R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Forse lo svedese Nils Landgren appartiene ad un certo tipo di understatement che lo tiene un po’ più distante, rispetto ad altri suoi colleghi, dal rapporto col grande pubblico. Quello che è certo è che egli rappresenta uno dei poli maggiormente attrattivi di un’etichetta discografica come la tedesca ACT, attraversando generi e stagioni musicali rimanendo sempre presente e apprezzato, pur se non visibilissimo, sulla scena jazzistica europea. Il Landgren trombonista – quel suo strumento dalle sfumature rosse è diventato ormai un’icona visiva – è un tutt’uno con il suo secondo aspetto artistico, quello di un cantante dalla voce simile al soffio di un flicorno. Entrambi questi aspetti del suo essere musicista tornano con un progetto che ha il sapore delle grandi e irripetibili occasioni. Non una jazz band asciutta ed essenziale, ma la Swedish Radio Symphony Orchestra al completo, in un concerto live, sotto gli arrangiamenti di Vince Mendoza. Il gesto artistico scelto da Landgren ha evidentemente qualcosa di cerimoniale, visto che la pubblicazione cade nel settantesimo compleanno del musicista.

Del resto questo tipo di collaborazione sinfonica è storia comune a tutti i più grandi solisti del jazz, da Charlie Parker a Chet Baker, da Ben Webster a Johnny Hodges, da Oscar Peterson a Cannonball Adderley, per non parlare ovviamente delle più importanti voci maschili e femminili che con le grandi orchestre hanno lasciato tracce indelebili nel ricordo di ogni jazzofilo. Con Love of My Life, Landgren sceglie una vasta cornice strumentale configurata in un dispositivo sonoro calibrato, rassicurante, per cui il sistema orchestrale, nel suo abbraccio, non rischia di soffocare l’espressività vocale né del protagonista e nemmeno della cantante Ida Sands che compare, da sola o insieme allo stesso Landgren, in alcuni brani dell’album. Fin dalle prime battute, si capisce ad ogni modo come le armonizzazioni non presentino particolari asperità. L’orchestra infatti ha un ruolo carezzevole e mantiene un certo controllo anche durante quelle inevitabili ipertrofie – ma sono poche – a cui si può andare incontro dato l’elevato numero di strumenti musicali coinvolti. Landgren canta con un timbro che, nelle zone acute, evoca la vulnerabilità luminosa di un Chet Baker, essendo un tenore leggero, quasi esitante, a volte con sfumature androgine. Cantante ed orchestra – senza dimenticare i numerosi interventi di trombone dello stesso protagonista – si muovono entro coordinate espressive prive di attrito. Gli arrangiamenti di Vince Mendoza, però, sono la chiave di volta per comprendere integralmente il senso di quest’opera. I pieni musicali sembrano risalire dagli archi, aprirsi nei fiati e posarsi infine sulle voci dei protagonisti, non ultimo sul trombone rosso che canta senza ostentazione. Le scelte timbriche e dinamiche appaiono quasi sempre morbide, con una scrittura che privilegia la continuità rispetto alla frammentazione. Il tutto evoca lo spirito delle grandi orchestre degli anni ’40 e ’50, una metonimia a cavallo della metà del novecento musicale che vibra ancora sotto pelle ma senza accompagnarsi a manierismi di natura nostalgica. In fin dei conti si tratta evidentemente di comfort music, nel senso più alto del termine. Una musica creata per essere dunque accogliente, tenendo uniti insieme memoria e presente. L’unico eventuale rischio sta nel fatto che l’operazione potrebbe risultare, agli occhi di qualcuno, come un oggetto sonoro un po’ avulso, coerente ma abbastanza isolato rispetto alle abituali traiettorie del jazz contemporaneo. Non dimentichiamo che tra tutti i musicisti non appartenenti di fatto all’orchestra sinfonica ma che intervengono in questo album, oltre alla già citata Ida Sand, troviamo anche Joel Lyssarides al pianoforte – di cui Off Topic si è già occupata più volte, vedi qui, qui e ancora quiLars Danielsson al contrabbasso – vedi soprattutto qui e qui – e Robert Ikiz alla batteria – vedi qui. Ma il centro gravitazionale resta comunque Landgren, artista e architetto musicale, capace di costruire con le sue collaborazioni ponti eterogenei – dagli ABBA a Herbie Hancock – con una elasticità tale che oggi pochi jazzisti europei possono vantare. Love of My Life è un titolo che richiama l’omonimo libro del fondatore della ACT Siggi Loch ed è anche una dichiarazione privata dedicata alla moglie, l’attrice Beatrice Järås, compagna di Landgren da molti anni, oltre che ad essere un brano composto dallo stesso Landgren e pubblicato nell’album Eternal Beauty (2014). Questo ultimo lavoro è dunque la fotografia di un artista settantenne impegnato in una sintesi estetica che privilegia la forma, il  calore emotivo e un’aperta concezione del jazz, senza paure né restrizioni.

Si inizia con il test di accordatura strumentale dell’orchestra, le nota La a cui tutti si relazionano. Questo non è che il preludio ad un noto standard di Kurt Weill del 1949, Lost in the Stars. Il prologo con archi e ottoni vede anche la partecipazione del trombone di Landgren, oltre che del suo canto. La malia di questa voce non ha perso nulla con l’età, e questa sua particolare modulazione esce bene tra i violini e i corni che ad un certo punto intonano una melodia con qualche somiglianza al traditional britannico Greensleaves. La presenza dei tanti elementi strumentali non nasconde la ritmica di base, con le cadenze vagamente bluesy del pianoforte e la sottolineature di contrabbasso e batteria. C’è spazio e tempo anche per un morbidissimo assolo di trombone. Avvertiamo un pizzico di retorica sinfonica, peraltro tenuta sotto controllo, mentre il brano si chiude col lo strumento di Landgren che sembra veramente, a tratti, la prolunga strumentale della sua voce. Si prosegue con un noto brano di Cat Stevens, Moonshadow, da Teaser and the Firecat (1971). A mio parere è l’anello debole dell’album. Un brano originariamente delicato mal sopporta un arrangiamento eccessivo come questo, dove Mendoza – ma succede solo in questa circostanza – si fa un po’ prendere la mano. Troppo di tutto. Si torna a dimensioni più consone con una reinterpretazione, questa volta più centrata, di un brano di Brenda Russell, Get Here, tratto dall’album omonimo  del 1988. La ballad, con la sua dimensione orizzontalmente dilatata, permette alla voce di Landgren di scivolare sulla musica, accentuando leggermente l’assetto malinconico della canzone. Il brano mantiene una spiccata vena soft soul e si può ascoltare il leggero brushing di Ikiz inseguire il canto per tutta la durata della traccia. Bello l’assolo di Lyssarides al pianoforte a precedere le ultime note gestite dal trombone che affiorano tra le cuciture del contrabbasso, mentre l’orchestra si quieta via via tra gli applausi. Waiting è un pezzo di Ida Sand tratto dall’album Do You Hear Me? (2021) ed è la stessa autrice che la canta in solitudine. I ritmi si fanno più concilianti e leggermente mossi, la voce ingrana con qualche incertezza ed è più divertente ascoltare l’oboe che emerge dai violini orchestrali prima che Landgren accenda un assolo impeccabile col suo trombone. Finale in crescendo con molte parentesi soliste da parte dello strumento rosso, mentre il brano si avvia verso un dolce funkeggiare.

The Moon, the Stars and You è una creazione del pianista tedesco Michael Wollny, anch’egli facente parte della scuderia ACT. Landgren l’ha estratto dal proprio album omonimo del 2011. Introduzione al contrabbasso di Danielsson per un ulteriore sviluppo del brano nei tratti super collaudati della forma a ballad. Ma è proprio questo tipo di assetto che è quello più plausibile per il timbro sfuggente del cantante, con gli accordi di pianoforte che sigillano le battute in un lirismo sospeso e introspettivo. Non può mancare l’assolo del trombone, il suggello certificato della bravura di Landgren. Finale lastricato dalla dolcezza d’un oboe tra gli archi. Un secondo brano di Kurt Weill e di Ogden Nash (1943), Speak Low, viene qui interpretato dalla voce della Sand che ha preso nel frattempo le giuste misure e sembra decisamente più sicura, anche quando si passa dall’iniziale bossa-nova alle fragorose note swinganti dell’orchestra nella seconda metà del brano. Ed è il trombone a collocarsi con agio in questa accelerazione ritmica esprimendosi in un assolo pulito e melodico. Intanto, sullo sfondo, imperversano gli archi restando però nei limiti per non coprire, verso la chiusura del brano, il ben avvertibile sound del trio contrabbasso, pianoforte e batteria. Jessica proviene dalla mano di Herbie Hancock ed è un estratto dall’album Fat Albert Rotunda (1970), lavoro di svolta per il pianista di Chicago. Un delicato arpeggio d’arpa introduce quelle prime sei note sottolineate dal trombone di Landgren che evocano un famoso standard di Webster-Mandel, A Time For Love. Non c’è canto, in questo brano, tutto s’affida in parte all’arrangiamento raffinato di Mendoza ed in altra parte al lavoro giudizioso del trio di Lyssarides-Danielsson-Ikiz, cercando uno smaliziato equilibrio  tra queste due cellule espressive. Joe’s Moonblues è invece una composizione proprio di Landgren, proveniente dal già citato album dello stesso Autore The Moon, the Stars and You. Anche questa traccia è solo strumentale, a metà tra swing e blues, dove si può cogliere in pieno il grande contributo tecnico del trombone, molto ben sostenuto, tra l’altro, dal pianoforte incalzante di Lyssarides che si misura in un brillante assolo, subito seguito dall’esibizione solista del contrabbasso e della batteria, forse suonata senza bacchette. Applausi scroscianti per tutti. Segue la title track Love of my Life, firmata dallo stesso Landgren, a cui si è già accennato in precedenza. Qui ritorna il canto, circondato dall’aura sonora del corposo arrangiamento di Mendoza, che tuttavia ha la finezza di adattarsi ai vari momenti di mutevole intensità emotiva che percorrono il brano, alternando incrementi dinamici esplosivi a parentesi più raccolte. One Day I’ll Fly Away è una traccia portata al successo da Randy Crawford nel suo album Now We May Begin(1980), che vede come autori Joe Sample e Will Jennings. Landgren e la Sand cantano e duettano insieme dimostrando un’ottima complementarietà in un pezzo tuttavia un po’ zuccheroso ed ultra romantico come questo. Same old Story, Same old Song è un altro estratto dallo stesso album della Crawford, co-firmato dai medesimi autori sopra citati. Però il clima si allontana dal miele del brano precedente, vivendo ancora del canto sia di Langren che della Sand. Una specie di funky-soul bello tirato a swing, preceduto dal tambureggiamento in relativa solitudine del batterista. Molta componente orchestrale ma nel contempo tanto trio di base, con un assolo in tipico stile hardbop di Lyssarides. Anche il trombone si prende parte della scena in una pirotecnica sequenza di alternate esplosioni dinamiche. L’ultimo brano, Somewhere, proviene dal musical West Side Story ed è un noto pezzo musicale di Leonard Bernstein, qui cantato in coppia da Landgren e Sand. Finisce con un simbolico bacio che schiocca dentro al trombone, diretto un po’ a tutto il mondo.

Love of My Life si presta a una lettura che va oltre la dimensione affettiva o celebrativa. L’operazione di Nils Landgren con la Swedish Radio Symphony Orchestra non è semplicemente un ampliamento dell’organico, ma piuttosto un richiamo alle possibilità del perimetro espressivo del jazz europeo contemporaneo. Laddove la tradizione jazzistica si fonda sull’improvvisazione come gesto identitario, qui l’elemento orchestrale — filtrato dalla scrittura di Vince Mendoza — introduce una dialettica tra forma e libertà, scompaginando metaforicamente il ruolo della formazione triadica di base che qui, all’interno del corpus sinfonico, mantiene comunque sempre un proprio ruolo. Ne emerge così una tensione controllata, dato che il jazz non viene sacrificato all’architettura orchestrale, ma accetta di abitare uno spazio regolato, quasi classico, trasformando l’improvvisazione in un momento adattabile all’intero contesto. In questo senso, l’album potrebbe essere letto come un dispositivo di continuità culturale col passato, una rielaborazione del patrimonio sonoro del Novecento come materia ancora plasmabile. A settant’anni, Landgren non rivendica una rottura, ma un consolidamento. Il suo è un gesto inclusivo, quasi curatoriale. Si dimostra che il jazz può sopravvivere non solo come forma d’improvvisazione pura, ma anche nell’attenzione, nella trasparenza, nell’intelligenza di un  contesto come questo. Love of My Life diventa così un manifesto di maturità artistica, dove evidentemente musicisti come Landgren non hanno più bisogno di legittimazione ma cercano di realizzare sintesi creative efficaci attraverso la loro contagiosa gioia di vivere.

Tracklist:
01. Lost in the Stars (7:09)
02. Moonshadow (5:00)
03. Get Here (6:14)
04. Waiting (6:25)
05. The Moon, the Stars and You (5:13)
06. Speak Low (6:48)
07. Jessica (5:01)
08. Joe’s Moonblues (6:07)
09. Love of My Life (3:32)
10. One Day I’ll Fly Away (5:37)
11. Same Old Story, Same Old Song (6:25)
12. Somewhere (5:19)

Photo © Nikola Stankovic

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