R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Secondo la religione animista tutto l’Universo è dotato di vita propria, anche se si presuppone un Essere unitario a cui l’anima delle cose del Mondo faccia riferimento. Un’anima che possa anche cambiare forma all’occorrenza, trasmutando da un essere vivente ad un altro. Se tutto ha una sua vita, il rapporto con la quotidianità presuppone l’obbligo di un profondo rispetto per le cose che ci circondano. Ogni oggetto, al fine, è in costante vibrazione vitale, così come una pietra palpita di particelle, le stesse che costituiscono, tra l’altro, il nostro corpo e i nostri pensieri. Nduduzo Makhathini, guaritore e musicista, iniziato nella sua terra sudafricana ai misteri spirituali della divinità zulu uNomkhubulwane – spirito femminile delle acque che ricorda le ninfe Naiadi e Nereidi del mito greco ma anche una dea della fertilità e della Terra come la mediterranea Demetra – dedica a questa divinità il suo nuovo album – l’undicesimo, per essere precisi, ma solo il terzo per Blue Note – intitolandolo al nome della stessa dea. La Natura sudafricana che ci racconta Makhathini possiede ancora il senso del mistero teofanico e conserva profondi legami con gli esseri umani, nonostante il distacco sancito dalla visione tecnica dell’Occidente. L’intensa perorazione spiritualista di un album come questo ne trascina anche la musica, offrendo al jazz modernissimo di Makhathini uno scopo preciso, che è quello, antico, della ricerca di un senso dell’esistenza.

Non è quindi la musica che s’avvicina ad una dimensione trascendente ma il contrario. Lo spiritualismo attrae la musica come un magnete e ne modifica la forma. Potremmo dire che l’anima del Mondo compenetra il jazz e ne varia l’aspetto, lo modella a strumento attraverso cui uNomkhubulwane parla all’individuo e lo avvicina alla dimensione divina che è poi anche lo specchio dell’interiorità umana. L’oasi lirica che si apre nel contesto della musica del trio di Makhathini – oltre al pianoforte e alla voce c’è il contrabbasso di Zwelake-Duma Bell Le Pere, sudafricano ma nato negli USA e il batterista cubano Francisco Mela, portatore tra l’altro dell’unico nome facilmente leggibile che troverete in questa recensione – garantisce comunque molti angoli di libertà formale e d’improvvisazione, non ha difese intellettualistiche e si risolve attraverso sereni, pacificanti sviluppi tematici, alcuni dei quali emotivamente molto coinvolgenti. Nella recensione di Off Topic che riguardava il precedente lavoro In the Spirit of Ntu (2022) – leggi qui – avevo rilevato come il pianismo di Makhathini si trovasse in una posizione intermedia tra l’influenza di McCoy Tyner e Abdullah Ibrahim, ma in questo ultimo lavoro direi che il riferimento verso Ibrahim abbia preso il sopravvento. L’incessante elaborazione melodica in corso d’opera, la stretta contiguità con una poetica intimista che tradisce consapevolezza non solo di sé ma anche dell’appartenenza ad una cultura antica e orgogliosa, fanno si che il jazz di Makhathini s’inebri alle volte di quella lieve ma struggente malinconia che appartiene all’Ibrahim soprattutto di questi ultimi anni. Avevo già recitato un parziale mea culpa recensendo l’album The Travellers – vedi qui – del sassofonista svedese Karl Martin Almqvist, dove mi ero finalmente accorto dell’abilità strumentale dello stesso Makhathini, presente in quella circostanza al pianoforte, soprattutto in un breve e significante assolo in solitudine – si trattava della quinta traccia, Ukubuysiana. Il fascino del rapporto magico-spiritualista con gli elementi naturali così presente all’interno di In The Spirit… – come del resto si ritrova in questo album – aveva sviato la mia attenzione, confermando l’ipotesi sopra formulata, cioè quella di una sorta d’attrazione ipnotica che la tensione trascendente di questi lavori esercita sul contesto musicale. Se per alcuni viene spontaneo il paragone con un altro afro-spiritualista come fu lo statunitense Sun Ra – e in effetti a ben guardare le sementi sono le stesse – mi viene da aggiungere che mentre l’artista americano aspirava ad un altro mondo, una sorta di seconda Terra in cui i parametri di vita fossero rivoluzionati rispetto alla status quo dei tempi, Makhathini è ancorato a questo Mondo, compartecipe della medesima Natura da cui non prospetta alcuna fuga ma solo un riaccostamento critico. Afferma infatti lo stesso Autore sudafricano, in un’intervista rilasciata a Barney Whittaker per Presto Music il 10/06/24 che “…l’intervento più importante è quello di creare un modello alternativo per immaginare di stare al mondo…è un modo di pensare al ripristino di cose che sono un diritto di nascita per l’essere umano…” .
L’ascolto di questo album effettua un percorso nobile scivolando in tre momenti conseguenti, ciascuno dei quali raggruppa una serie di brani. Libations, come primo atto di questa quasi-suite, ne racchiude i primi tre, poi è la volta di Water Spirits con quattro brani e infine arriviamo a Inner Attainment, con gli altrettanti ultimi quattro pezzi. Francamente non avverto epocali differenze tra queste tre parti, anche se qualche sfumatura più quietamente intensa sembra emergere progredendo verso la parte terminale dell’intero progetto. Ciò che accomuna comunque le tracce dell’album è una sorta di radiosa gentilezza interiore che si intravede anche – e forse soprattutto – nel contesto dei brani più riflessivi. uNomkhubulwane non è un lavoro solo d’invocazioni e di preghiere ma è essenzialmente un disco di jazz, raffinatamente modulato e aperto modernamente ad ogni influsso possibile, in cui si riesce comunque ad apprezzare il lavoro del trio nella sua interezza e semplicità. Il primo brano che appartiene a Libations, è Omnyama. Si tratta di un lungo brano modale, impostato su una tonalità di Re minore, nel quale il parlato in lingua Nguni e il cantato di Makhathini lavorano sulla ripetizione di una figura che gioca molto tra la fondamentale dell’accordo e l’innesto di una nona aggiuntiva. Nel parlato dell’Autore si notano spesso – e non solo in questo brano – dei curiosi suoni, come degli schiocchi che dovrebbero ricordare il suono delle gocce di pioggia, non dimenticando che la dea a cui l’album si riferisce, è appunto, anche se non solo, una divinità delle acque. Il timbro vocale di Makhathini, sempre aggraziato anche quando corre dai toni profondi a quelli più acuti, lascia una piacevole sensazione di serenità e in fondo, per un guaritore come lui, tutto questo dev’essere già motivo di soddisfazione. Segue Uxolo, un pezzo di assoluto, puro jazz pianistico, con un’aura malinconica che, oltre ad Ibrahim, mi rimanda anche a certi mood jarrettiani. Qui l’Autore sembra allontanarsi dagli elementi tradizionali della sua terra per addentrarsi in un clima cittadino e notturno, più in linea con le concezioni strutturali occidentali di una ballad al sapore di blues. Ma il brano conserva un colore particolare, un sentimento di fondo che lo tiene ad ogni modo ancora legato all’origine, una delicatezza – avvertita anche nel moderato assolo di contrabbasso – che impedisce il taglio del cordone ombelicale con il Paese dei suoi ancestors. KwaKhangelamankegana chiude il primo trittico di brani con un potente ritmo in tempi dispari, perfettamente declinato dalla batteria di Mela. Inizialmente gli accordi pianistici di Makhathini si tengono a distanza l’un l’altro per dare respiro al parlato. Jazz contemporaneo e tradizione zulu si fondono tra suoni scarni e randagi, soprattutto nelle fasi iniziali, in un progressivo crescendo trainato dalla ritmica e seguito dalle note percussive del piano. La voce prende una direzione cantilenante per procedere dalla melodia al parlato e sfumarsi nel groove di contrabbasso e batteria.

Con Izinkonjana si entra nella seconda fase denominata Water Spirits. Un brano di gospel-jazz che il trio arrangia come fosse uno standard, con estrema attenzione alla linea melodica e all’armonizzazione. Grande maestria pianistica, anche se molto, ma molto sotto la luce di Ibrahim. La linea melodica è trasparente come l’acqua della dea che sovrintende metaforicamente all’album, procede senza fretta per poi assumere durante lo sviluppo dominato dall’improvvisazione, una direzione consona alla più classica delle ballad, assorbendo in superficie qualche inflessione latina. Molto buono l’accompagnamento ritmico, in modo particolare quello di Mela che tende a simulare con il suo beating un rilassato battito di mani. Amanxusa Asemkhathini, dopo qualche nota ostinata di contrabbasso, insiste ancor di più sul mood contemporaneo da classico trio jazz che separa, questa volta, il pianismo di Makhathini da Ibrahim e sembra avvicinarlo maggiormente ad una dimensione interiorizzata più privata, forse anche più free. Però il brano conserva un’ariosa estensione armonica, con la ritmica che funziona quasi da cassa di risonanza, mantenendo un controllo adeguato sulla deflagrazione sonora che sembra sempre sul punto di dover esplodere da un momento all’altro. Nyony Le? si veste di oscurità, recuperando antichi legami per mezzo del suggestivo ed inquietante parlato dell’Autore. Ma anche qui, nonostante tutto, si resta nell’ambito di un jazz contemporaneo, caratterizzato da armonie apparentemente più slegate. Si tratta sempre, comunque, di momenti più distensivi, orizzontali, approfittando delle naturali elasticità dei sistemi modali. Iyana chiude la seconda parte della suite, con un brano che s’allinea parzialmente col pezzo precedente ma che presenta, con il peso prevalente del canto orante di Makhathini, una maggior attinenza al senso del Sacro rintracciabile abbondantemente lungo il decorrere, in particolare, di questo brano. La partecipazione ritmica, quasi esuberante in alcuni punti, segue il rigoroso schema armonico modale che rappresenta il rachide portante dell’intera struttura. Izibingelelo apre l’ultima parte dell’album, cioè Inner Attainment, suggerendo quindi il raggiungimento del proprio Sé. In realtà c’è ancora un percorso interiore da completare, visto che dopo il melodico inizio e la sovrabbondanza delle percussioni, la musica tende un po’ a sfilacciarsi in una serie di piroette pianistiche tra ricordi di gospel e momenti post-bop in cui l’improvvisazione regna sovrana. Però sono proprio questi frangenti in cui possiamo ascoltare la piena espressione del trio in tutta la propria forza. Umlayez’o Phuthumayo è il momento più avant garde di tutto l’album, con un piano che viaggia in assoluta libertà e un immaginifico assolo di batteria. Poco importa se sul finale l’ideazione rallenta limitandosi ad un numero più ristretto di note perché la musica si è distinta comunque in forme libere, fluttuanti nella raggiunta, totale ampiezza dello spettro espressivo. Amanzi Ngobhoko si riassume in un canto celebrativo che si snoda sopra una frase reiterata ritmicamente di piano, con un bel coro vocale in appoggio a Makhathini. Ithemba chiude meravigliosamente per piano solo con un tema dolcemente cantabile, racchiuso in un’armonia tonale dai passaggi di note galleggianti nel silenzio. Il suono riverbera anche nel prosieguo dell’assolo, con quelle scale nervose da jazzista di vaglia e poi con gli accordi contenuti nel velluto del finale.
Il panorama espressivo di Makhathini, in questo suo ultimo album, nonostante s’incanali a volte lungo percorsi desueti, viaggia attraverso un veloce errare di significati religiosi e non, in cui jazz occidentale e tradizioni familiari s’intrecciano rispettandosi e sostenendosi a vicenda. Il drastico, diretto simbolismo della mitologia zulu, viene filtrato dalla cultura più accademica del pianismo dell’Autore, ricordo infatti che Makhathini non è un autodidatta e che si è diplomato in pianoforte jazz presso la sudafricana Durban University, ottenendo anche un dottorato di ricerca musicale presso l’Università di Stellenbosch. Il risultato finale così ottenuto è uno tra gli album più belli di questo primo semestre del ’24, direi a pari merito con il lavoro della pakistana Arooj Aftab, che potete leggere qui.
Tracklist:
01. Libations: Omnyama (6:06)
02. Libations: Uxolo (4:22)
03. Libations: KwaKhangelamankengana (6:27)
04. Water Spirits: Izinkonjana (6:35)
05. Water Spirits: Amanxusa Asemkhathini (4:32)
06. Water Spirits: Nyoni Le? (5:20)
07. Water Spirits: Iyana (7:35)
08. Inner Attainment: Izibingelelo (6:39)
09. Inner Attainment: Umlayez’o Phuthumayo (4:38)
10. Inner Attainment: Amanzi Ngobhoko (5:41)
11. Inner Attainment: Ithemba (4:19)
Photo © Arthur Dlamini


![Sonia Spinello con Sonia Candellone – Time don’t move [anteprima video + intervista]](https://offtopicmagazine.net/wp-content/uploads/2026/04/Spinello_Candellone_ETEREA-©Riccardo-Botta.jpg)



Rispondi