L I V E R E P O R T


Articolo di Olivia Gazzarrini, immagini sonore © Davide Santi

La prima volta che ho assistito ad un concerto di Matteo Mancuso è stato due anni fa al Pistoia Blues. Ho ancora vivido negli occhi il tripudio della sua chitarra che mandò in delirio piazza dei Cavalieri, gremita di un pubblico adorante, estatico e a ripensarci anche un po’ basito da quello che stavano vedendo accadere. Fu indimenticabile vedere Matteo, come il pubblico lo inneggiava e farà anche stasera, oramai battezzato a beniamino nazionale, ancora ventisettenne ed in stato di grazia, porre in ombra gli ottimi musicisti sia della band di apertura sia i suoi bravi compagni di trio, composto da Riccardo Oliva al basso e Gianluca Pellerito alla batteria. Formazione da cui ad oggi trentenne non si separa. Dopo questo concerto capiremo se sia un vantaggio o meno. Ci troviamo in un auditorium truccato per l’occasione in seguito al triste e doloroso incendio del Viper Theater, avvenuto lo scorso inverno dolosamente o meno non lo sappiamo, per cui la comunità fiorentina ha visto bruciare la sola ed unica sala concerti rimasta viva e vitale in città.

La programmazione è stata perciò trasferita temporaneamente all’Otel, locale solitamente adibito a discoteca terzo millennio, che in questa metamorfosi rock, risulta inaspettatamente adatto sia esteticamente che per l’atmosfera di locale anni ’90 e la restituzione del suono. È quasi una sorpresa ritrovarsi invece in mezzo ad un pubblico prevalentemente maschile e di generazione ’70, carica a pallettoni e che si riscalda non appena i tre mocciosi solcano il palco. M’incuriosisce e mi fa riflettere. È forse il giorno in mezzo alla settimana o il fenomeno Mancuso che non è seguito dai suoi coetanei, forse distratti dal pop e l’hip hop, ma molto e in maniera sentita da un pubblico più adulto, visto il genere fusion che mischia metal, groove, hard rock, blues e jazz forse musicalmente troppo “intellettuale”.

Che il giovane chitarrista siciliano sia un fuoriclasse lo dicono, dall’alto della loro arte, nomi come Al di Meola e Steve Vai e con i quali già vanta un doppio duel. Quest’ultimo è anche presente nel nuovo disco Route 96, appena uscito per celebrare i suoi primi trent’anni e la leggendaria e cinematica coast to coast. Nonostante questo traguardo, a guardarlo sembra cristallizzato ai suoi primi vent’anni o poco meno, per l’innocenza che il suo sguardo emana. Sarà, penso, perché permeato continuamente dalla musica, che rende il suo volto fanciullesco e dolcemente solare. E Solar wind è proprio il pezzo registrato con Steve Vai e con il quale apre il concerto, attaccando con un rock duro per delineare l’imprinting della serata a marchio MM e colpire dritto al cuore. Lo stile misto di generi e la sua natura musicale multiforme omaggia sia l’heavy metal che i Weather Report, sia Chick Corea che Jeff Beck ed i Led Zeppelin; non a caso fu la sua versione fusion di The Chicken, classico di Jaco Pastorius, a lanciarlo in orbita sul web poco più che ventenne.  

Le luci verticali da terra delineano gli spazi individuali da cui i due musicisti mobili non usciranno praticamente mai per tutto la durata del concerto. La loro compostezza, tipica dei giovani musicisti contemporanei, mi colpisce e turba allo stesso tempo. Matteo fraseggia cambiando da un genere all’altro con una naturalezza ed eleganza disarmanti, che solo gli enfant prodige, quale è stato ribattezzato, o gli orecchi assoluti come Hendrix, che mai aveva imparato a leggere mezza nota e suo chitarrista di riferimento insieme a Michael Landau, fanno. Risulta elettrizzante ed intrigante che un suono con tante note sia così pulito e permei e compensi con il suo lungo eco e riverbero il vuoto dello spazio facendoci vibrare l’anima. L’ascolto tra i tre denota un’intesa perfetta e la lunga gavetta insieme. I due compagni costruiscono una sufficiente architettura sonora per gli assolo e le melodie che Matteo crea, sublimando la loro esecuzione, risultando il più delle volte una bomba di energia sonica magistrale e connotati di una carica esplosiva di un musicista agli albori della sua maturità artistica. Ci sentiamo come percorrere la route 66 lungo le corde della sua Yamaha Revstar, in direzione Sud verso St. Louis e Nashville. Il blues e l’hard rock che ne fuoriesce scava pungente nelle viscere. Il fantasma di Jaco rialeggia nel sopracitato classico, il cui assolo di basso risulta lontano da una così celeberrima matrice e un po’ di riempimento per l’assolo fulminante di chitarra.

Mi soffermo sulle dita che sembrano appena sfiorare le corde e scivolarvi con naturalezza e dolcemente e produrre un suono portentoso, mentre raccontano una storia di una tecnica strabiliante ed unica, unita a studio, dedizione, sacrificio e ad un talento innato e fuori dal comune. Ecco di cosa quel suono è carico. Per essere subito ricatapultata nell’attimo dal tributo a Chick Corea con Spain, in cui il batterista si dimena in un assolo scatenanto con un tocco decisamente pesante ma quanto mai coinvolgente anche grazie a dei carismatici occhiali da sole. Sotto il palco osservo i colori che si alternano ai generi in cui i tre ci trascinano inaspettatamente fino ad avvolgenti sonorità anni ’80, ricche di quel così peculiare ottimismo che ci manca immensamente e piene di vento del Sud che sento accarezzarmi il viso. Segue il bel pezzo Isla Feliz, suonato con Antoine Boyer, virtuoso chitarrista francese, con cui si sente avere una chimica speciale ci racconta. Concludono il fulminante concerto con due ipnotici bis di cui il secondo di matrice à la Page.

La felicità dei loro volti mentre suonano è ciò che di questo concerto mi porto via nel cuore: invidiabile, necessaria, curativa. I luoghi, che circoscrivono troppo la sua e la loro energia debordante, limitano la lunghezza d’onda rock che si sprigiona e attraversa trasversalmente i cuori della collettività e unisce chi crea e chi riceve. Oltre al fatto che Matteo Mancuso suoni in maniera quasi soprannaturale. E perciò a mio modesto avviso dovrebbe osare di più e creare progetti paralleli al trio, con musicisti internazionali che spaccano come lui l’arte musicale in mille pezzi per ricomporla in maniera sublime. Non me ne vogliano i suoi bravi compagni ma è forse alla soglia dei trenta arrivata l’ora? Perché noi che lo adoriamo. desideriamo che stravolga anche se stesso per volare sempre più veloce e sempre più in alto…

Immagini sonore © Davide Santi

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