R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Mi sono posto più di qualche domanda quando ho iniziato questa recensione riguardo all’ultimo album del sassofonista sessantacinquenne Brandford Marsalis, Belonging. Prima di tutto il lavoro in questione è un completo rifacimento, brano dopo brano, titolo compreso, di quell’LP pubblicato cinquant’anni fa, l’originale Belonging (1974)con cui Keith Jarrett si presentò sulla scena jazz internazionale insieme ad un gruppo scandinavo – due norvegesi come il sassofonista Jan Garbarek e Jon Christensen e lo svedese Palle Danielsson – costituendo il cosiddetto quartetto europeo. E, ovviamente, mi sono chiesto per quale motivo un brillantissimo saxofonista come Marsalis – dopo oltre una trentina di incisioni da titolare –  abbia scelto come esordio per la prestigiosa etichetta Blue Note questo omaggio così retroattivo, senza puntare a proprie composizioni o a riproposizioni più ovvie come i comuni standard. Un omaggio devozionale, una sfida narcisistica, il desiderio di testare le proprie capacità con epoche e stili diversi?  Poi mi sono però ricordato, anche se le mie personali perplessità su questa scelta non sono state fugate del tutto, come lo stesso Marsalis non fosse nuovo ad operazioni di questo tipo, avendo già operato in termini simili quando pubblicò Footsteps of Our Fathers (2002), riproponendo interamente la suite A Love Supreme di John Coltrane e la Freedom Suite di Sonny Rollins.

In un secondo tempo, riflettendo ulteriormente su quello che di norma succede in ambiti differenti come ad esempio nella musica classica, si può notare come uno stesso concerto o sinfonia o qualsiasi altro lavoro complesso venga abitualmente riproposto più e più volte da innumerevoli esecutori, offrendo versioni che, anche se vengono rispettate le linee delle scritture, sono differenti nelle interpretazioni, nell’agogica e nelle intenzioni progettuali di chi affronta quelle specifiche partiture. Quindi perché questo non dovrebbe valere anche nel jazz, soprattutto se a gestire questa occasione vi è un quartetto di indubbia capacità come quello di Marsalis? Ma comunque non c’è dubbio che questa sia stata una scelta rischiosa. Inevitabili sono i probabili raffronti a posteriori, soprattutto tra Marsalis stesso e Garbarek e ancor più tra il pianista Joey Calderazzo e l’iconico Jarrett. Ma è altrettanto vero che se nel vasto e mutevole panorama del jazz contemporaneo ci sono pochi artisti capaci di scavare nel passato senza rimanerne prigionieri, Branford Marsalis e il suo quartetto – con il già citato Joey Calderazzo al pianoforte, Eric Revis al contrabbasso e Justin Faulkner alla batteria – sono giusto tra questi. Il loro Belonging non è una semplice riproposizione del capolavoro di Keith Jarrett del 1974, ma una reinvenzione oltre che un’ode rispettosa che respira con un’anima propria. Marsalis ha scoperto Belonging nel 1979 e nonostante nella sua vita non abbia mai incontrato Jarrett di persona, la sua musica gli è rimasta dentro con le caratteristiche di un’eco persistente, come un diapason ancora in vibrazione. Dopo la loro esplosiva interpretazione di The Windup nell’ottimo The Secret Between the Shadow and the Soul (2019), il quartetto ha deciso di fare il grande salto: suonare l’intero album. Il risultato? Un omaggio che non si accontenta della nostalgia, ma si muove con un’urgenza del tutto contemporanea. Comunque è piuttosto normale, come rivela lo stesso Marsalis nelle note stampa allegate all’album, che nelle composizioni di Belonging il sassofonista abbia chiaramente ripreso “cose che Jan ha suonato sul [quel] disco” e che inoltre non abbia “cercato di rifiutare l’idea quando è venuta fuori”. In altre parole significa che il quartetto di Marsalis ha sicuramente introiettato qualche passaggio originale – e non potrebbe essere altrimenti – ma le versioni proposte godono di una loro assoluta autonomia dimostrando, tra l’altro, anche un minutaggio a volte decisamente diverso dall’originale. E poi, racconta ancora l’Autore in un’intervista rilasciata alla conduttrice Michel Martin il 28/03/25 per N.P.R. (National Public Radio), “[quei ragazzi norvegesi] non sono cresciuti ascoltando R&B con la stessa regolarità che abbiamo fatto noiQuindi non dobbiamo passare molto tempo a cercare di alterare o cambiare le canzoni originali o la costruzione delle canzoni, perché il modo in cui le interpretiamo sarà automaticamente diverso dal modo in cui le interpreterebbero loro…”. Insomma, sembra proprio che Marsalis & C. non siano stati molto interessati alle innovazioni, quanto alla possibilità di celebrare la tradizione, naturalmente in modo del tutto personale. Passiamo ora in rassegna i brani di Belonging, sottolineandone le eventuali differenze, almeno quelle più evidenti, rispetto all’originale.

Si comincia con Spiral Dance, il variopinto brano di apertura dove pare che il quartetto di Marsalis non abbia alcuna intenzione di scarnificare la materia musicale, anzi, si getta nella mischia puntando sulla maestria indiscussa di Calderazzo e del leader attraverso il loro fitto fraseggiare attorno ad un ostinato di contrabbasso. Questa versione dura circa il doppio di quella originale, focalizzandosi molto sugli assoli, e bisogna dire che la mano di questo pianista non ha nulla da invidiare a quella di Jarrett anche se è giusto dire che al tempo del quartetto europeo Jarrett non aveva ancora trent’anni e Calderazzo ne ha, attualmente, una trentina in più… Molto ispirata anche la componente ritmica con una buona performance di Revis alle note basse. Blossom è un brano lento e appassionato sotto forma di una classica ballad con un tema parzialmente orecchiabile, dove il quartetto abbandona la spinta ritmica per tuffarsi in una più eterea. Qui il lirismo di Marsalis si fa toccante, il suo suono si assottiglia a tratti fino a diventare un sussurro, mentre Calderazzo danza leggero tra le note. C’è un’intimità palpabile, una delicatezza che lascia il segno, punteggiata da una ritmica discreta che tende verso un’ossimorica dinamica quiete. Jarrett, nella sua versione al pianoforte, è forse più lirico ma gli sviluppi sonori sembrano quasi più rigidi rispetto a Calderazzo, mentre il sax di Marsalis evidenzia una calda sensualità che Garbarek, almeno in questo brano, a mio parere non possiede.

Long As You Know You’re Living Yours ha una storia particolare perché Jarrett, a suo tempo, intentò e vinse una causa legale per plagio contro Donald Fagen e gli Steely Dan, accusati di aver copiato questo brano trasformandolo in Gaucho, pezzo tratto dall’omonimo album edito nel 1980. Si tratta di un funky-gospel in mid-tempo ma se Jarrett & C. lo proponevano in modo un po’ più rilassato, Marsalis e sodali ne offrono una versione inizialmente più incisiva dal punto di vista dinamico che segue, dopo un momento di contenuta contrazione, un crescendo in cui il sax va a costituire il piatto forte della traccia. Arriva poi la title-track, le appartenenze evocate dal titolo Belonging. Una classica ballad in stile jarrettiano con un tema incantevole e quell’attenzione alle pause e ai silenzi che caratterizzano i brani più intimi del pianista della Pennsylvania. Ma quello che era poco più di un appunto melodico di un paio di minuti di durata temporale, diventa tra le mani del quartetto di Marsalis un brano lungo più del doppio, con un sax soprano molto evocativo e struggente che si declina malinconicamente tra i tasti, in questa occasione, di un fiero sognatore come Calderazzo. Il brano è forse il più bello di questo album, con Marsalis veramente insuperabile che trae dal suo strumento una sensibilità quasi tardo romantica. The Windup era già stato assaggiato in un lavoro del 2019, The Secret Between the Shadow and the Soul. Si tratta di un brano molto giocoso ed eccitante, un momento di evidente euforia in puro stile hard-bop, dove tutti gli strumentisti vengono trascinati in un sabba quasi furioso. Se l’originale era già travolgente, qui il quartetto alza la posta. Revis spinge con un groove pulsante, Faulkner è un tornado dietro i tamburi, e Marsalis si lancia in un assolo vertiginoso che sembra voler scardinare ogni convenzione. È jazz che vive nel presente, senza il peso della sudditanza storica. A metà brano la musica prende una deviazione drammatica e free e la gioiosità iniziale sembra trasformarsi in un grottesco, sardonico bailamme di note tensive e demoniache. Il raffronto con l’album di Jarrett è quasi impietoso, per quest’ultimo artista, così come impari diventa il confronto tra il fiatismo di Marsalis e quello di Garbarek. La chiusura con Solstice ha un aspetto cinematografico, il quartetto distilla la sua visione del brano in una narrazione fluida, sospesa tra serenità ed inquietudine. In entrambi gli album è il brano più dilatato e allungato, dove nella prima parte predominano i silenzi e le volute lamentose del soprano. Un assolo affollato di note per il contrabbasso di Revis e il piano vagamente allucinato di Calderazzo conducono poi progressivamente all’esplosiva parentesi di sax e alla silenziosa e surrettizia parabola finale.

Non è facile misurarsi con un classico o con un album comunque storico come il Belonging di Keith Jarrett e sodali. Il rischio della ripetizione è sempre dietro l’angolo. Ma più ascolto la versione del Branford Marsalis Quartet più mi rendo conto come questa non sia un’operazione nostalgica, bensì una riscrittura che riesce a mantenere vivo lo spirito dell’originale senza lasciarsi soffocare dal passato, alla ricerca, forse, di un raffronto produttivo con la fraseologia dei Maestri. Un album che non può avere la stessa rivoluzionaria impellenza del Belonging di Jarrett – sono passati cinquant’anni da allora!! –  ma che riesce comunque a trovare il suo spazio con personalità e competenza tecnica. Del resto, riguardo a quest’ultima qualità, davvero nessuno vi avrebbe mai posto ubbie o riserve a priori.

Tracklist:
01. Spiral Dance (08:21)
02. Blossom (11:01)
03. ‘Long As You Know You’re Living Yours (08:55)
04. Belonging (07:35)
05. The Windup (12:40)
06. Solstice (14:19)

Photo: 1 © Roger Thomas, 2 © Zack Smith

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