R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Chi dice che il jazz tradizionale sia ormai esausto dovrebbe ascoltare senza pregiudizi questo Wildflowers ad opera del duo Patrieck Bonnet e Casper Tovgaard Christensen, rispettivamente al sax tenore e alla chitarra elettrica. L’incontro casuale, avvenuto nei Paesi Bassi nel 2019 tra il sassofonista olandese e il chitarrista danese, ha promosso inizialmente una serie di concerti e poco altro. Ma cinque anni dopo un secondo incontro – a questo punto definirlo ancora casuale fa parte solo dell’aneddotica – ha invece prodotto questa collaborazione discografica realizzata in quartetto insieme al contrabbasso del brasiliano Matheus Nicolaiewsky e alla batteria dell’olandese Imre Kruis. Chi sono i due protagonisti principali di questo album? Bonnet non è solo un valido tenorsassofonista dallo stile fluido e caldo, che ricorda una via di mezzo tra Stan Getz e Ben Webster, inoltre è un praticante ed un insegnante di dispokinesi, un particolare atteggiamento di movimento e di postura nell’approccio allo strumento musicale per valorizzare al meglio le proprie possibilità e superare gli eventuali handicap fisici od ergonomici. Non è forse un caso che il fraseggio di Bonnet, così fluido e privo di rigidità, rifletta proprio quell’approccio consapevole al movimento che la dispokinesi promuove.

Christensen, invece, lo conosciamo per essere stato il chitarrista della formazione danese Oh People, già oggetto di una recensione da parte di Off Topic, leggi qui. La timbrica della sua chitarra, per lo più morbida e vicina allo stile classico degli anni ’50 e ’60, s’alterna con sonorità maggiormente metalliche quando s’affrontano brani più mossi e dagli umori più moderni. Gli esempi di accoppiata sax-chitarra sono molti, nella storia del jazz. Potrei ricordare tra quelli più recenti, il binomio John McLaughlin e John Surman con Extrapolation (1969), oppure Joe Henderson e John Scofield in So Near So Far (1993), Bill Frisell e Joe Lovano in due album a nome di Paul Motian Trio, One Time Out (1989) e Time and Time Again (2007) e molti altri ancora. In questo album Bonnet e Christensen non temono confronti e si trovano alla perfezione sovrapponendo i loro stili legati alla tradizione dello swing e del bebop ma con necessarie ed inevitabili aperture ad una sensibilità più moderna, affrontando brani sia di loro composizione che ripescando qualche perla del passato nel grande calderone degli standard. Le sonorità del sax e della chitarra, almeno per come si propongono in questo contesto, sembrano fatte le une per le altre in assoluta limpidezza. Il dialogo tra i due strumentisti avviene per lo più in forma di contrappunto, naturalmente con la possibilità di ciascuno dei due di liberarsi, quando lo si ritenga opportuno, in una scorrevole fase d’assolo. Del resto lo spazio espressivo non manca per nessuno, la comunicazione tra sax e chitarra non si limita a una semplice alternanza solistica, ma costruisce un intreccio fitto di rimandi, spesso giocato su micro-variazioni ritmiche e sottili slittamenti dinamici. La conciliante parte ritmica è di una delicatezza disarmante ed è sempre attenta a sostenere l’equilibrio dei pattern e l’andamento composto melodico-armonico dei due strumenti principali. Memorabili gli slow e le ballad dove sarebbe ipoteticamente più facile allontanarsi dell’intrinseca bellezza dei brani per imboccare tangenti personalistiche, trascurando i fondamenti espressivi degli stessi. Invece la band adatta la propria visione interpretativa all’ossatura del pezzo, vedi a questo proposito la raccolta versione di Smoke Gets in Your Eyes. La fusione di certi stilemi tradizionali con uno spirito contemporaneo funziona perfettamente e si sviluppa senza parossismi né atteggiamenti irriverenti. I fraseggi si evolvono lungo metriche consuete ma ordinate e soprattutto, dove il progetto ritmico lo consente, in ossequio ad un piacevolissimo swing che ne rispecchia interamente lo spirito.

Kabouterboek è il primo brano che incontriamo in questa selezione. La chitarra fende l’aria con accordi obliqui introducendo Bonnet che staglia con chiarezza il tema, mentre Christensen riempie le pause lasciate dal sax. Poi parte l’improvvisazione fortemente swingante impostata dal tenore in assolo, con la ritmica che mantiene un drumming lavorato molto sui piatti e un contrabbasso che pulsa con controllata energia. Dopo il sax è la volta dell’assolo di chitarra e prima della chiusura del brano una cascata di tamburi precede il ritorno del tema. Segue Time Will Tell che a differenza del brano precedente – scritto da Bonnet – è composto dal chitarrista. Qui si respira swing anni’40 e i cultori di Cinema, dato il clima, potrebbero essere teletrasportati per un attimo nel mondo nostalgico di Pupi Avati. Un sax suadente e un po’ marpione ci fa pensare ad una cover archeologicamente recuperata e restaurata con pazienza certosina, mentre invece siamo di fronte ad un brano originale suonato con cura e costruito con elevato fascino estetico. Bonnett disegna il tema e poco più, mentre Christensen si lancia in un assolo moderato, ricavato in gran parte con la tecnica di smorzamento del palm muting. La batteria spazzola il tempo e il contrabbasso si concede uno spazio tutto per sé, impostando una cavata errabonda con buona fantasia improvvisativa. Ancora di Christensen è la title track Wildflower. Uno slow che lavora sullo slittamento di piani contigui, uno caratterizzato dalla presenza di un sax quasi in desolata solitudine ed un secondo abitato da una chitarra alla Chet Atkins suonata nota dopo nota. Il tutto sembra una cartolina spedita da un tempo perso nella memoria, con la ritmica che quasi non s’avverte nella propria strategica discontinuità. Luci basse, penombre e forse un po’ troppa oscurità. Luna è ancora una composizione di Christensen che fa uscire il gruppo dall’atmosfera troppo introversa del brano precedente. L’inizio, in arpeggio e con un contrappunto di basso, non segna precisamente la direzione che il brano prenderà. Ma l’incremento ritmico, orientato verso una base latina e contornato da un sax alla Stan Getz, trascinano il mood complessivo un po’ fuori strada. Nonostante gli sforzi fatti, il pezzo sembra slegato, con gli strumentisti non perfettamente a loro agio in questo clima a metà strada tra lo swing e un po’ di enfasi latina.

Poi arriva il brano migliore, un trasparente tributo ad uno standard molto conosciuto di Jerome Kern del 1933, realizzato con un eccellente senso della misura. Si tratta di Smoke Gets in Your Eyes. Il livello di suggestione si alza molto, con le note calde del sax che intonano il tema e la chitarra che vi cuce attorno una rete di accordi incantatori. Una storia musicale che si spartiscono in esclusiva Bonnet e Christensen, con la chitarra attenta a costruire le note di basso al posto di Nicolaiewsky e ad impostare l’assolo che precede lo svincolarsi del sax dal tema, ripreso ovviamente sul finale. Un brano che è un gioiello di gusto e delicatezza, un grande esempio di gestione di un romantico standard qui trattato coi guanti. Con 2025 B.C si abbandona l’intimità per tornare a riabbracciare saldamente lo swing e in questo brano il sassofonista ha l’opportunità di prendere il volo con un’escursione di fraseggi bebop atti a rimarcare la propria padronanza strumentale. Ritmica implacabile, ancora molti piatti innescati dal batterista insieme ad una chitarra che segue anch’essa i dettami dei migliori bopper. Un brano dall’estetica concreta, divertente e con improvvisazioni ammalianti. Bolero for Bello riprende il clima retrò già incontrato nella precedente Time Will Tell, recuperando ritmi tradizionali del centro-america, alludendo ad una latinità revivalista e suggerendo, attraverso un’esecuzione composta, una sensualità un po’ languida. Però la classe dei due musicisti è innegabile, con pochi, tenui tratti di penna riescono a sorreggere un’idea d’intimità, tutta curve sonore di sax e tremolii chitarristici. Notevole l’assolo quasi mascherato di Christensen, poche note ben piazzate e arrotondate quanto basta per non irrigidire l’atmosfera. Open Hand mostra quanto la band sia affine al bebop, oltre che allo swing, presentando ad esempio chitarra e sax che viaggiano spesso all’unisono. Qui Bonnet ci propone una vegetazione di suoni che crescono arrampicandosi sulla tensione di una base ritmica, rinforzata da qualche accordo jazzy della chitarra che resta, in quest’occasione, sullo sfondo. Il palcoscenico virtuale è tutto spartito tra sax e batteria, dove quest’ultima imbocca un lungo assolo consentendo a Kruis un’ampia apertura espressiva. Here’s That Rainy Day, brano di Jimmy Van Heusen datato 1953 è il secondo standard eseguito in solitudine dalla coppia Bonnet-Christensen. Un alito di websteriana memoria s’impossessa della timbrica del sax promuovendo l’opera di scavo all’interno dell’intimità di questo brano. Nonostante questo pezzo d’autore abbia rischiato, col passare degli anni, il logoramento per le numerose re-interpretazioni – destino comune a tutti gli standard – l’incedere crepuscolare offerto in questo caso si ferma non più lontano di qualche scalino dal paradiso.

Wildflowers si impone come un lavoro che rifugge tanto la sterile riproposizione filologica quanto la tentazione, oggi fin troppo diffusa, di forzare il linguaggio jazzistico verso derive contemporanee spesso più manifeste che realmente necessarie. Qui la tradizione non è un vincolo né un pretesto, ma un sistema di riferimento vivo, attraversato con consapevolezza e restituito con misura. In questa capacità di abitare il linguaggio senza sovrascriverlo risiede il valore più autentico di questo album che si rende percepibile in un equilibrio raro, in cui rigore formale e libertà espressiva non si oppongono, ma si sostengono reciprocamente. E alla fine si dimostra come il jazz, anche nelle sue forme più canoniche, continui a essere uno spazio aperto, fertile e tutt’altro che esaurito.

Tracklist:
01.  Kabouterboek (04:26)
02. Time Will Tell (04:50)
03. Wildflower (04:26)
04. Luna (05:51)
05. Smoke Gets In Your Eyes (04:49)
06. 2025 B.C. (04:57)
07. Bolero For Bello (05:04)
08. Open Hand (04:05)
09. Here’s That Rainy Day (03:56)                                                              

       

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