R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
A distanza di poco più di un anno da View With a Room realizzato con Bill Frisell (qui la recensione), il chitarrista californiano Julian Lage torna con grande coraggio a proporre il suo ultimo lavoro, Speak to Me, con la stessa versatile formazione ritmica alle spalle, cioè Jorge Roeder al contrabbasso e Dave King alla batteria. Ma la scelta programmatica, questa volta, non si ferma qui. Con la produzione di Joe Henry, storicamente più in linea con altri generi musicali, Lage si concede un azzardo ampiamente ripagato in termini qualitativi. Questo perché il jazz del chitarrista, pur diluendosi in altre forme musicali, tende qui a cambiar pelle e ciò che ne consegue travalica ampiamente la categoria estetica della semplice carineria. Vale a dire che Lage si è costruito uno tra i suoi più interessanti album in carriera, se non addirittura il migliore, animato da una linfa creativa ed eclettica a 360°. Evidentemente l’approccio elastico della produzione, nonché l’aver voluto accanto a sé, oltre i suoi due musicisti responsabili della ritmica, anche altre personalità di spicco – la pianista Kris Davis e il tastierista Patrick Warren, con l’aggiunta Levon Henry, figlio di Joe ai fiati – ha apportato un’originale combinazione strumentale che sembra voler allontanare lo stesso Lage dagli ingombranti richiami tradizionali tipici della chitarra jazz.

L’autore californiano ha avvertito la necessità di rivolgersi ad un pubblico più vasto, scommettendo su un assortimento di suggestioni diversificate che toccano a volte punte di intenso lirismo così come di audace sperimentazione. Per cui in questo pentolone creativo ci finiscono, oltre alle buonanime dei maestri del passato, anche una mestolata di musica pop, un pizzico di flamenco e di blues, qualche profumo di folk e uno spicchio di atonalità – che diamine, siamo pur nel XXI° secolo!! Una delle caratteristiche di questo album è l’abbondante utilizzo della chitarra acustica che si mostra espressiva quanto l’elettrica. Ma sarebbe più logico considerare non tanto la preferenza per questo o quell’altro strumento, quanto il salto della cavallina tra i generi, l’evidente soddisfazione di Lage di non soffrire di alcuna privatio lucis allontanandosi dai moduli classici della chitarra jazz, per capirci quelli di Christian, Montgomery o Hall. Anzi, mai come in questo frangente, il crossover della musica di Lage pare ne abbia giovato rivestendosi di asimmetrie inconsuete, trasformandosi in una macchina perturbante ed enigmatica, con tutti i colori di un’ambiguità dettati da un maggior senso di libertà espressiva e dal desiderio di un nuovo giro di giostra rispetto al passato, sia nei brani chiaroscurali in solo che quelli più vibranti proposti in gruppo, più o meno allargato. Nel complesso di questa ampia gamma stilistica, il suono della chitarra, in fase acustica quanto in quella elettrica, non viene ipertrattato né troppo sottoposto alle scorze aggiuntive degli effetti a pedale. Dice infatti Lage in una recentissima intervista rilasciata a Jonathan Horsley per la rivista Musicradar “…Non sono molto capace quando si tratta di effetti…con ritardi, riverberi e tutte queste cose…”. Per cui, ascoltando soprattutto la chitarra acustica, possiamo percepirne le sfumature più naturali insieme al modo nervosamente ispido in cui sono trattate le corde. L’attenzione resta vigile durante l’ascolto, nonostante qualche fisiologica e momentanea fase calante. Talora subentrano sensazioni di sorpresa al seguito di inattese soluzioni armoniche, tanto che l’imprevedibilità la fa da padrona, assicurando divertimento e un salutare sconcerto negli accostamenti sequenziali dei brani, a volte parecchio dissimili tra loro.
S’affaccia per primo Hymnal, introdotto da un rapido passaggio di contrabbasso che innesca un dialogo sottovoce con la chitarra di Lage impegnata in un’intensa perorazione melodica in stile spagnoleggiante, adagiata sullo sfondo di misurati interventi di tastiera. Qualche nota tematica ricorda però qualcosa di uno standard come Fly me to the Moon. L’inizio molto lirico si frange subito sull’asprezza di Northern Shuffle e sull’incipit di chitarra elettrica distorta – qui Lage suona un’Epiphone Coronet d’annata – che tende a organizzarsi in un classico accordo di tonica alternato all’aggiunta di una sesta maggiore. Anche il pianoforte tende a imitare questo passo seguendo una batteria metronomica, mentre affiorano i gorgoglii di un sax che affoga tra le quinte. Il brano evolve naturalmente in un blues muovendosi tra I°-IV°-V° ma l’inventiva di Lage gli aggiunge un po’ di vetriolo, giocando sulle intonazioni incerte tra gli strumenti, mentre la chitarra si allunga in un assolo molto nero alla Muddy Waters. Henry, nel frattempo, imposta quello che sembrerebbe essere anch’esso un assolo sui generis. Torna la chitarra di Lage con un secondo intervento, questa volta distante anni luce dai maestri del blues che sfocia, con il contributo volenteroso del pianoforte e qualche alone d’organo, in un gorgo atonale. Una sonorità aspra e scomoda percorre tutto il brano, descritto con una mirabile metafora dal già citato Horsley come “…il cibo stellato Michelin in una tavola calda lungo la strada”. Omission solletica vigliaccamente i ricordi di certo country-rock californiano con la chitarra acustica a reggere la baracca ma con gli interventi dell’elettrica ad aumentare il nerbo strutturale. Classico brano elettroacustico da playlist personale, suonato da dio e impostato melodicamente quasi come supporto ad una voce solista, un Jackson Browne, ad esempio, giustappunto omesso ma velatamente evocato tra la smaliziata agilità di un nostalgico brano come questo. Comunque, che piacere ascoltare Lage all’acustica!! Rallentano fortemente i tempi in

Serenade, altra traccia potenzialmente cantabile, un raffinatissimo mix strumentale molto vicino allo spirito di Frisell che si muove tra impressioni desertificate e sguardi diretti a spazi vasti, su un ritmo da lenta ballad alla Neil Young. Un meriggiare pallido e assorto calato a metà tra jazz e rock ballad, gestito dallo strategico incastro tra chitarra, tastiere e briciole di pianoforte, dove sembra quasi che Lage voglia semplificare le sue linee espressive scarnificandone al massimo la sostanza. Myself Around You inizia con un vortice di note di chitarra acustica ed una sequenza di fascinosi accordi ascendenti in un brano dalla forte connotazione flamenca e suonato in perfetta solitudine. Magari qui riaffiora la passione confessata di Lage per la classicità di Julian Bream, però il californiano si spinge anche in qualche occasionale fuori-pista atonale. L’improvvisazione tocca i vertici più alti ed appare quasi senza una precisa direzione, una libera cavalcata tra varie tonalità che segue in fieri la cangiante atmosfera diafana e intimista. South Mountain mescola molte carte, atmosfere latine, sonorità sperimentali, trame di pianoforte, tastiere e clarino. Nonostante l’esile spessore sonoro, qui si lavora sulle crepe, cioè sulle pause lasciate dalla chitarra, ferite di terra dalle quali spuntano microscopiche striature vegetali. Finale misterioso, oscuro e labirintico. Speak to Me è quasi un ritorno a casa. L’organizzazione sonora gioca prevalentemente ma non esclusivamente sulla base del trio, con qualche inserto di tastiere e fiati. Si suona una fusion di jazz rock, questa volta prediligendo una base ad alta pulsazione ritmica sulla quale Lage si sbizzarrisce all’elettrica nella sua abile maniera di far interagire gli accordi con le parti soliste. L’espressione complessiva è asciutta, aspra quanto possa bastare a rendere divertente un brano che sembra suonato live, talmente contrastiva è la sua scansione strumentale. Two and One s’accentra nuovamente sulla dimensione a trio ma stavolta è la chitarra acustica che regge questo blues arricchito da qualche intorbidimento d’organo. Non possiamo far altro che raccogliere la bravura improvvisativa di Lage e il groove rimarcato dall’assolo di contrabbasso nella seconda metà del brano. Vanishing Points si costruisce con una sovrapposizione tra accordi di chitarra e piano che si liberano in un clima alla Django Reinhardt tra le note di un clarino basso e di un sax tremolante. Anche in questo caso Roeder si costruisce uno spazio solitario che riprende la vaga tematica introdotta inizialmente dalla chitarra. Brano meditativo e introverso che appare tuttavia un po’ slegato nei suoi costituenti. Tiburon inizia con un ostinato appoggio di chitarra e un ritmo sostenuto dall’insistenza dei piatti della batteria che scintillano tutt’intorno. Un gran pezzo jazz con qualche iniezione di pop e un’entusiasmante prova strumentale di Lage, in quest’occasione veramente superlativo. Qualche accordo di tastiera screzia delicatamente l’insieme del trio e non ne disturba la giudiziosa concentrazione. As it Were è un dondolante, crepuscolare shuffle di tinte trascoloranti che si muove tra discreti cambiamenti tonali e languidi momentanei abbandoni. Una traiettoria quasi surreale in temperie malinconica, un piccolo capolavoro di equilibrio e musicalità all’interno di quello che appare come tra i brani migliori dell’album. 76 è quasi un funky stralunato, tra inflessioni country-rockabilly e velleità sperimentali. Ascoltiamo il piano della Davis colorare di jazz contemporaneo la seconda parte del brano, affiancando in questo l’angolosa chitarra acustica di Lage e le sue nervose pennate. Nothing Happens Here conclude l’album con un tema che avrebbe potuto sortire da colonna sonora cinematografica per l’orecchiabile sequenza melodica e l’intrinseca delicatezza un po’ svagata. In realtà quest’ultimo brano sembra fungere da controcanto ludico, un’irradiazione addolcita quasi ad equilibrare con serenità la vertigine delle numerose idee fin qui proposte.
I sismografi dei jazzofili più intransigenti potrebbero registrare un pericoloso innalzamento ondulatorio ad indicare sommovimenti tellurici che non prometterebbero, stando alle loro aspettative, niente di buono. Ma Lage dimostra invece di sapersi muovere in diversi ambiti e di non sopportare l’idea di essere murato vivo in un mausoleo per chitarristi jazz inchiodati al ricordo del passato. L’Autore ha dimostrato che dopo essere stato il confrere ideale per un tipo come Bill Frisell, ha potuto assorbire gli umori di una contemporaneità che accoglie in grembo istanze musicali d’ogni tipo. Più che un esperimento alchemico, Lage attraverso Speak to Me, esprime, come suggerisce il titolo dell’album, il desiderio d’interloquire con vari generi musicali, convinto – lui come il sottoscritto – che il confronto e l’ibridazione siano un vantaggio anziché una perdita di credibilità.
Tracklist:
01. Hymnal (2:22)
02. Northern Shuffle (6:05)
03. Omission (3:27)
04. Serenade (5:20)
05. Myself Around You (6:00)
06. South Mountain (5:15)
07. Speak To Me (4:15)
08. Two And One (4:19)
09. Vanishing Points (4:26)
10. Tiburon (4:25)
11. As It Were (5:07)
12. 76 (4:37)
13. Nothing Happens Here (4:14)





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