T E A T R O
Articolo di Alessandro Tacconi
Uno spettacolo teatrale è sempre un rischio. Se vuole essere tale. Se vuol compiacere allora non è teatro ma intrattenimento. Uno spettacolo deve essere estremo, deve toccare un lembo di terra in cui ancora non si era giunti, mettendo alla prova e la propria visione e quella degli attori coinvolti.
La regista milanese Cristina Crippa ha deciso, quasi con candore, di prendersi un bel rischio con lo spettacolo Nel guscio dal romanzo di Jan McEwan, andato in scena per la seconda volta a distanza di cinque anni al Teatro Elfo Puccini a Milano dal 29 gennaio al 15 febbraio.
Un thriller amletico fetale! Erano i giorni del primo sciagurato pandemico lockdown quando la regista decise di mettere mano e testa al romanzo pubblicato nel 2018 dallo scrittore e sceneggiatore britannico.

«Potrei anche essere confinato in un guscio di noce e sentirmi il re di uno spazio infinito – se non fosse la compagnia di brutti sogni», lamentava l’Amleto shakespeariano. Recluso a testa in giù nel guscio materno, il narratore di questo thriller unico nel suo genere ha invece finito lo spazio a disposizione.
Come si mette in scena un testo del genere? Un monologo che imbriglia per una buona mezzora l’attore all’interno di un telo sospeso a mezz’aria. Innanzitutto serve un Attore. Marco Bonadei è un grande attore e dà prova delle proprie capacità grazie a una performance straordinaria. Avvince il pubblico dal primissimo (e unico) “gnegnegne” fetale. Corpo agente che compie tutto il possibile per dare voce non solo al feto, ma anche a chi lì fuori sta meditando cose turpi. È di scena un dramma shakespereano: la madre, Trudy, suo marito John Cairncross, editore e poeta, e l’amante di lei nonché fratello di lui, Claude, agente immobiliare senza scrupoli. Un triangolo destinato a concludersi nel sangue quando Trudy e Claude decidono di uccidere John, per impadronirsi della sua prestigiosa e decadente casa di famiglia.

La scenografia dello spettacolo è quanto mai essenziale: un tessuto elastico sospeso dentro cui si muove all’inizio l’attore, dei materassi e due ampi teli trasparenti (in proscenio e sul fondo). Un microfono su di una piantana e uno che ha per la maggiore del tempo con sé Bonadei. Uno spettacolo nudo (come è l’attore per buona parte dello spettacolo) e crudo (come è la morte della vittima predestinata).
Che cosa ha fatto di straordinario la regista? È riuscita a trovare continue soluzioni sceniche che cambiavano stato all’attore e alla scena, grazie al corpo-voce di Bonadei e alle registrazioni delle battute degli “adulti” realizzate da Ferdinando Bruni (John Cairncross), Elio De Capitani (zio Claude), Cristina Crippa (Ispettore Allison), Enzo Curcurù (poliziotto), Alice Redini (mamma Trudy), Elena Russo Arman (Elodie) e Vincenzo Zampa (poliziotto). La regista ha deciso di non abbandonare il proprio attore alla semplice declamazione del testo (ahinoi, troppi spettacoli a Milano nell’anno del signore 2026, 2025, 2024, 2023… si affidano ancora e unicamente all’ars declamatoria!) ingegnandosi per trovare soluzioni efficaci. L’applauso prolungato del pubblico, dopo un’ora e 45 minuti di spettacolo, è stato un premio perfino troppo esiguo e per la performance di Marco Bonadei e per Cristina Crippa.

Unica nota distonica che non dipende né dalla regista né dall’attore, la faccio al testo di McEwan. Da subito il maturo ragionare del feto mi ha fatto lo stesso effetto delle favole in cui gli animali vengono antropormorfizzati e ragionano e dialogano come esseri umani. Sarebbe stato preferibile un modo di esprimersi più rudimentale e primitivo, che avrebbe sconcertato il pubblico nei primi minuti, ma poi si sarebbe abituato (l’essere umano si abitua a ogni cosa!). Penso, ad esempio, al romanzo “sgrammaticato” di Chuck Palahniuk Pigmeo.


Photo © Marcella Foccardi





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