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Blue Note Records

Dr. Lonnie Smith – Breathe (Blue Note Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Esultate, o seguaci dell’organo Hammond!! Dr.Lonnie Smith torna su disco Blue Note dopo tre anni dall’ultimo lavoro, All in my mind edito nel 2018 con una nuova opera – Breathe – registrata come la precedente sempre dal vivo nello stesso locale di New York, il Jazz Standard. Certo, l’organico che lo accompagna in questi nuovi brani si è allargato rispetto a quello più essenziale dell’antecedente uscita discografica, diventando un potente settetto ricco di fiati. Inoltre compaiono in aggiunta, oltre alla parte live, due brani registrati in studio in cui Iggy Pop fa la sua apparizione come cantante, in apertura e chiusura del disco stesso. L’organo Hammond, frutto dell’invenzione dell’omonimo ingegnere americano, è uno strumento dal cuore caldo che ha costituito l’anima non solo del soul-jazz di Lonnie Smith e di altri suoi illustri colleghi come Jimmy Smith, Lou Bennett, Joey De Francesco, John Medeski tra gli altri, ma che ha ottenuto forse ancora più credito nel mondo del rock. Ricordo Brian Auger, Keith Emerson, Steve Winwood, Jon Lord, Rick Wakeman e insomma una pletora di artisti comprendendo anche gli italiani come Demetrio Stratos, Vittorio Nocenzi, Flavio Premoli, Tony Pagliuca, tutti musicisti che hanno utilizzato quest’organo soprattutto nel progressive, oltre che in ambito pop o soul. Il suono Hammond, reso ancor più affascinante dal sistema di amplificazione rotante chiamato popolarmente “Leslie, ha caratterizzato un’epoca piuttosto vasta della musica moderna, soprattutto tra gli anni ’60 e ’70, ma conservando ancora oggi una posizione di rilievo tra i vari strumenti elettronici, pur non essendo più tra le scelte espressive principali dei giovani tastieristi.

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Charles Lloyd & The Marvels – Tone Poem (Blue Note Records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Credo che un musicista possa dirsi realizzato quando riesca a essere sempre se stesso, suonando quello che più gli piace, cambiando strada e compagni di viaggio ad ogni luna nuova, indipendentemente dagli impegni contrattuali con le etichette discografiche. In questo senso Charles Lloyd può dirsi un artista più che realizzato. Nella sua lunga carriera di sassofonista, oggi ultra ottantenne, Lloyd ha sempre mescolato le sue carte, trasvolando su generi musicali diversi senza mai perdere di dignità, anzi, arricchendo i luoghi di transito con la fantasiosa impronta dei suoi fiati, soprattutto sax tenore e flauto. Che sia un jazzista di provata fede non vi sono dubbi, tuttavia egli s’è spesso esposto alle radiazioni del rock, soprattutto in un arco temporale che copre la prima metà dei ’70, collaborando con alcune band tra le più accreditate del tempo, come ad esempio i Beach Boys, i Canned Heat e persino i Doors del breve periodo post morrisoniano. Con i Marvels, Lloyd paga il suo pegno al mondo del rock scegliendo paradossalmente di far del jazz con due chitarristi come Greg Leisz alla pedal steel guitar e Bill Frisell alla chitarra “eclettica”. Quest’ultimo è un altro spirito libero che ha incrociato la sua chitarra con artisti di numerose ed eterogenee esperienze, un po’ come Lloyd stesso, senza mai appendere il cappello al chiodo da nessuna parte. Questo Tone Poem si annuncia come il terzo disco insieme ai Marvels, con un organico che si completa assieme al bassista Reuben Rogers ed Eric Harland alla batteria, con l’assenza della voce di Lucinda Williams. In questo lavoro vi sono incise tracce composte dello stesso Lloyd ma vi sono anche versioni personali di due brani di Net Coleman, uno di Leonard Cohen, di Monk, di Gabor Szabo e del mitico pianista cubano Bola de Nieve, al secolo Villa Fernandez Ignacio Jacinto, detto anche “il pianista di Fidel”.

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Joe Chambers – Samba de Maracatu (Blue Note Records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

In un’ipotetica collocazione tra i jazzisti più significativi, dagli anni ’60 ad oggi, temo che Joe Chambers non verrebbe adeguatamente considerato. Il suo problema, se così possiamo chiamarlo, è stato quello di lavorare accanto a dei grandissimi nomi di artisti che scelsero lui come batterista ma che nel contempo, ovviamente non in modo consapevole, ne oscurarono giocoforza la personalità. Parliamo di pezzi da novanta come Archie Shepp, Wayne Shorter, Freddie Hubbard, Chick Corea, Charles Mingus, Miles Davis e l’elenco potrebbe tranquillamente prolungarsi per un bel po’. Negli anni ‘60 Chambers ha collaborato come sideman in una ventina di sessioni per la Blue Note, mantenendosi sempre fedele, anche con eccessiva modestia, al suo ruolo di cooperatore e nonostante le frequenti richieste posticipò di gran lunga la data del suo debutto come leader per l’etichetta newyorkese che avvenne solo nel 1998. Non così esuberante come altri batteristi all’Art Blackey né tantomeno raffinato come lo fu Paul Motian, Chambers ha comunque partecipato al successo del post-bebop forse come pochi altri prima e dopo di lui. Autore e band leader di almeno una decina e più di album egli si prodiga in questo Samba de Maracatu sia come batterista che come vibrafonista, coadiuvato dal piano di Brad Merritt, dal basso di Steve Haines, e dalle voci di Stephanie Jordan e Mc Parrain.

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Joel Ross – Who Are You? (Blue Note Records, 2020)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Un giovane vibrafonista di circa vent’anni che si fa accompagnare da musicisti altrettanto giovani, più o meno suoi coetanei ed ex compagni di studi, tra cui la persona più anziana – si fa per dire – è l’arpista Brandee Younger di trentasette anni. Questo è l’importante biglietto da visita di Joel Ross, un artista a tutto tondo, esperto batterista ed anche pianista ma che proprio col vibrafono è arrivato al suo secondo lavoro edito dalla benemerita Blue Note. Dopo il bell’esordio Kingmaker dello scorso anno è ora la volta di questo nuovissimo Who are you? in cui Ross si fa sostenere, tra gli altri, da Immanuel Wilkins al sax, autore da par suo di un pregevole lavoro d’esordio (Omega). Joel Ross viene da Chicago ma è nel calderone vitale di New York che comincia a suonare e a selezionare i musicisti che lo accompagneranno nei suoi due album. Non ci vuole molto a risalire alle influenze di questo artista che, per sua stessa ammissione, segnala Milt Jackson come principale ispiratore del suo approccio allo strumento.

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Ron Miles – Rainbow Sign (Blue Note Records, 2020)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Per approcciare Rainbow Sign, cioè l’ultimo lavoro del cornettista Ron Miles, bisogna avere l’accortezza di superare i primi novanta secondi di musica perché questi potrebbero indurci a formulare considerazioni completamente distopiche, almeno fino a quando tre o quattro delicati intermezzi di rullante e piatti non ci aprano la strada facendoci intuire la giusta direzione. Quei primissimi suoni iniziali che sembrano così rarefatti e casuali si organizzano ben presto in un insieme pieno di fascino, dopo aver richiesto al blues e a volte al rock tutti gli stimoli e i guizzi propositivi necessari per intraprendere la giusta strada. In effetti, Miles ha collaborato non solo con colleghi jazzisti ma anche con personalità provenienti dal mondo del rock, come Ginger Baker – chi non si ricorda dei Cream? – e come Joe Henry. Pulsa forte, il cuore di questo lavoro. Se ne avvertono i battiti affiorare sottopelle, se ne intuisce il flusso melodico. Si parla di momenti di grande, raffinata bellezza e di astratta rarefazione armonica.

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The Nels Cline Singers – Share The Wealth (Blue Note Records, 2020)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Alla boa del suo sessantacinquesimo anno di età Nels Cline “eterno ragazzo” mi ricorda sempre più il suo quasi coetaneo John Zorn. Non solo per l’enorme mole di lavoro svolto, sia da titolare che da collaboratore (ho contato in totale più di 150 incisioni dal 1981 ad oggi…) ma per le sue dinamiche musicali che oscillano tra diversi poli attrattivi: jazz, rock, musica sperimentale tonale e non, avanguardia ed elettronica. Certi musicisti sono così, non li puoi legare a niente e ti devi aspettare tutto da loro, tranne qualsiasi forma di prevedibilità. Le strade collaterali intraprese dal nostro sono molteplici e vi faccio solo alcuni nomi. Nell’ambito più strettamente rock il primo riferimento sono i Wilco con cui Cline ha collaborato dal 2004, poi alcuni illustri frammenti dei Sonic Youth come Thurstone Moore e Lee Ranaldo, anche se in momenti e occasioni diverse, poi con Stephen Perkins (chi si ricorda dei Jane’s addiction?) e anche con Mike Watt (se ricordate l’hardcore punk dei Minutemen siete veramente bravi…), Joan Osborne ed altri ancora. Nel jazz si sono rivelati vecchi amori mai dimenticati attraverso certe rielaborazioni coltraniane con l’Interstellar Space Revisited nel 1999, negli omaggi ad un pianista come Andrew Hill nel suo New Monastery del 2006 e poi ancora con Medeski, Martin & Wood, e come dimenticare la collaborazione con Charlie Haden, Tim Berne e molti altri ancora che non enumero per non farvi morire di noia.

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Norah Jones – Pick Me Up Off The Floor (Blue Note Records, 2020)

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Recensione di Roberto Bianchi

Ho avuto l’onore e la fortuna di ascoltare Norah Jones cinque anni fa al Teatro degli Arcimboldi di Milano (qui il live report https://wp.me/p46drT-1YE) poco dopo la pubblicazione di Day Breaks. Una serata emozionante, che ha confermato il talento e la classe della Jones. In questi ultimi anni Norah ha lavorato in un modo diverso, sperimentando nuove sonorità e organizzando brevi sessioni, alle quali hanno partecipato musicisti di differenti estrazioni, tra i quali segnalo Thomas Bartlett, Jeff Tweedy, Rodrigo Amarante e Mavis Staples. Alcuni brani, figli di queste collaborazioni, sono confluiti nell’album Begin Again, uscito lo scorso anno. L’Artista nel frattempo ha mantenuto vivo il progetto country al femminile Puss n Boots con Sasha Dobson e Catherine Popper, pubblicando Sister, secondo album del trio che include brani originali e cover di Tom Petty, Dolly Parton e Concrete Blonde. Pick Me Up Off The Floor è il disco che non ti aspetti, nato dai ruvidi mix registrati durante le citate sessioni. La Jones, passeggiando in totale relax con il proprio cane, ha riascoltato le composizioni archiviate nel proprio smartphone e, grazie al diverso contesto, le ha percepite con una nuova luce: “Mi sono resa conto del surreale filo conduttore che univa i brani come un sogno febbrile che si svolgeva tra Dio, il Diavolo, il Cuore, Il Paese, il Pianeta e me”.

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Tom Misch & Yussef Dayes – What Kinda Music (Blue Note Records, 2020)

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Recensione di Letizia Grassi

Storia interessante quella di Tom Misch e Yussef Dayes. Il primo, 24 anni, ha debuttato nel 2018 con l’album Geography, facendosi notare per le doti da chitarrista jazz. Il secondo, di qualche anno più grande, è uno dei batteristi più entusiasmanti emersi dalla scena jazzistica londinese. La musica, in particolare il jazz, li unisce da molto tempo, e la collaborazione all’album What Kinda Music sancisce questa passione comune. Il progetto Misch-Dayes ha dato vita ad un meltin pot melodico, una coagulazione fluida e intuitiva di suoni che spaziano dall’acid jazz, all’hip pop vintage, e dall’elettronica fino all’R&B.

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Nduduzo Makhathini – Modes Of Communication: Letters From The Underworlds (Blue Note Records, 2020)

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Recensione di Mario Grella

Per Nduduzo Makhathini la musica è certamente molto di più di un hobby, ma anche molto di più di un mestiere. Sudafricano di nascita, è cresciuto nella cultura “Zulu”, dove la musica non era certamente un passatempo, ma elemento taumaturgico. Bisogna partire da qui, ma arrivare molto oltre, per comprendere le sue composizioni. Insieme a questa origine mistico-culturale indigena, la sua è una musica che si sposa con le influenze tradizionali della chiesa cristiana. A tutto questo si aggiungano  le forti influenze del jazz sudafricano (Bheki Mseleku, Moses Taiwa Molelekwa, Abdullah Ibrahim), ma non basta ancora, poiché nei suoi orizzonti sono presenti anche John Coltrane e McCoy Tyner e tanto altro jazz statunitense. 

photocredit: Ezra Makgope

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