R E C E N S I O N E
Recensione di Mimmo Stolfi
Tra i boschi del Maine e la scena dell’improvvisazione di Brooklyn esiste una distanza geografica evidente. Nella musica di Yvonne Rogers questa distanza diventa invece una tensione creativa. The Button Jar nasce proprio dall’incontro tra questi due mondi: da una parte il silenzio, l’osservazione, il paesaggio; dall’altra la libertà inquieta del jazz contemporaneo. È un album di piano solo fatto di miniature e frammenti che raramente superano i tre-quattro minuti, eppure possiede una densità sorprendente. I brani terminano rapidamente, lasciando dietro di sé una scia di possibilità irrisolte, come se la musica continuasse a svilupparsi in silenzio nella memoria dell’ascoltatore. Il titolo del disco rimanda al barattolo di bottoni che la madre artista conserva per i suoi lavori creativi. Un’immagine domestica, quasi insignificante, che diventa la chiave di lettura dell’intero progetto. Oggetti piccoli, apparentemente ordinari, vengono recuperati e combinati creativamente dalla madre in modi sempre diversi.

Rogers fa qualcosa di simile con il materiale musicale. Ogni brano prende un’idea essenziale, un gesto ritmico, una particolare disposizione timbrica, una figura melodica appena accennata, e la esplora fino alle sue conseguenze più estreme.
Rogers non sembra interessata alle appartenenze stilistiche. Il suo pianoforte attraversa territori diversi con naturalezza, lasciando affiorare echi della tradizione jazzistica, suggestioni della musica contemporanea e una sensibilità quasi cameristica che emerge soprattutto nella cura del dettaglio.
La qualità più evidente del disco risiede nel rapporto che la pianista instaura con il suono. Rogers ha dichiarato di pensare soprattutto in termini di tessitura e di colore, più che di armonia. È una differenza che si percepisce immediatamente. Le note non sembrano chiamate a costruire progressioni o risoluzioni, quanto a creare piccoli ecosistemi sonori.
In Luster il pianoforte si muove come una pioggia sottile che cambia continuamente direzione. Thread the Needle procede invece con una delicatezza esitante, come se ogni nota dovesse verificare la propria necessità prima di manifestarsi. Altrove, nella title track o in Monkey’s Fist, l’energia si fa più nervosa e spigolosa, ma senza perdere quella sensazione di precisione artigianale che attraversa l’intero lavoro. Particolarmente riuscita è la convivenza tra composizione e improvvisazione. I tre brani che sembrano completamente improvvisati, Avid Risks, Craft Room ed Exhale, non interrompono il flusso del disco né si presentano come episodi separati. Al contrario, confermano quanto la scrittura di Rogers sia già permeata da una logica compositiva e quanto la sua improvvisazione possieda una forte coscienza formale. Il confine tra le due dimensioni diventa quasi irrilevante.

L’ascolto restituisce spesso l’impressione di un rapporto profondo con il paesaggio naturale. Non nel senso descrittivo o pittoresco del termine, ma come disposizione mentale. Cresciuta nella campagna del Maine, lontano dall’accelerazione continua delle immagini e degli schermi, Rogers sembra aver conservato una particolare attenzione per i fenomeni minimi: il movimento dell’acqua, la trama del vento tra gli alberi o il silenzio come elemento attivo della percezione. Molti passaggi dell’album evocano proprio questa qualità contemplativa, una capacità di osservare senza fretta che oggi appare controcorrente. È significativo che un disco così raccolto arrivi da una musicista pienamente inserita nella vivace scena improvvisativa di New York. Rogers collabora con figure come Ingrid Laubrock e Adam O’Farrill, ma qui sceglie la nudità del pianoforte solo. Una scelta rischiosa, perché non offre ripari. Eppure è proprio questa esposizione a rendere The Button Jar così convincente. Non c’è alcuna ricerca di virtuosismo dimostrativo, l’attenzione si concentra invece sulla qualità dell’ascolto, sulla costruzione paziente di uno spazio musicale e timbrico che invita a rallentare.
Più che un debutto, The Button Jar sembra l’affermazione di una voce già compiuta. Una pianista che non ha fretta di alzare il volume per farsi notare e che trova la propria forza nell’immaginazione e nella fiducia accordata alle piccole cose. In un’epoca che premia l’eccesso, Yvonne Rogers sceglie la misura. E proprio per questo riesce a lasciare un’impressione duratura.
Tracklist:
01. Luster
02. The Button Jar
03. Cloud Chorale
04. Scatter And Sort
05. Monkey’s Fist
06. Avid Risks
07. Little Dance
08. Thread The Needle
09. Linear Gel
10. Puzzle Building
11. The Craft Room
12. Mismatch
13. First Attempt
14. Exhale
Photo © Alice Plati






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