R E C E N S I O N E
Recensione di Mimmo Stolfi
La musica degli Irreversible Entanglements non si offre semplicemente all’ascolto, lo impone. Entra di taglio, spostando l’aria e costringe a ridefinire la posizione di chi ascolta. In Future Present Past, quinto disco del collettivo, questa urgenza non si attenua, ma cambia temperatura: la rabbia si organizza, trova una direzione, aprendosi a una forma di energia condivisa che somiglia meno alla protesta rabbiosa e più a una pratica di resistenza ragionata.
Fin dall’inizio, il gruppo ha abitato un punto preciso, l’incrocio tra free jazz e spoken word politico. Non come semplice sovrapposizione, ma come tensione continua tra suono e linguaggio. La voce di Camae Ayewa (Moor Mother) si muove sempre dentro questa tensione. Le parole vengono spinte nel ritmo, lasciate vibrare fino a diventare materia sonora. Il timbro è ruvido, spesso portato fino a una soglia abrasiva, poi improvvisamente si ritira per lasciare spazio e quindi rientra con un’altra intenzione.

In Vibrate Higher la voce anticipa e aggira il tempo invece di seguirlo, mentre sotto di lei il gruppo costruisce un terreno instabile. Attorno a questo asse, il quintetto lavora come una struttura mobile che rifiuta la fissità. Aquiles Navarro e Keir Neuringer non cercano quasi mai un dialogo ordinato. La tromba del primo entra con suoni compressi, quasi trattenuti, poi si apre in emissioni più larghe, spesso tagliate da improvvisi cambi di direzione; il sax contralto del secondo costruisce linee più fluide, ma continuamente incrinate, portate fuori asse, come se ogni frase dovesse attraversare una resistenza. Il contrabbasso di Luke Stewart tiene insieme e allo stesso tempo mette in discussione. Le corde vengono pizzicate con forza, il suono è denso, quasi legnoso, a tratti percussivo. A volte insiste in figure ripetute che danno l’impressione di voler creare un appiglio, subito rimesso in discussione da una deviazione improvvisa. Tcheser Holmes lavora sul tempo come su una superficie mobile: rullante secco, aperture improvvise sui piatti, accenti che slittano e spostano continuamente il centro di gravità. La prima parte del disco concentra questa energia in forme più brevi, apparentemente più accessibili.
Don’t Lose Your Head procede per scarti, il ritornello emerge come una voce collettiva, mentre Motherboard introduce una qualità più aperta, quasi soul, che amplia il campo senza attenuare la tensione. In Panamanian Fight Song il basso incalza, la batteria frantuma il flusso in sincopi irregolari, i fiati si sovrappongono fino a creare una pressione che non cerca una risoluzione. In questa prima sezione, il disco compie uno spostamento interessante rispetto ai precedenti. Senza rinunciare alla propria radicalità, lavora su una maggiore immediatezza, accorcia la distanza con l’ascoltatore senza semplificare davvero. L’idea che il free jazz sia per definizione inaccessibile viene aggirata attraverso una diversa gestione dell’energia, più diretta e leggibile nel suo movimento.

Nella seconda parte, la musica si dilata. The Messenger apre uno spazio sonoro più ampio, dove l’improvvisazione diventa il motore principale. La tromba si fa più aspra, il sax contralto si distende in frasi lunghe e irregolari, la batteria costruisce e disfa nello stesso gesto. La voce di Moor Mother si libera, meno vincolata al ritmo, più vicina a una forma di trance lucida. The Spirit Moves introduce un’altra qualità del tempo. Il contrabbasso si dirada, la batteria riduce al minimo il suo battito e il sax respira in modo più ampio. Non è una sospensione decorativa, ma un approfondimento, un modo diverso di tenere insieme il discorso.
Il fatto che tutto questo accada su Impulse! Records e in uno spazio leggendario come il Van Gelder Studio non è secondario. Una parte importante della storia del jazz più radicale attraversa queste stanze, e il gruppo sembra entrarci senza deferenza, ma con consapevolezza, come se quella genealogia fosse una materia da riattivare. Future Present Past tiene insieme tempi diversi senza ordinarli. Il passato non è citazionismo, il presente non è cronaca, il futuro non è promessa. Tutto convive in una frizione continua che attraversa il suono, la parola e il gesto collettivo. E in quella frizione, più che una risposta, prende forma una possibilità.
Tracklist:
01. Juntos Vencemos (2:53)
02. Don’t Lose Your Head (2:43)
03. Vibrate Higher (6:09)
04. Panamanian Fight Song (3:26)
05. We Know (3:39)
06. Hold On (2:32)
07. Keep Going (6:52)
08. The Messenger (6:17)
09. The Spirit Moves (6:09)
10. We Overcome (1:24)
Photo © Annemone Take






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