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Blue Note Records

Melissa Aldana – 12 Stars (Blue Note Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Oltre ad aver avuto gli stessi natali di Alejandro Jodorowsky, Melissa Aldana ha in comune con il Maestro cileno un certo interesse per la lettura dei Tarocchi. Ma, come osservava Jung, non sono le carte a parlare, quanto le dinamiche emozionali di chi le interroga. In effetti il titolo 12 Stars del suo ultimo album si riferisce all’arcano maggiore dell’Imperatrice che possiede, nella sua raffigurazione, una corona sul capo con dodici stelle. Perché e percome la sassofonista Aldana abbia consultato queste carte rientra nell’intimo delle sue scelte personali. Quello che invece ci può riguardare è l’impressione all’ascolto di questo album, la sesta produzione discografica della musicista cilena ma la prima in assoluto per Blue Note. Diciamo subito che se non avessi saputo dell’origine sudamericana di quest’artista – che ora risiede a New York – mai avrei potuto intuire qualsivoglia traccia di latinità nella sua musica. Se qualche fugace frammento di tradizione poteva essere rimasto tra le righe, soprattutto nelle ritmiche percussive del suo importante lavoro uscito nel 2014 – Melissa Aldane & Crash Trio – la sua techne odiernaè totalmente ed integralmente statunitense. Ella dimostra così di aver assimilato completamente la lezione dei suoi maestri del Berklee di Boston e mi riferisco a personaggi come Joe Lovano, George Garzone e Greg Osby, mentre il suo mentore a New York è stato soprattutto George Coleman. Il jazz della Aldana è un distillato di essenze alcoliche che tende ad allontanarsi dai classicismi con cognizione di causa, in quanto la sua musica è frutto di una ricerca consapevole che mira a prendere le distanze dai comuni cliché compositivi tradizionali. Non che la sassofonista voglia far terra bruciata dietro di sé ma dopo aver assimilato la lezione di tutti i suoi maestri – ne ha avuti tanti e tutti buoni – all’età di 34 anni decide di percorrere la propria strada fino in fondo. A dire il vero le idee chiare, Aldana, le ha avute da subito e riuscendo a rintracciare qualche lavoro del passato ci si può rendere immediatamente conto della sua capacità di inseguire una certa complessità, senza alcuna compiacenza, che la rende però autonoma ed estranea ad ogni mainstream. Per esempio, il già citato lavoro in Crash Trio testimonia un coraggio ed un’abilità insolita per una giovane musicista, ricordando che quando un sax si esibisce con contrabbasso e batteria, senza altri strumenti in grado di creare verticalizzazioni armoniche, il solista si trova ad esporsi “senza rete”, e quindi al rischio di caduta. Il fatto che Aldana suoni il tenore non è da intendersi come scelta radicale, dato che inizialmente la sua preferenza era per il contralto e quindi l’opzione del cambiamento timbrico è frutto di un’esigenza progressiva ed espressiva di cui dobbiamo tener conto. Il suo suono è piuttosto dolce e ammorbidito, non ha bisogno delle usuali acidule e spigolose note che escono abitualmente da quei tenorsassofonisti più autoreferenziali.

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Joel Ross – The Parable of the Poet (Blue Note Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Il modo migliore per affrontare la nostra epoca, fortemente ripiegata su sé stessa, sembra essere quello di superare il progressivo nichilismo che ci avvolge come un velenoso rampicante. Per ogni verità che appaia tale se ne profila un’altra antitetica e la Musica, come l’arte in genere, avverte questo conflitto esprimendosi come può, suggerendo la speranza di qualche soluzione positiva. Su questa linea costruttiva si dimostra il vibrafonista Joel Ross, uno tra i riferimenti più luminosi dell’attuale, variegata scena jazzistica statunitense. Insieme ad altri nomi altrettanto risonanti, tra cui Immanuel Wilkins e Marquis Hill, Ross è protagonista di questa ultima prova dal titolo suggestivo, The Parable of The Poet. Un album complesso, a tratti scorrevole e tranquillo, in altri più turbinoso e agitato. Acque trasparenti e torbide che si alternano a testimonianza di come lo spirito del nostro Tempo sia tribolato e mutevole, con grande difficoltà nel reperire punti fermi, con avvenimenti che sembrano sempre sfuggire di mano da un momento all’altro. Ross ha l’idea che il limite tra musica scritta e improvvisata, una volta facilmente rintracciabile nel jazz come espressione di momenti separati – esposizione del tema, giro d’improvvisazioni, recupero del tema iniziale ecc – debba essere rivisto e riproposto in altra forma. Riascoltando le proprie improvvisazioni, Ross recupera da queste alcune frasi sonore su cui elabora una nuova scrittura per proporre poi il tutto in questa attuale veste, se vogliamo, di “recupero”. Una volta realizzato ciò, la musica viene proposta agli strumentisti – che hanno con lo stesso vibrafonista forti legami d’amicizia – su cui ciascuno elaborerà, al di là della lettura obbligata delle parti tematiche, una propria creazione estemporanea. Si ottiene così una dinamica ciclica dalle forti connotazioni emotive che teoricamente potrebbe continuare all’infinito. Al di là delle osservazioni tecniche, questo lavoro di Ross può essere visto in forma di suite, collegando idealmente i vari brani tra loro con quel substrato di corrente spirituale che scorre come un fiume sotterraneo tra i solchi del disco. Perché una delle vere ragioni di una musica come questa è il sentimento quasi religioso che si libera dalle note, come si trattasse di una preghiera, con le sue umanissime scorie di risentimento e di accesa speranza, di devozione e di pentimenti. Insomma, un unico, lungo gospel contemporaneo in cui il Poeta traccia la sua parabola con i mezzi a disposizione, in questo caso una musica che a tratti diventa bellissima e coinvolgente ed in altri momenti sembra annegare in stati di temporaneo smarrimento.

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Immanuel Wilkins – 7th Hand (Blue Note Records, 2022)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

C’è stato indubbiamente qualche importante cambiamento nel modo di pensare di Immanuel Wilkins. Niente di drammatico, per carità. Anzi, la musica di questo The 7th Hand è ancora più bella, se possibile, del precedente Omega, opera prima di grande spessore già considerata, a ragione, una delle più belle pagine esordienti nel jazz degli ultimi vent’anni. Ma se in Omega l’intenzione alla base dei brani era dichiaratamente un po’ polemica e critica nei confronti dell’allora situazione sociale della comunità nera – ricordiamo tutti i disordini e le violenze subite sotto la presidenza Trump – in The 7th hand si affaccia un aspetto nuovo, una tensione alla trascendenza che tende verosimilmente verso le geografie coltraniane. Il riferimento biblico già velatamente presente nel titolo dell’album, la copertina in b/n a metà tra l’ironico surrealismo felliniano e il ritualismo evangelico, sottolineano una flessione politica a favore di una crescita di coscienza religiosa, rimarcata dall’atteggiamento free che tramuta il finale in un’ “ascensione” psico-sonora che ricorda la fine degli anni ’60 e gli inturgidimenti spirituali del periodo. Sappiamo che Wilkins, come del resto aveva già operato nell’album precedente, ha progettato 7th hand come fosse una suite in cui i brani si continuano, almeno idealmente, uno con l’altro ma più pragmaticamente possiamo suddividere per comodità l’intero disco in due parti. La prima contiene sei brani di altissima qualità con il sax contralto di Wilkins che saetta come un lampo accecante, fraseggi stretti e allargati a secondo delle esigenze e con la stessa band essenziale di Omega che lo segue costruendo una ritmica ben tornita e avvolgente come raramente se ne ascoltano. La seconda parte, invece, è consacrata – lasciatemelo dire – all’ascetismo sull’impronta del Coltrane ultimo periodo. Ma l’intenzione di Wilkins, pare evidente, è la ricerca di un equilibrio tra l’Amore necessario a muovere il Mondo e la consapevolezza della difficoltà nel realizzarlo. Per questo la dimensione marcatamente free di Lift, quasi mezz’ora di improvvisazione che si prolunga nell’ultimo brano live Lighthouse, non è fine a sé stessa ma risuona come uno struggimento, un tentativo anche rabbioso di costruire un rapporto con una dimensione interiore sempre insidiato dalle circostanze contingenti, rapporto avvertito come una tensione irrinunciabile e che come tale viene raccontato da Wilkins e dalla sua band. Il fine di questa vertiginosa conflittualità è superare ogni opposizione e raggiungere così una dimensione nirvanica, uno stato di assenza dell’Io che permetta allo Spirito la sua discesa in una sorta di channelling illuminante. Ricordiamo i musicisti che accompagnano il leader che sono Daryl Jones al basso, Micah Thomas al piano e alle tastiere elettroniche, e Kweku Sumbry alla batteria. Completano l’ensemble Elena Pinderhughes al flauto e le percussioni del Farafina Kan Pecussione Ensemble.

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Johnathan Blake – Homeward Bound (Blue Note Records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Più che dal nome di Johnathan Blake, in questo disco sono stato attratto dalla presenza della coppia Immanuel Wilkins al sax alto e Joel Ross al vibrafono, due giovani jazzisti che mi hanno sempre molto coinvolto nella loro musica – una recensione su Joel Ross la trovate qui su Off Topic. Eppure il corpulento Blake è da dieci anni uno tra i batteristi più richiesti nell’ambito del jazz USA, vantando illustri militanze col quintetto di Tom Harrell dal 2010, ad esempio, e col trio di Kenny Barron dal 2016, oltre ad essere presente nel quartetto di Russell Malone. Figlio d’arte – il padre, John Blake jr. era un famoso violinista che aveva suonato con Groover Washington e McCoy Tyner – Johnathan arriva al quarto disco come titolare e debutta con questo Homeward Bound per la Blue Note. Nonostante l’album faccia riferimento, un po’ con la copertina e un po’ con un brano dedicato, ad un avvenimento drammatico – un folle che nel 2012 sparò fuori da una scuola elementare del Connecticut uccidendo ventisette persone tra bambini e insegnanti – lo svolgersi della musica è invece estremamente vitale dando origine ad un plastico impasto sonoro sospeso tra rilassatezza e tensione espressiva. A proposito del contributo di Wilkins e Ross, molto del loro modo di concepire la musica transita attraverso Homeward e lo si comprende in quella attitudine – ovviamente condivisa col resto della band – di creare isole asimmetriche in un contesto tutto sommato relativamente tradizionale. Sono sprazzi di astrazioni, macchie di colore a gocciolare su strutture di usuale compostezza formale.  Il gruppo di musicisti di cui ci occupiamo e che accompagna Blake si chiama Pentad ed è composta, oltre ai già citati Wilkins e Ross, anche da David Virelles al piano – già presente nell’ultimo lavoro di Andrew Cyrille, The News, di cui troverete la recensione qui – e Dezron Douglas al contrabbasso che abbiamo ascoltato nell’album di Brandee Younger, Somewhere Different, anch’esso recensito qui su Off Topic.

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Dr. Lonnie Smith – Breathe (Blue Note Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Esultate, o seguaci dell’organo Hammond!! Dr.Lonnie Smith torna su disco Blue Note dopo tre anni dall’ultimo lavoro, All in my mind edito nel 2018 con una nuova opera – Breathe – registrata come la precedente sempre dal vivo nello stesso locale di New York, il Jazz Standard. Certo, l’organico che lo accompagna in questi nuovi brani si è allargato rispetto a quello più essenziale dell’antecedente uscita discografica, diventando un potente settetto ricco di fiati. Inoltre compaiono in aggiunta, oltre alla parte live, due brani registrati in studio in cui Iggy Pop fa la sua apparizione come cantante, in apertura e chiusura del disco stesso. L’organo Hammond, frutto dell’invenzione dell’omonimo ingegnere americano, è uno strumento dal cuore caldo che ha costituito l’anima non solo del soul-jazz di Lonnie Smith e di altri suoi illustri colleghi come Jimmy Smith, Lou Bennett, Joey De Francesco, John Medeski tra gli altri, ma che ha ottenuto forse ancora più credito nel mondo del rock. Ricordo Brian Auger, Keith Emerson, Steve Winwood, Jon Lord, Rick Wakeman e insomma una pletora di artisti comprendendo anche gli italiani come Demetrio Stratos, Vittorio Nocenzi, Flavio Premoli, Tony Pagliuca, tutti musicisti che hanno utilizzato quest’organo soprattutto nel progressive, oltre che in ambito pop o soul. Il suono Hammond, reso ancor più affascinante dal sistema di amplificazione rotante chiamato popolarmente “Leslie, ha caratterizzato un’epoca piuttosto vasta della musica moderna, soprattutto tra gli anni ’60 e ’70, ma conservando ancora oggi una posizione di rilievo tra i vari strumenti elettronici, pur non essendo più tra le scelte espressive principali dei giovani tastieristi.

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Charles Lloyd & The Marvels – Tone Poem (Blue Note Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Credo che un musicista possa dirsi realizzato quando riesca a essere sempre se stesso, suonando quello che più gli piace, cambiando strada e compagni di viaggio ad ogni luna nuova, indipendentemente dagli impegni contrattuali con le etichette discografiche. In questo senso Charles Lloyd può dirsi un artista più che realizzato. Nella sua lunga carriera di sassofonista, oggi ultra ottantenne, Lloyd ha sempre mescolato le sue carte, trasvolando su generi musicali diversi senza mai perdere di dignità, anzi, arricchendo i luoghi di transito con la fantasiosa impronta dei suoi fiati, soprattutto sax tenore e flauto. Che sia un jazzista di provata fede non vi sono dubbi, tuttavia egli s’è spesso esposto alle radiazioni del rock, soprattutto in un arco temporale che copre la prima metà dei ’70, collaborando con alcune band tra le più accreditate del tempo, come ad esempio i Beach Boys, i Canned Heat e persino i Doors del breve periodo post morrisoniano. Con i Marvels, Lloyd paga il suo pegno al mondo del rock scegliendo paradossalmente di far del jazz con due chitarristi come Greg Leisz alla pedal steel guitar e Bill Frisell alla chitarra “eclettica”. Quest’ultimo è un altro spirito libero che ha incrociato la sua chitarra con artisti di numerose ed eterogenee esperienze, un po’ come Lloyd stesso, senza mai appendere il cappello al chiodo da nessuna parte. Questo Tone Poem si annuncia come il terzo disco insieme ai Marvels, con un organico che si completa assieme al bassista Reuben Rogers ed Eric Harland alla batteria, con l’assenza della voce di Lucinda Williams. In questo lavoro vi sono incise tracce composte dello stesso Lloyd ma vi sono anche versioni personali di due brani di Net Coleman, uno di Leonard Cohen, di Monk, di Gabor Szabo e del mitico pianista cubano Bola de Nieve, al secolo Villa Fernandez Ignacio Jacinto, detto anche “il pianista di Fidel”.

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Joe Chambers – Samba de Maracatu (Blue Note Records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

In un’ipotetica collocazione tra i jazzisti più significativi, dagli anni ’60 ad oggi, temo che Joe Chambers non verrebbe adeguatamente considerato. Il suo problema, se così possiamo chiamarlo, è stato quello di lavorare accanto a dei grandissimi nomi di artisti che scelsero lui come batterista ma che nel contempo, ovviamente non in modo consapevole, ne oscurarono giocoforza la personalità. Parliamo di pezzi da novanta come Archie Shepp, Wayne Shorter, Freddie Hubbard, Chick Corea, Charles Mingus, Miles Davis e l’elenco potrebbe tranquillamente prolungarsi per un bel po’. Negli anni ‘60 Chambers ha collaborato come sideman in una ventina di sessioni per la Blue Note, mantenendosi sempre fedele, anche con eccessiva modestia, al suo ruolo di cooperatore e nonostante le frequenti richieste posticipò di gran lunga la data del suo debutto come leader per l’etichetta newyorkese che avvenne solo nel 1998. Non così esuberante come altri batteristi all’Art Blackey né tantomeno raffinato come lo fu Paul Motian, Chambers ha comunque partecipato al successo del post-bebop forse come pochi altri prima e dopo di lui. Autore e band leader di almeno una decina e più di album egli si prodiga in questo Samba de Maracatu sia come batterista che come vibrafonista, coadiuvato dal piano di Brad Merritt, dal basso di Steve Haines, e dalle voci di Stephanie Jordan e Mc Parrain.

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Joel Ross – Who Are You? (Blue Note Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Un giovane vibrafonista di circa vent’anni che si fa accompagnare da musicisti altrettanto giovani, più o meno suoi coetanei ed ex compagni di studi, tra cui la persona più anziana – si fa per dire – è l’arpista Brandee Younger di trentasette anni. Questo è l’importante biglietto da visita di Joel Ross, un artista a tutto tondo, esperto batterista ed anche pianista ma che proprio col vibrafono è arrivato al suo secondo lavoro edito dalla benemerita Blue Note. Dopo il bell’esordio Kingmaker dello scorso anno è ora la volta di questo nuovissimo Who are you? in cui Ross si fa sostenere, tra gli altri, da Immanuel Wilkins al sax, autore da par suo di un pregevole lavoro d’esordio (Omega). Joel Ross viene da Chicago ma è nel calderone vitale di New York che comincia a suonare e a selezionare i musicisti che lo accompagneranno nei suoi due album. Non ci vuole molto a risalire alle influenze di questo artista che, per sua stessa ammissione, segnala Milt Jackson come principale ispiratore del suo approccio allo strumento.

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Ron Miles – Rainbow Sign (Blue Note Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Per approcciare Rainbow Sign, cioè l’ultimo lavoro del cornettista Ron Miles, bisogna avere l’accortezza di superare i primi novanta secondi di musica perché questi potrebbero indurci a formulare considerazioni completamente distopiche, almeno fino a quando tre o quattro delicati intermezzi di rullante e piatti non ci aprano la strada facendoci intuire la giusta direzione. Quei primissimi suoni iniziali che sembrano così rarefatti e casuali si organizzano ben presto in un insieme pieno di fascino, dopo aver richiesto al blues e a volte al rock tutti gli stimoli e i guizzi propositivi necessari per intraprendere la giusta strada. In effetti, Miles ha collaborato non solo con colleghi jazzisti ma anche con personalità provenienti dal mondo del rock, come Ginger Baker – chi non si ricorda dei Cream? – e come Joe Henry. Pulsa forte, il cuore di questo lavoro. Se ne avvertono i battiti affiorare sottopelle, se ne intuisce il flusso melodico. Si parla di momenti di grande, raffinata bellezza e di astratta rarefazione armonica.

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