R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Sono rimasto sorpreso, almeno in un primo momento, nel leggere la combinazione di questa coppia di artisti. Uno di questi è Joel Lyssarides, pianista svedese dalla potente impronta classico-melodica, già oggetto dell’attenzione di Off Topic per il suo precedente album Stay Now (2023) e la collaborazione con Magnus Öström e Dan Berglund in E.S.T. 30 (2024) – leggi qui e qui. L’altro è Georgios Prokopiou dal nome inconfondibilmente greco e virtuoso del bouzouki, strumento iconico ellenico così com’è il mandolino per l’Italia, entrambi cordofoni con più di un legame di parentela. Ho cercato di capire che tipo di relazione unisse questi due musicisti, sulla carta così diversi, per promuovere un lavoro come Arcs & Rivers, pubblicato per la ACT. Al di là delle origini greche dello stesso Lyssarides, il Caso, grande artefice degli incontri tra gli esseri umani, ha fatto sì che Prokopiou si esibisse in un teatro di Stoccolma, facilitando l’ineluttabile incontro con il pianista svedese. Una buona combinazione, insolita fino ad un certo punto, si è venuta a creare tra i due musicisti, resa possibile anche dalla strategica arrendevolezza reciproca nel darsi i giusti spazi e senza coprirsi eccessivamente l’un l’altro con i propri strumenti. In effetti, un rapporto a due di questo tipo, la stessa etichetta ACT l’aveva proposto per il bell’album di Bill Laurance & Michael League, Where You Wish You Were (2023) – vedi qui – dove si confrontavano oud e pianoforte, cioè uno strumento a corde con uno percussivo, esattamente come nel caso di Lyssarides & Prokopiou.

Il bouzouki ha lontane radici storiche che parrebbero farlo risalire all’antico pandurion, strumento greco che cominciò a diffondersi circa trecento anni avanti Cristo e che nel corso dei secoli si sparse sempre più per il territorio dell’Ellade fino a superare la barriera del tempo e diventare, oggi come oggi, passando attraverso gli influssi arabi, uno strumento dalla familiare sonorità medio-orientale. Il suo abito moderno si realizza con quattro coppie di corde ed è tuttora rappresentativo per il genere rebetiko, una musica di tradizione popolare nata nei primi del ‘900 dalle classi sociali più povere ed emarginate, una sorta di blues mediterraneo, quindi, o se vogliamo, di fado portoghese trapiantato più a Est. Non saprei dirlo con esattezza ma credo che Arcs & Rivers sia uno dei primi esempi in cui il bouzouki provi ad affacciarsi al jazz, anche se francamente quest’album presenta dei connotati radicalmente più folk rispetto alle caratteristiche marcatamente jazzy che siamo soliti immaginare. Tuttavia oggi sappiamo che il termine jazz va oltre la specificità di un periodo storico o di un’attitudine stilistica e che sotto questo appellativo si condensano musiche non precisamente definite secondo modelli già precedentemente tracciati. I due artisti fautori di questo album si prestano a incontri culturali tra la tradizione musicale contestuale e quella che è la loro preparazione individuale che può aver assorbito, nel tempo, influenze d’ogni tipo. La musica che ne risulta è intrisa di un lirismo delicato e di una malinconia atavica ma anche di tumulti emotivi legati alla danza e al gioco, un dialogo acustico allusivo di paesaggi marini e processioni di profili collinari. Il suono un po’ metallico del bouzouki appare a volte come un’acidula digressione all’interno della sonorità del pianoforte, seguendone il percorso e con il quale prova a misurarsi, nel tentativo di svelare l’arcano, nostalgico significato della Bellezza così evocata. Nonostante la presenza di soli due strumenti, lo spessore espressivo è tutt’altro che fragile ed anche nei momenti meno controllati non si ascoltano ripensamenti o indecisioni nelle parti più improvvisate. Si tratta quindi di un progetto lineare, sentimentale nel senso più autentico del termine, dove infatti il gioco è condotto da un fine ordito emozionale a spese di geometrie grammaticali più rigide che qui lasciano il posto alla seduzione naturale di una sonorità aromatizzata dai profumi mediterranei.

Arcs, il primo brano in ordine di selezione, viene introdotto dalla presentazione di una suadente melodia da parte del piano su cui, progressivamente, il bouzouki si sovrappone riproducendo analogamente la stessa linea di note. Non c’è improvvisazione, sembra tutto scritto in una musica vaporosa che nasconde una dimensione legata alla rimembranza. Dolcezza ed amarezza diventano un tutt’uno in una bella calligrafia del sentimento nostalgico. Anamnesis scende ancora più in profondità nel mare della malinconia. Chi meglio di un greco – l’autore di questo brano è Prokopiou – poteva sollecitare il ricordo di Platone e della chiave della conoscenza che gira nella serratura del ricordo, anamnesis, appunto? E tutto questo ci riporta alla nostalgia del suo mondo ideale contemplato dalle anime pure. Anche in questo caso l’abbrivio lo fornisce il piano con un classico movimento modale attorno a tre accordi principali che scendono di un tono per volta. Però qui Prokopiou, aggiungendosi alla melodia di base, imposta un assolo con una buona dose d’improvvisazione. I due strumenti si scambiano poi i ruoli e sarà Lyssarides a creare un intermezzo in cui si concede anche qualche momento out of tune. A Night in Pireaus muove le acque con un frenetico passaggio da un accordo minore di base ad un secondo altrettanto minore ma un tono sopra e con una quinta bemolle al posto della naturale. Il pianoforte accompagna in ¾ ma questo brano è un momento di virtuosismo per entrambi i musicisti che si scambiano scale e arpeggi, simulando così l’intensa vita notturna del famoso e citatissimo porto di Atene. Echoes è un brano di Lyssarides che approfitta della propria ombrosa tavolozza sonora per proporre un acquerello fresco come una primavera. Il titolo rimanda al tema che sembra dominare l’album, cioè quello della rimembranza, termine che possiede grammaticalmente in sé qualcosa di più corporeo che non il semplice ricordare. Gli echi della memoria scavano in profondità con l’intervento del bouzouki che sulle note timbricamente alte sembra assomigliare ad un ehru cinese. Tra i brani migliori per l’uncinante melodia, una sorta di Au claire de la lune vissuto in un modello armonicamente più semplice ma altrettanto toccante.

Rivers è un brano malandrino, orecchiato in parte da un frammento della toccata e fuga in re minore di J.S. Bach, gestito prevalentemente da Lyssarides con Prokopiou che inizialmente si limita a qualche colore. Tutta la cultura e la preparazione classica del pianista emerge con evidenza nella prima parte della traccia, dove viene percorsa tutta la tastiera in lungo e in largo. Nella seconda parte è il momento del bouzouki che interviene con una decisa punteggiatura ritmica e un maggior intervento melodico. Lyssarides Lament è una sorta di confessione appartata e solistica da parte del pianista che ricorda nell’impostazione iniziale una melodia di stampo più medio-orientale, se non fosse per l’impianto tonale che in più punti aggira la tipica impostazione modale delle arie che vengono dall’Est. In questo brano la potenza del ricordo vien quasi meno, avanzando l’ombra luttuosa della dimenticanza. Kamilieriko Road propone una forma di danza tradizionale, originariamente con un assetto ritmico in forma dispari (9/8) e riadattata alle esigenze di questo duo. L’andamento parte in modo marziale, ribadito dalle note gravi ed ostinate del piano. Poi però questo mood viene cancellato da un prezioso unisono tra i due strumenti e poi da un verace assolo di bouzuki prima, seguito da un altrettanto, suggestivo passo solistico del piano. Lyssarides entra ed esce dalla tonalità di base, sfuggendo dai lacci modali su cui questo brano è impostato mentre Prokopiou, pur rimanendo nella tonalità di fondo, si lancia in una serie di scale velocissime e sempre pulite, mentre il piano fa da bordone con una sequenza di note basse che riprendono lo stile dell’incipit iniziale. Orange Moon porta la firma del solo Lyssarides ma viaggia un po’ sotto la qualità a cui questo duo ci ha finora abituato, evocando immagini troppo new-age, forse per via della struttura armonica semplice e reiterata. Ma il merito questa volta se lo prende Prokopiou che immette nel brano scampoli di leggerezza e scintille di note, soprattutto nella seconda parte, cercando e trovando momenti melodici di suggestiva bellezza. From East to West, titolo piuttosto esplicativo, parte da una forma melodica che ricorda l’universo danzante greco e balcanico. Composto interamente da Prokopiou il brano diventa una specie di manifesto delle capacità tecniche di entrambi gli strumentisti, con molti momenti all’unisono e un universo di scale condotte in simultanea dal piano e dal bouzouki. Si avverte l’innesto nella tradizione greca di momenti più contemporanei vicino alla sensibilità moderna e questo è forse l’unico pezzo in cui i due musicisti si affacciano più perentoriamente all’universo del jazz. Zafeirious Solo è stato registrato live a Berlino, in un concerto quasi di prova all’ACT Art Collection. Se il brano precedente già mostrava l’eccellenza tecnica del duo, questo lo consacra definitivamente in una danza velocissima, dove l’intersecarsi dei due strumenti è assolutamente perfetto e con momenti condotti a velocità siderali. Il pubblico, al termine, dimostra di gradire con un’esplicita ovazione.

L’impressione che resta dopo l’ascolto di Arcs & Rivers è come quella che lascia un taccuino di viaggio, con disegni e schizzi che sollecitano fantasia e sentimenti dispersi nel Tempo. L’album si distende tra note premurosamente delicate e improvvisi trambusti ritmici, tra immagini velate nel ricordo e inviti hic et nunc al fuoco sacro della danza. Resta però, e neanche tanto tra le righe, il rammentare luoghi e volti che rimandano verso il confine con la frontiera del silenzio, in quell’angolo di memoria dove tutto, tacendo, sembra acquisire un significato più profondo.

Tracklist:
01. Arcs (3:34)
02. Anamnesis (4:51)
03. A Night in Piraeus (3:07)
04. Echoes (5:26)
05. Rivers (4:27)
06. Lyssarides Lament (2:16)
07. Kamilieriko Road (6:08)
08. Orange Moon (4:31)
09. From East to West (3:25)
10. Zafeirious Solo (2:56)

Photo © Karl Gabor

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