R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Il vigoroso e nel contempo trasognato universo del sassofonista sudafricano Linda Sikhakhane, torna a farsi riascoltare nel suo ultimo e quarto album, iLadi. L’essere approdato alla Blue Note è un attestato di prestigio per il musicista di Durban che in questo contesto si propone in una formazione a quartetto. Enigma della Sfinge: chi potrebbero essere i sodali che lo accompagnano in questa sua ultima pubblicazione? Per rispondere a questa domanda basterà sfogliare all’indietro le pagine di Off Topic e andare a recuperare le recensioni che riguardano il pianista Nduduzo Makhathini – vedi qui e qui – e mettere insieme i tasselli che ne ricaverete. Si arriverà quindi ad un gruppo di collaudati artisti sudafricani o quasi con Makhathini al piano, Zwelake-Duma Bell Le Pere al contrabbasso – nato a Johannesburg ma cresciuto nel Connecticut – e il batterista Kweku Sumbry di Washington D.C. Se da un lato anche Sikhakhane, come per altro Makhathini, si trova ad essere sintonizzato emotivamente con la tradizione religiosa Nguni sudafricana, dal punto di vista strettamente musicale non c’è dubbio che le ascendenze coltraniane, soprattutto per quello che riguarda questo iLadi, si avvertano in modo perentorio come forse mai prima. La robusta e pastosa emissione di fiato, i fraseggi di note lunghe e incisive, l’uso frequente ma non costante delle armonie modali fanno sì che a tratti, con la responsabilità sia dell’indirizzo pianistico di Makhathini verso McCoy Tyner che del drumming di Sumbry in diversi punti assai vicino a Elvin Jones, si abbia l’impressione non più di una celebrazione religiosa ma di una laica rievocazione dei quartetti di Coltrane dei primi anni ’60.

L’universo animistico e rituale di Sikhakhane, più visionario e meno antropocentrico di quello occidentale, racconta l’importanza delle divinità femminili nel quadro naturale di una umanità legata ancora ai culti della Dea Madre, produttiva, saggia e amorevole a cui riferirsi nella conduzione della propria vita. E guarda caso, la spinta verso una relazione meditativa e trascendente con la realtà è la stessa che aveva Coltrane, pur nelle sue opere più tardive, in particolar modo quelle pubblicate postume come Interstellar Spaces, Sun Ship o Stellar Regions, in gran parte sfociate nella beatitudine liberatoria del free. Questo limite non viene però superato da Sikhakhane che rimane nella sfera di un’armonia compresa in un ambito più tradizionale e rivolto ad una sonorità potente ma non trasgressiva. Non si pensi però a iLadi come ad un clone di musica del passato ma come ad una partitura che esprima intenso amore per la Natura e per la tradizione rituale di un popolo ancora molto legato ai ritmi della Terra. Da questo punto di vista, Sikhakhane è l’anghelos, il messaggero di una cultura tutt’ora vitale, non ancora dissoltasi sotto l’imperio secolarista tecnologico.

L’album apre con iGosa, distesa con ampio respiro sulla base della linea modale condotta dal piano e appoggiata su una sofisticata rete percussiva di Sumbry. Il sax tenore di Sakhakhane irrompe con gran vigore e note prolungate, scuotendo l’aria con forte densità. Via via che il brano procede i suoi fraseggi diventano più circolari e stretti. Makhathini parte con un assolo frastagliato sul potente fondale dinamico, lavorando molto sulle note medio alte, conferendo al suo intervento una notevole brillantezza. La ripresa del sax si limita inizialmente ad una breve frase ripetuta, offrendo ancora spazio a Makhathini e al magma ritmico che continua la sua corsa. Il finale vede il sax ancor più protagonista, prima che la musica termini in una conversazione sommessa tra gli strumenti. Inkehli è tra i miei brani preferiti in assoluto. Un omaggio alla figura femminile come centro di riferimento familiare e sociale. La musica è piena di grazia ed è costruita su un mantrico, ostinato contrabbasso che procede per quasi tutta la lunghezza del brano con la funzione di bordone. I radi e cristallini interventi iniziali di piano accompagnano il sax di Sikhakhane che intona un canto di spietato candore, quasi imitasse un corale di bambini. Altrettanto delizioso è il piano, assolutamente funzionale all’economia del brano, suonato con delicatezza angelica – e da uno sciamano pittato in volto come Makhathini non te lo aspetteresti…o forse sì ? – con un assolo che una volta esauritosi lascia campo aperto al sax. ll brano termina quasi come un accenno di danza, in decrescendo progressivo. Ukukhushulwa, che in lingua zulu significa trascendenza, appare come il più coltraniano dei brani presenti nell’album. Il sax, questa volta, è un soprano dall’approccio nitido e fluente, anche in questo caso con il chiarore accentuato conferitogli dalle note soffiate lunghe. Un vamp di pianoforte si colloca tra l’ostinato accompagnamento di contrabbasso e l’elasticità delle percussioni del batterista, per cui la base su cui Sikhakhane può improvvisare diventa solidissima nel suo impianto modale. Makhathini accenna a qualche scala out of tune ma il richiamo gravitario del sistema così composto diventa quasi implacabile.

Umhlahlandela (= la guida) si muove invece su un piano armonico completamente diverso, saltando tra tonalità differenti. Nel costruire una struttura armonica adatta alla melodia del tenore, il pianoforte rammenta qualche spunto monkiano. La sua lunga parentesi solista accentua quest’ultima impressione e naturalmente non può far altro che incrementare la mia stima personale nei riguardi di Makhathini, la cui tecnica è pari alla sua intensa partecipazione emotiva. La ripresa del sax è fantastica, le escursioni intervallari all’interno dei suoi fraseggi strumentali finiscono per diventare il momento più affascinante del brano. Indatshana (=un racconto breve) resta nell’ambito della musica tonale, segno evidente che anche abbandonando la comodità solistica che offre il sistema modale, la band non ha ovviamente alcun tentennamento. Il sax tenore applica delle variazioni più vicine a Sonny Rollins, in questo caso, mentre Le Pere col suo contrabbasso diventa una potente macchina propulsiva e si fa sentire più che in altri brani. Quasi imprevedibile l’assolo anarcoide di Makhathini che sfuma su quello di Sumbry ai tamburi, molto raffinato e potente. Mama è un omaggio dell’Autore alla propria madre. Un brano tranquillo, sempre contrassegnato da note lunghe e selezionate di sax, a cui si accodano i tasti del piano, molto rarefatti e in cerca di pause d’effetto. Si avverte non solo l’amore ma anche un senso di rispetto in una melodia piuttosto lineare che pare mondarsi da ogni deriva sentimentale. C’è anzi una sensazione di lucido distacco, un riconoscimento al ruolo femminile che passa anche e non solo attraverso la maternità. Del resto, in un sistema tradizionale e religioso centrato sull’elemento terra, quello generativo non può che essere considerato tra i suoi fondamenti. Influential Moments è un pezzo più spigliato dove gli strumentisti si lasciano maggiorente andare al loro estro improvvisativo. Dopo l’esposizione di un tema condotto dal tenore e un’energica rullata di batteria, parte Sikhakhane con un assolo piuttosto libero, abbandonando parzialmente i suoni prolungati e preferendo una serie di fraseggi comunque mai troppo angolosi. Altrettanto privo di legami sembra l’assolo di Makhathini, sempre molto brillante e vicino a McCoy Tyner, mentre la ritmica si fa sentire con tutta l’energia che resta in corpo soprattutto a Sumbry che pesta pelli di tamburo e piatti senza risparmiarsi. Ma il limite dell’eleganza e dell’autocontrollo formale che pervade l’album non viene mai oltrepassato. Eckaco (= casa) è il brano conclusivo e possiede un calore interiore molto potente. Il sax di Sikhakhane assomiglia qui addirittura a quello di Gato Barbieri per quel suo andamento epico, da coinvolgimento collettivo. Assolo di contrabbasso, anche in questo caso senza indirizzo preciso ma immerso in una libertà intenzionale che finora non si era registrata nei brani precedenti. Conclude il melodicissimo ma sempre titanico sax tenore.

I musicisti sudafricani sembrano a volte arrivare da sperdute galassie dimenticate. Come meteoriti che portano segnali chimici da stelle lontane, ci ricordano che noi tutti proveniamo dal cielo ma siamo commisurati alla Terra. Anche senza ricorrere a ritmi tribali o a strumenti insoliti, questi artisti sono capaci di farci riflettere sul nomadismo cromosomico dei nostri antenati che sotto sotto, come gli antropologi e gli etnologi hanno da tempo dimostrato, sono gli stessi di quelli africani. E se la macchina tecnica ci ha allontanato dal legame naturale e dal mondo delle ombre, Sikhakhane & C. sono qui per aiutarci a riallacciare i rapporti interrotti col linguaggio degli spiriti, in attesa, chissà, di un prossimo, autentico disvelamento.

Tracklist:
01. iGosa (6:55)

02. Inkehli (6:54)
03. Ukukhushulwa (5:41)
04. Umhlahlandlela (4:52)
05. Indatshana (4:28)
06. Mama (5:51)
07. Influential Moments (8:42)
08. Ecako (5:11)

Photo © Malwandla Rikhotso

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