R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

La musica di Aki Rissanen, in questo Hyperreal, non è per i sognatori ma per un pubblico ben desto, attento a cogliere le differenze tra ciò che sembra reale e ciò che non lo è. Il termine iperreale, di per sé, può assumere caratteri ambigui nei diversi contesti in cui venga utilizzato. L‘iperrealismo, per definizione, non ha alcun significato strettamente naturalistico, non è una realtà migliore ma un’interpretazione ideale di quello che potrebbe essere una realtà perfetta, ancor più della nostra, quasi un modello platonico di riferimento. Evidentemente questo quarantatreenne pianista-tastierista finlandese avverte un po’, come tutti noi, una certa inquietudine riguardo a quella ricerca tecnologica che allude al metaverso e al mondo virtuale creato dalla intelligenza artificiale. Lavorando sul diaframma che divide il nostro Io dal Mondo e mescolando pericolosamente le carte della nostra naturale comprensione del reale, dobbiamo essere attenti a percepire quei cambiamenti che modificheranno ancor di più le nostre consuete abitudini. Rissanen avverte, sulla propria pelle d’artista, di essere vicino alla soglia di una rivoluzione radicale nel modo d’intendere l’esistenza umana e prova a tradurre in musica – con forte matrice digital-elettronica, manco a dirlo – le sue impressioni al riguardo. Bisogna quindi dimenticarsi degli standard abituali e dei romanticismi di formazione classica a cui abitualmente abbiamo fatto l’orecchio tutte le volte che abbiamo sentito parlare di jazz nordico. Anche per quello che riguarda lo stesso Rissanen siamo agli antipodi del mondo acustico raccontato in Divided Horizon (2021) ma da questo punto di vista dobbiamo dire che l’Autore non è mai stato completamente allineato a ciò che altri suoi colleghi, i dirimpettai svedesi e norvegesi, hanno proposto in questi anni. Ad esempio, Rissanen ha uno stile molto più eclettico e più contemporaneo rispetto allo svedese Tingvall – non sto facendo comunque paragoni di valore assoluto – e Hyperreal tende ad assomigliare maggiormente ai precedenti Art in Motion (2019) e ad Another North (2017)di cui sembra essere in parte la logica continuazione.

Questo nuovo album è un lavoro per certi versi strano, spiazzante ma sicuramente intrigante, senza un riferimento preciso sebbene vi si trovino influenze varie ed eventuali che in seguito specificheremo meglio. Anche la formazione in trio è piuttosto peculiare, perché accanto alle numerose tastiere – pianoforte compreso ma questa volta in minoranza – troviamo la tromba del conterraneo Verneri Pohjola, vecchia conoscenza e già collaboratore di Rissanen – un fiato che deve più di qualcosa ad Arve Henriksen e al suo stile morbido – e la batteria di Robert Mehmet Ikiz – nato a Istanbul ma membro della band Funk Unit dello svedese Nils Landgren – con il quale c’è stata pure una lunga collaborazione precedente. Non c’è un contrabbasso ma le note più gravi vengono ugualmente gestite dal leader su un Roland SH-09 e anche questa scelta, cioè di rinunciare ad un elemento importante della funzione ritmica sostituendolo con una tastiera elettronica nell’ambito di un insolito fai da te strumentale, rivela l’originalità della pulsione creativa del trio. Che tipo di musica si ascolta in Hyperreal? Si tratta di un jazz elettrico, con robuste iniezioni di funky che s’appoggiano soprattutto sui groove trascinanti creati dalla batteria. I temi sono alle volte un po’ cupi ma più frequentemente mossi e carichi di energia ritmica. Possiamo dire che il vero protagonista sembra più Pohjola che sa adattarsi a tutti i climi possibili, passando da momenti d’intensa dolcezza a nervosi strappi dove il ritmo si piega maggiormente ad esigenze più convulse. Ma la costante è l’avventura di questo trio all’interno di luoghi, fisici e mentali, ancora tutti da chiarire nella loro essenza, che paiono a volte distopici e altre volte più fantasiosi e immaginifici.

Si parte con Love Song. Breve introduzione di batteria, subito seguita dal respiro della tromba e dalle tastiere di Rissanen che, come detto in precedenza, si occupano anche delle note basse. Risalta la variabilità ritmica della batteria, secondo me la vera conduttrice di questa canzone d’amore. Affiorano qua e là isolotti progressive – di quello canterburiano, quindi più raffinato – e anche riferimenti ad Hancock e al suo jazz-rock intriso di funky che resta sempre una luce di riferimento nonostante lo scorrere degli anni. I tre strumentisti si integrano alla perfezione, si sovrappongono solo relativamente prima di cercare gli incastri più opportuni. Il tono musicale resta complessivamente consonante, alle volte aspro ma conserva un senso di piacevolezza duraturo e si avverte, tra il gioco delle tastiere, anche la timbrica di un piano a lanciarsi in un assolo brillante, tra i continui sbuffi vaporosi della ritmica. Dead Flies è imbevuta di un’atavica malinconia – voglio sperare non per la mosca morta che fa bella (?) mostra di sé in copertina – ed affida alla tromba di Pohjola i suoi toni luttuosi. Sullo sfondo un Rhodes suonato con delicatezza e valutate pause, sostiene con trasparente leggerezza un tema abbastanza orecchiabile che nella fase finale sale di tono con una scala ascendente e scorre in continuità nel brano a seguire, Quantum Ballad. Entra la batteria a scandire il tempo in uno sviluppo evolutivo che ha perso la cupezza del brano precedente per rivestirsi d’un abito maggiormente jazz-pop e di largo respiro. In questo caso gli stimoli più propriamente scandinavi, così come li abbiamo conosciuti nel tempo, riemergono con felicità, puntando sulla bellezza di per sé della melodia. Ancora qualche riferimento al progressive, magari in zona King Crimson, con un crescendo finale quasi epico. Si conclude in quieta regressione sonora con tromba e qualche frammento elettronico. Tastiera bassa, tromba e invenzioni sottovoce di Ikiz preludono ad un interessante e coinvolgente Influxus, con frequenti, spettrali duetti tra suoni campionati di flauti e la stessa tromba. Cambio di marcia più o meno a metà brano e sensibile deviazione funky, così che il pezzo, inizialmente moderato, finisce per incrementare sostanzialmente il proprio nerbo strumentale e tende ad agitarsi con un certo impegno. Molta disinvoltura e parecchia fantasia sono gli ingredienti sapidi che arricchiscono il brano. Day After Yesterday ha un abbrivio immediatamente caotico d’elettroniche che però si aggiusta presto infilandosi in quello che pare essere il corridoio espressivo preferito da Rissanen, un elettro-funky di matrice progressive. Però qui non ho potuto fare a meno di pensare alle lunghe cavalcate modali di Bitches Brew… In realtà la miscellanea delle influenze è varia e ricca e vi sono anche delle lunghe parentesi quasi house, insomma un potente ibridismo linguistico.

Leisure fa pensare a chi il tempo libero lo navighi bene, anche se la tastiera che accompagna la tromba sceglie spesso dei passaggi perturbanti. Ed è sempre così, in questo album, dove non si mischiano solo suoni ma anche stati d’animo che viaggiano in sella a malinconici spleen, si rendono più velatamente cupi ma allo stesso tempo appaiono pensosi e qualche volta si risolvono in momenti più scanzonati. E comunque si dica e si commenti questo Leisure, dove la tromba di Pohjola tocca i suoi massimi, è tra i brani migliori dell’album!! Code Indigo mantiene alta la qualità musicale e vede la tromba aggiustarsi sopra una frase circolare sovrapposta e reiterata di tastiera, a ricordare forse più Riley o Glass che non Reich. Mi piacerebbe affermare che Pohjola emerge tra gli altri con l’utilizzo della sua tromba di velluto ma in realtà i meriti della buona riuscita di questo brano sono da condividersi con ogni elemento del trio. La melodia tende a chiudersi con qualche cadenza di stampo classico – IV, V e I – ma poi strada facendo, tutto cambia. La tromba viene sovra-incisa un paio di volte e fa controcanto a sé stessa. L’intervento in sequenza delle tastiere e della batteria aggiunge una componente pop-rock che riallaccia il discorso musicale ai temi consolidati del jazz nordico. Rissanen ama entrare ed uscire tra questi requisiti stilistici più tradizionali ma poi non si fossilizza su questo antipodismo e come si è visto tende ad allargare lo sguardo altrove. Digitalis suona inquietante, con effetti elettronici espliciti e drammatici accordi di pianoforte. Forse si concentra proprio qui il timore dell’Autore, in questo disegno di un universo numerico totalizzante che può produrre sogni ma anche incubi. Se è vero che “...el sueno de la razon produce monstruos” è forse altrettanto vero che dall’ipertofia della stessa Ragione origina lo sguardo paralizzante della Gorgone. La tromba scivola come un’ombra adesa alle le pareti di questo ambiente in un panorama di suoni elettronici e di oscillazioni ondivaghe, tra un Joe Zawinul deambulante in un bad-trip e Holger Czukay un po’ più ossessivo del solito. Breezy è più rasserenante, nel suo funky di bassi realizzati a tastiera, con la batteria secca che ti porta nel vortice e la tromba che diventa via via più squillante. Tocca a Rissanen surfare tra i suoni da lui stesso creati e preparare il terreno per il finale della tromba, questa volta a recuperare parte della sua originaria delicatezza. Molto buono l’intervento della batteria, con una vera e propria dimostrazione della duttilità dello strumento. Exosphere è un battito disco ma ciò che gli viene costruito intorno è un nu-jazz discreto e guardingo nel brano più lungo della raccolta, quasi otto minuti di trance-music. Tastiere e tromba cercano di dilatare gli spazi, mentre la batteria lavora sul ritmo di base dandogli un po’ più di dignità. Nonostante il finale in crescendo e le tastiere elettroniche frammiste a suoni spaziali, questa resta la parentesi meno interessante dell’album. Hemisphere chiude in un contesto di calma estatica che finisce in un tripudio di tastiere soverchianti e aurore boreali. Affascinante ma deja entendù decenni prima dai corrieri cosmici tedeschi e qualche anno fa da Arve Henriksen.

Nonostante una parte finale non propriamente all’altezza del resto dell’album, Hyperreal acquista ben altra fragranza se paragonato ai lavori di colleghi scandinavi – la Finlandia non è Scandinavia (!) – o giù di lì. Il senso di questo disco si condensa, come già accennato, su un esigenza di cambiamento indotta dal progresso tecnologico e tutto ciò si manifesta apertamente in una musica che cerca un nuovo, formale adeguamento alla dianoia dei tempi contemporanei. Una grande condivisione di idee musicali, di spunti e di tentativi, di coraggiosi esperimenti per realizzare un’opera che non si faccia trovare impreparata di fronte alla nuova frontiera dell’Umanità.

N.B: Non mi convince la foto di copertina, non meramente decorativa, nonostante l’eroico tentativo di Rissanen di darle un profondo valore simbolico.

Tracklist:
01. Love Song (5:38)
02. Dead Flies (2:12)
03. Quantum Ballad (5:54)
04. Influxus (4:40)
05. Day After Yesterday (4:27)
06. Leisure (5:06)
07. Code Indigo (7:32)
08. Digitalis (4:35)
09. Breezy (5:55)
10. Exosphere (7:40)
11. Hemisphere (6:08)

Photo © Chris-Tomas Konieczny / Jori Huhtala

 

 

 

 


 

One response to “Aki Rissanen – Hyperreal (Edition Records, 2023)”

  1. […] l’album del conterraneo Aki Rissanen – quello con la mosca stecchita in copertina, vedi qui – si era voluto avvicinare Pohjola ad un altro trombettista nordico, questa volta norvegese come […]

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