R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Ci sono alcune storie, si sa, che finiscono male. Le peggiori sono quelle in cui il destino ha puntato contro di noi e ha vinto. Ma l’album di cui oggi Off Topic si occupa non celebra l’anniversario di una morte, bensì, paradossalmente quello di una felice ricorrenza. Sono passati infatti trent’anni da quando tre musicisti svedesi, Esbjörn Svennson, Dan Berglund e Magnus Öström fondarono l’Esbjörn Svensson Trio, abbreviato in E.S.T., e pubblicarono il loro primo album When Everyone has Gone. Forse il trio non era proprio consapevole che avrebbe, nel giro di quindici anni fino alla morte del pianista Svensson (2008), modificato in maniera evidente il tradizionale assetto della musica jazz, almeno in Europa. Proprio il Vecchio Continente sancirà una sorta di frattura concettuale tra la storica musica di origine afro-americana e la svolta contemporanea suggerita soprattutto dai paesi scandinavi, metabole che ha innescato, alle volte, fazioni contrapposte di simpatizzanti, proselitismi radicali e afasici imbarazzi da una parte di certa critica più conservatrice. Da allora in poi, pagando anche il giusto tributo spirituale al pianista Jan Johansson, considerato il padre putativo del risveglio stilistico del jazz nordico – anche lui peraltro morto giovane nel 1968 – c’è stato un proliferare di monadi musicali che hanno parlato e parlano tuttora una lingua di sintassi moderna meno legata agli standardizzati stilemi di scuola statunitense.

Ma non vorrei semplificare troppo e forse le separazioni e i distinguo s’annidano più nelle nostre coscienze – o almeno nella mia – che non nell’effettiva realtà musicale. Ad ogni modo l’occasione di rinverdire la memoria degli E.S.T ce la offre questa reunion avvenuta nell’Ottobre del ’23 tra il contrabbassista Berglund e il batterista Öström nell’atmosfera live della Kolner Philarmonie in Germania. I due hanno raccolto intorno a loro validi musicisti – tre svedesi e un finlandese – ricreando ma non reinventando, è il caso di dirlo, alcuni brani scelti tra quelli percorsi dal gruppo originale. Ovviamente l’arricchimento strumentale ha in parte trasformato la struttura scheletrica di una musica nata in trio, pure se spesso addizionata di effetti elettronici, che in versione live venivano probabilmente manipolati dal banco del fonico e non dall’intervento diretto dei musicisti. L’operazione condotta in questo caso, quindi, non ha nessuna velleità di re-invenzione dei brani originali degli E.S.T, bensì quello di rispettosa rivisitazione attraverso una lettura più organizzata, sostenuta da un sestetto invece che dalla più sintetica formazione a trio. Quindi, insieme alla ritmica originale, troviamo in questo album dall’indicativo titolo di EST 30, il fiatista Magnus Lindgren al sax tenore e al flauto, Joel Lyssarides al pianoforte – leggi quiUlf Wakenius alla chitarra elettrica e il finlandese Verneri Pohjola alla tromba – vedi qui. Non si tratta però di una mera auto-celebrazione né di un semplice omaggio ad memoriam. Quello che si percepisce è invece lo spirito di una riunione tra vecchi amici, ciascuno consapevole – oggigiorno – in modi e in ruoli differenti, di aver contribuito alla nascita formale di una nuova immagine stilistica del jazz. La presenza partecipata del pubblico è l’occasione per tutti di ripercorrere e di riaccendere il ricordo di qualche composizione che abbiamo amato degli E.S.T., naturalmente riveduta all’ombra di questo assetto strumentale estemporaneo. E, osservazione di non trascurabile importanza, tutto questo lavoro è anche il tributo affettivo dovuto al musicista e all’uomo Svensson, principale artefice della musica che possiamo ascoltare oggi in questo EST 30.

Il primo brano affrontato dal sestetto è il suggestivo From Gagarin’s Point of View, tratto dall’omonimo album del 1999. Si tratta di uno tra i brani più affascinanti mai composti dagli E.S.T dove si ha l’impressione, nella lentezza dello sviluppo e nei bagliori elettronici che pervadevano il brano originale, dell’effettiva inerzia orbitale di una navicella nello spazio da cui il primo essere umano ha potuto contemplare la Terra e percepirne l’inaspettata bellezza, lontano dal rumore di fondo dell’umanità intera. In questa versione live c’è una lunga introduzione di contrabbasso suonato con l’archetto, accompagnato da qualche percussione e da una zampillante sorgente di note pianistiche. Le frequenze basse di Berglund e un certo malinconico atteggiamento melodico rafforzano l’idea di una lontananza, persino metafisica dal nostro pianeta. Poi attacca il bellissimo tema ripreso da Lyssarides, momento imprescindibile accompagnato dai passi regolari e pesanti del contrabbasso. L’arrangiamento si mantiene vicino all’essenzialità, senza inutili turgori aggiuntivi, proprio per far risaltare la pura melodia tematica. Segue Seven Days of Falling, dall’omonimo album del 2003. Il brano è facilmente riconoscibile dal riff incalzante e introduttivo di contrabbasso, dall’attacco fantastico di piano e batteria cui si aggiunge in questo frangente, e direi con gran gusto, la chitarra di Wakenius molto matheniana. Dulcis in fundo le note prolungate della ripresa dell’archetto sulle corde del contrabbasso. Ma la vera sorpresa è l’assolo dello stesso Wakenius dai toni morbidi, mondato da qualsiasi intenzionale impurità sonora ed espressiva, che sembra quasi essere stato pensato in contemporanea alla versione originale, talmente si è spontaneamente e in modo naturale inserito nell’architettura del brano. Eighthundred Streets by Feet è estratto da Tuesday Wonderland del 2006. Si affida ad un’introduzione di tromba con effetti elettronici su cui Pohjola sovrappone varie frasi, inizialmente sempre in solitudine, poi punteggiate da qualche sequenza di percussioni. Ed è un lungo gioco a due, quindi, a precedere la comparsa del regolare tappeto ritmico che nel brano originale appariva praticamente da subito, sommerso dai riflessi acquei del piano di Svensson. Il tema viene qui portato sia da Pohjola che da Lyssarides, con ampio spazio allo strumento a fiato del primo che spinge il pianoforte nel ruolo di accompagnamento. Ma il sovvertimento strutturale del pezzo piace evidentemente al pubblico che applaude convinto.

Tocca ora a Tuesday Wonderland, tratto ovviamente sempre dallo stesso album di cui sopra. Si mantiene identica la premessa della mano sinistra del pianista che innesca il riff d’accompagnamento. Ma il tema viene scippato, si fa per dire, dal flauto di Lindgren che sostituisce Lyssarides nella sua esposizione. Ad ogni modo quest’ultimo ha tutto l’agio di rifarsi con un bell’assolo, mostrando con semplicità il valore della sua tecnica. Sullo sfondo, ma neanche tanto, la complessa struttura ritmica della batteria di Öström. Da circa metà brano sarà il flauto alla Roland Kirk di Lindgren a innamorarsi della scena, ben sostenuto dal resto del gruppo che gli lascia volentieri campo aperto. Ma a dir la verità è un continuo scambio di dinamiche, di presenze in primo piano, d’incrementi strumentali – riprende anche lo strofinio dell’archetto sul contrabbasso di Berglund – intercalati da rarefazioni sospensive e fasi più esplosive che vanno a terminare in un breve, progressivo sfilacciamento di note in chiusura. Alto gradimento da parte del pubblico che irrompe con applausi durante la performance, forse nel brano più liberamente arrangiato della raccolta. Si passa poi al gioioso Elevation of Love, da Seven Days of Falling. Il tema, che mi ricorda alcune istantanee di Joe Zawinul, appare quasi più ritmicamente sottolineato rispetto all’originale. Qui entrano in gioco sia Lindgren al sax tenore che Pohjola alla tromba ma la costruzione del pezzo sembra subire un’iniezione di ottimistica energia dai contorni velatamente latini, ampiamente supportata dalla chitarra timbricamente contenuta ma vigorosa e debordante di Wakenius che sposta via via l’asse portante del brano verso momenti d’intensità rock progressive. Chiude il duo sax-tromba defibrillando e sfumando il pezzo, mentre tra gli applausi si ascolta distintamente un bravo lanciato da una signora del pubblico. La traccia finale è affidata ad uno dei brani più toccanti di Seven Days… cioè Believe, Beleft, Below. Atmosfera ancor più raccolta dell’originale, adattissima allo scambio emotivo tra il sax e la tromba da un lato e il piano e la chitarra dall’altro. Lyssarides ai suoi massimi, con un’interpretazione eccellente quanto a intensità e partecipazione. Rigoroso l’impianto ritmico, lento e quasi solenne. Una malinconia lacerante sembra impossessarsi dei musicisti e del pubblico e in effetti il brano concludente non poteva che essere il momento più poetico, dal quale far affiorare tutti i ricordi del caso.

Con un super-gruppo impegnato in un’operazione di questo tipo, non ci si sarebbe mai aspettata alcuna piattezza emotiva. E così è stato. I numerosi temi cantabili, l’estrema compostezza dei ruoli individuali e la ruvida grazia di una musica come quella che gli E.S.T hanno lasciato in eredità, sono stati tutti riesumati per una notte dai compagni di sempre, sia quelli che hanno immediatamente affiancato la personalità di Svensson, sia gli altri che gli sono stati vicini almeno idealmente. Personalmente, credo sia stato fondamentale il merito di questo seminale trio svedese al fatto che il jazz, oggi, lo si possa vedere anche da un altro point of view. E questo senza dover scomodare Gagarin.

Tracklist:
01. From Gagarin’s Point of View (8:28)

02. Seven Days of Falling (6:16)
03. Eighthundred Streets by Feet (9:22)
04. Tuesday Wonderland (10:14)
05. Elevation of Love (6:19)
06. Believe, Beleft, Below (6:36)

Photo © Vera Marzinski

Una risposta a “Magnus Öström & Dan Berglund – E. S. T. 30 (ACT Music, 2024)”

  1. […] e la collaborazione con Magnus Öström e Dan Berglund in E.S.T. 30 (2024) – leggi qui e qui. L’altro è Georgios Prokopiou dal nome inconfondibilmente greco e virtuoso del bouzouki, […]

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