è vero che Cornish stia esagerando così come suggerito dal titolo. Semplicemente questo musicista appare troppo vitale per restare all’interno dei confini rassicuranti di un jazz da salotto. In questo senso, You’re Exaggerating! non è semplicemente il debutto di un nuovo autore Blue Note, ma un atto di filosofia musicale, una testimonianza del fatto che gli enigmatici musicisti della nuova generazione non cercano più esclusivamente la rassicurazione dell’ordine post bop, ma abitano, consapevolmente, uno spazio contemporaneo che non ha dimenticato la melodia, pur nell’ambito delle loro derive colte e perché no, anche talora imprevedibilmente malinconiche. Ogni brano è una scheggia un po’ tagliente, e per questo si può dire che Cornish ci lasci in bilico, talora disturbati, altre volte affascinati ma ad ogni modo consapevoli che la sua musica è di per sé, contemporaneamente, veleno ed antidoto spirituale.
Tracklist:
01. DB Song (05:33)
02. Queinxiety (03:50)
03. Star Is Born (04:36)
04. Slow Song (05:29)
05. 5AM (05:17)
06. Dinosaur Song (03:06)
07. Palindrome (feat. Jeff Parker) (05:22)
08. Queen Geri (04:13)
09. Modus Operandi (04:22)
Photo 1 © Piper Ferguson, 2 © Shayan Asgharnia




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