R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Scenes From Above sembra nascere da un’istanza condivisa, piuttosto che da un’idea solitaria. Il chitarrista trentottenne statunitense Julian Lage, infatti, si unisce a tre musicisti con cui può respirare allo stesso ritmo, concedendosi quell’equilibrio raro fra la creazione di suoni e la fondante presenza del silenzio. Questo artista ha richiamato più volte l’attenzione di Off Topic e in modo particolare potreste avere ulteriori informazioni su di lui, anche biografiche, leggendo qui e qui. Ad ogni modo, in questo ultimo album, si delinea un corpus che cerca di parlare di legami, oltre che di emozioni, e di configurazioni formali al di là dei diversi stati d’animo. Diversamente dai precedenti lavori registrati in gruppo, qui si avverte un desiderio di moderazione, un’attenzione reciproca che permette all’ascoltatore di realizzare cosa significhi un vero e proprio lavoro d’insieme. Meno scoppiettante ma più controllato rispetto a Speak to Me (2024), in questo contesto le sonorità si manifestano anche come un esperimento equilibrante sulle relazioni dinamiche e reciproche d’interazione musicale. La scelta di Lage di posizionarsi come semplice membro del gruppo mira a dissolvere la verticalità del ruolo autoriale, permettendo ai singoli musicisti di tendere in modo naturale all’omogeneità.

La formazione qui presente, oltre alla figura di Lage, registra  prima di tutto la conferma di un fidato sodale come Jorge Roeder al contrabbasso, già presente in due precedenti lavori di Lage e nell’album Human (2021) di Shai Maestro – vedi qui. Inoltre troviamo Kenny Wollesen alla batteria e il mitico Jon Medeski alle tastiere. La musica di Scenes From Above è leggera e levitante, con la chitarra a volte anche acustica dell’Autore che sembra evocare paesaggi interiori con il sentimento delicato di chi conosce la bellezza effimera d’uno stato d’animo sereno, quasi di per sé inafferrabile. Colpisce, tra l’altro, la grande discrezione di Medeski alle tastiere che con poche note selezionate si posiziona in perfetto e fluido equilibrio con la chitarra. Lage presenta le sue nove tracce avendo acquisito con l’esperienza quell’umiltà di chi sa che la musica è prima di tutto un’ipostasi sentimentale, non uno strumento esibizionistico né tanto meno una passerella narcisistica. Il suo recente interesse per la musica folk sudamericana e quella balcanica ha prodotto una sorta di realizzazione impermanente dove ogni tema sembra nascere e morire nello stesso istante, come se la band ne scoprisse la forma mentre suona. L’intento dichiarato, quindi, di esplorare matrici folkloriche al di fuori della stretta osservanza del patrimonio jazzistico – niente standard in questo lavoro – non scade nella mera appropriazione estetica, ma rimane un razionale esercizio d’integrazione linguistica. Gli episodi più energici rappresentano spesso slanci emotivi generosi ma la struttura generale resta controllata, distante da qualsiasi eccesso. Mentre lo stile di Lage si consuma in un’attitudine di posata intensità, la sezione ritmica lega organo e chitarra all’interno di una stanza condivisa, un cerchio di luce in cui le quattro presenze sembrano persino ascoltarsi più di quanto effettivamente non suonino. La forza dell’album sta proprio in questa conversazione limpida, senza gerarchie, oltre che nella bellezza intrinseca della musica, dove il confine tra jazz, pop-rock, gospel e folk viene ampiamente superato. Da questo punto di vista, pur mantenendo stabilmente delineata l’identità artistica di Lage, si nota una certa progettualità che ricorda quella di Bill Frisell e del resto i due si erano già visti insieme proprio in View With a Room (2022), dove entrambi tendevano ad allontanarsi dai cliché propri del jazz. La sensazione è che questo quartetto avverta quasi l’urgenza di essere nel tutto, istante per istante. A volte la musica s’impenna, sfiora il caos come in Storyville, dove l’onda dell’improvvisazione minaccia di rompere gli argini. Questa occasionale tensione appare comunque sempre ben monitorata attraverso una valutazione costante dei parametri interni, come se la band preservasse la compostezza anche nei momenti di un eventuale disagio privato. E infatti l’onda di cui sopra non si infrange e resta sospesa. In questa relativa vulnerabilità Scenes From Above diventa uno dei lavori più sinceri di Lage, un piccolo miracolo di equilibrio condiviso.

Tra mormorii percussivi e sgocciolii di tastiera, la chitarra di Lage introduce Opal, un tema melodico e avvincente che riprende un’arcana, struggente malinconia illuminata da calde vampate d’organo. Una petit musique di sottili, indefinibili suggestioni con la ritmica che si mantiene in costante ascolto durante l’evoluzione del brano. Miglior inizio non si poteva scegliere. Si passa poi a Red Elm, uno swing suonato inizialmente in punta di plettro che segue da vicino un riff di contrabbasso, mentre chitarra ed organo sembrano dialogare e rispondersi a vicenda. Emerge per Lage, in questo caso inequivocabilmente, la matrice jazz dei Maestri – Charlie Christian, Wes Montgomery, Jim Hall – anche se l’Autore fa sentire certe sue pennate nervose che celano ricordi legati al rock e che trasferiscono al brano una quota aggiuntiva d’energia. Encomiabile il colore dell’organo di Medeski, non solo nel suo ficcante assolo tutto da gustare, ma anche per le vibranti note che accompagnano il leader. Il finale è raffinato, con la naturale estinzione dei suoni, senza che alcuno sopravanzi l’altro. Talking Drum è un funky-jazz incentrato su un groove molto coinvolgente e caratterizzato da una prova sublime di Medeski – in questo frangente mi ha ricordato Brian Auger (!!) – con uno stacco di ripetuta progressione discendente di contrabbasso, chitarra e organo che mi ha fatto tornare alla mente niente meno che l’intro di I’ll go Crazy di James Brown. Il brano, intensamente pulsante, non va sopra le righe ma è gustoso e leggermente pepato al punto giusto.

Havens viene introdotta con percussioni dall’aroma cubano, con Lage che passa alla chitarra acustica. Nonostante il generoso intervento di Medeski e l’assolo dell’Autore, sempre notevole, il brano fatica a decollare e resta un po’ insipido. Poi però arriva in sequenza una ballad di sicuro effetto, Night Shade. Si tratta di uno di quei brani di matrice soul, assolutamente limpidi e spontanei, dove s’infilano sia Marvin Gaye che il gospel, condotti su armonie semplici e prevedibili ma non per questo meno intense. Lage circoscrive il suo concetto di misura a poche note e così pure opera Medeski con un Hammond dai colori caldi. Ritmica a scandire il tempo, rifugiandosi quasi nel silenzio. Gli spazi tra gli strumenti crescono, i confini perimetrali si dilatano e un crescendo dinamico conduce il brano verso il finale. Solid Air, niente a che vedere con l’omonima traccia di John Martyn, emerge lentamente da un veloce arpeggio di chitarra accompagnato con qualche scroscio d’organo. Il tema risente di una certa solennità ma viene quasi subito attraversato dalle bordate sonore di Medeski. Brano ricco d’atmosfera, però come per il precedente Havens, non c’è una vera e propria fioritura e la musica resta in gran parte in una prolungata dimensione d’incertezza. Ocala recupera favori e condiscendenza con l’acustica di Lage impegnato in un brano dai toni border che sarebbe piaciuto a Ry Cooder. Il legame chitarra e organo è sempre pulito e ben riuscito, Sul tappeto di percussioni vagamente latine, Medeski lascia scorrere un assolo luminoso che anticipa il bell’intervento dell’Autore. Non mi stanco di sottolineare come sia apprezzabile il notevole senso della misura che riguarda tutti i musicisti, nessuno escluso. Storyville, come già rilevato in precedenza, si apre ad un po’ di sperimentazione, i suoni si fanno più cupi, le tastiere – Medeski s’allunga anche sul pianoforte – sembrano liberare energie tenute un po’ represse. L’improvvisazione s’impossessa del contrabbasso e l’ombra di un evento caotico incombe sul brano ma diciamo che comunque si evita la cavalcata barbarica della cacofonia, misurando e concentrando l’insieme in un ambito tutto sommato breve. La chiusura dell’album è affidata ad una pop-rock ballad, attraversata da stacchi strumentali che ne evitano la stagnazione. Something More, infatti, è un gradevolissimo brano, anche questo condotto su strutture armoniche essenziali. Bellissima la serie di stacchi finali.

Scenes From Above si lascia possedere del tutto a patto che vi sia un certo abbandono da parte dell’ascoltatore. È un’opera che si rivela in ciò che viene effettivamente dichiarato, affidando alla relazione fra i musicisti la possibilità di generare un senso ulteriore, al di là delle piacevoli sensazioni psicofisiche che questo album lascia dietro di sé. Lage non è un musicista dogmatico e i suoi precedenti discografici lo dimostrano ampiamente. Però conserva e propone un suo proprio metodo che consiste nell’abitare il suono così come si abita un pensiero, lasciando che si espanda e/o che si contragga secondo una legge non scritta basata sulla misura e sull’equilibrio. Così l’album diventa un piccolo laboratorio percettivo, un luogo in cui la semplicità è una qualità intellettuale che rivela l’arte della sintesi, quanto mai apprezzabile in una musica come certo jazz che spesso utilizza molte più note di quante effettivamente ne servano.

Tracklist:
01. Opal (4:10)
02. Red Elm (4:46)
03. Talking Drum (5:07)
04. Havens (4:43)
05. Night Shade (7:24)
06. Solid Air (3:21)
07. Ocala (4:20)
08. Storyville (4:24)
09. Something More (4:03)

Photo © Hannah Gray Hall

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