R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Come un fiume verso cui affluiscono diversi corsi d’acqua, il jazz possiede quel dono raro che consiste nel potersi rifornire continuamente, negli anni, di nuovi stimoli creativi. In effetti, una nuova corrente ha provveduto, da tempo, a rimpolpare la fisionomia di questa musica attraverso il contributo di numerose jazziste, sempre più attratte da questa arte simbiotica che unisce scrittura ed improvvisazione. Basta scorrere a ritroso le pagine di Off Topic per rendersi conto di come la presenza femminile sia in progressivo crescendo all’interno di un mondo che per decenni, tranne qualche eccezione, è stato sorretto solo da strumentisti maschi. Al di là del nome di Artemis – scelto da questo quintetto statunitense con un evidente riferimento ad Artemide, divinità del quarto di luna ascendente, consacrata all’arte venatoria ed insieme simbolo d’autonomia e di muliebre forza interiore – dietro questo nuovo album Arboresque si nasconde un gruppo di musiciste dalla notevole storia artistica individuale a cominciare dalla leader. La pianista Renee Rosnes, moglie di un altro noto musicista jazz come Bill Charlap, possiede un curriculum medagliato, oltre che dalla pubblicazione di una dozzina di album come titolare, anche dalla collaborazione con Bobby Hutcherson, Ron Carter, Cyrus Chestnut, Joe Henderson e molti altri tra cui, soprattutto Wayne Shorter, il cui spirito continua ad aleggiare sopra numerose opere di jazz contemporaneo, compresa Arboresque.

Attorno alla personalità della Rosnes ruotano quattro musiciste che attualmente sono Ingrid Jensen alla tromba, Nicole Glover al sax tenore, Noriko Ueda al contrabbasso e Allison Miller alla batteria. Ma in un recente passato, non più di una decina d’anni fa, in questa formazione sono transitate artiste come Melissa Aldana – vedi qui e qui – Cecile McLorin Salvant – vedi qui, Anat Cohen e Alexa Tarantino. Se, come da premessa, non dovremmo più stupirci oggi come oggi della presenza di un gruppo ben amalgamato di sole jazziste, qualche riflessione in più dovremmo farla sul fatto che Artemis ha vinto per due anni consecutivi – nel ’23 e nel ’24 – il referendum della prestigiosa rivista Downbeat conquistandosi il titolo di Jazz Group of the Year. E c’è inoltre un secondo appunto che mi sento di dover condividere con Sebastian Scotney, recensore di The Artsdesk.com. Se Artemis giunge ora al terzo album per la prestigiosa Blue Note, andrebbe ricordato almeno il nome della prima donna ad incidere per l’etichetta americana, la tedesca Jutta Hipp, nata nel 1925 a Lipsia, in piena Repubblica di Weimar. Dopo aver pubblicato tre album dal ’54 al ’57 a seguito del trasferimento negli USA – i suoi dischi sono comunque reperibili in streaming – la pianista abbandonò la musica per ragioni mai chiarite, facendo perdere le proprie tracce. Al punto che la stessa Blue Note non avrebbe mai saputo dove mandare gli introiti dei diritti da lei acquisiti, fino a quando la stessa Hipp venne rintracciata nelle vesti di un’impiegata in una fabbrica d’abbigliamento. Ovviamente il tempi sono molto cambiati e ad oggi una band come Artemis promette, per l’altissima qualità dei suoi lavori e per le modificate condizioni sociali, di durare ancora molto a lungo. L’agile musica di questo ensemble non si discosta molto dalla tradizione, praticando un post bop di squisita qualità che ci porta dalle parti di Miles Davis e Wayne Shorter, sorreggendosi su fraseggi strumentali diretti con gusto e inquadrati in timing impeccabili, tanto che mi verrebbe da dire come Artemis, pur non inventando nulla ma applicando un gioco adeguato di specchi, riesca a riflettere i sacri testi del jazz attraverso una lettura contemporanea, fresca e brillante come se ne ascoltano poche. Oltre a mandare in solluchero i jazzofili più legati al nerbo dell’hard bop et similia, scorrendo i titoli dei brani presenti nell’album e occhieggiando le affermazioni della Rosnes riportate dalle note stampa, si ha l’impressione di come Arboresque non sia un nome buttato lì a caso bensì venga messo in relazione ai diversi riferimenti naturali e paesaggistici che sembrano affascinare le musiciste. La sequenza delle tracce vede tre brani d’altri autori e cinque pezzi salomonicamente composti da ciascun elemento del gruppo e questo forse per rimarcare il senso di unitaria omogeneità presente in Artemis, un cameratismo che probabilmente costituisce uno dei suoi punti di forza.

The Smile of the Snake, primo brano dell’album, è una versione tratta dall’LP Cause and Effect (1992) di Donald Brown, un pianista che lavorò tra l’altro per un paio d’anni coi Jazz Messengers di Art Blackey. La traccia è costruita su un riff iniziale di pianoforte, ripreso poi dal contrabbasso saltellante di Ueda. I fiati si sovrappongono con un tema swingante e vagamente misterioso che si sviluppa attraverso diversi stacchi ritmici e variazioni formali. Il sax della Glover si sporge leggermente verso una zona free e altrettanta sembra essere la direzione della tromba che si divide tra il suono naturale e quello sordinato. L’intenzione del brano resta comunque ancorata a quel riff sincopato che ne costituisce l’asse portante. Komorebi è un brano più tranquillo e linearmente swingante, composto dalla contrabbassista Ueda. Con quella tipologia di parole sintetiche che caratterizzano spesso il modo di rapportarsi al mondo proprio dei giapponesi, questo titolo significa qualcosa come “luce del sole filtrante tra gli alberi”, un must dell’estetica asiatica se ci si ricorda le immagini del film L’Arpa Birmana (1956) del regista Ichikawa. Il tema viene portato dai fiati che sembrano a tratti rincorrersi per poi sovrapporsi, alle volte, all’unisono. Mi sembra veramente buono il drumming della Miller, tra l’altro, che si fa strada tra i vari assoli rispettivamente di sax, di pianoforte e di tromba. Ma naturalmente c’è anche spazio per l’Autrice del pezzo che si propone in un puntuale momento a tu per tu col suo strumento. Sights Unsean è invece una composizione della trombettista Jensen. Questa musicista è una vera e propria rivelazione – almeno per quello che mi riguarda – sia per quello che concerne nello specifico il suo suono che soprattutto per la personalità con cui tiene la scena insieme al sax, duettando volentieri lungo tutto il decorso dell’album. Ma come avevo indicato poco sopra, c’è da rimarcare anche il ruolo della Miller e del suo set di piatti e tamburi che in questo brano sostengono il ritmo con energia e fantasia non comuni. Il pezzo rimanda un poco alla fusion di Hancock, anche per l’utilizzo del piano elettrico da parte della Rosnes, mentre non riesco a distinguere in modo chiaro una certa sonorità elettronica che non so se attribuire ad una tastiera o ad un effetto applicato alla tromba dell’Autrice.

Petrichor sembra alludere ad una coppia di fantasmatiche apparizioni sia di Shorter che di Miles Davis, complice le timbriche dei fiati, soprattutto le note più acute della tromba con sordina. La composizione, leggera come una nuvola, è stata scritta dalla sassofonista Glover e penso sia il brano migliore dell’album, anche se, evidentemente piuttosto manierista. Un discretissimo pianoforte sgocciola note che si fanno strada tra una scarna ma essenziale componente ritmica. A proposito di Shorter, la sua incombente ispirazione si protrae attraverso la riproposizione di Footprints, che viene dall’album Adam’s Apple (1966). Il tema, duplicato dai fiati, viene leggermente agitato dall’ottima ritmica ed è in questo brano che la Glover sembra offrire il meglio di sé con il suo strumento. Ma è proprio il chiasma dialogico tra i solismi di sax e tromba, sostenuti da un irresistibile ritmo ondulante e swingante, che costituisce la parte più interessante del brano. L’arrangiamento proposto dalla Rosnes è calibrato ad hoc e del resto proprio la pianista ha suonato insieme a Shorter negli anni’80 ed evidentemente una certa impronta ideale le è rimasta nelle corde, dato che è la stessa Rosnes ad affermare “…suonare nella sua band all’inizio della mia carriera è stato uno dei più grandi doni della mia vita”. [Fonte:Jazztimes, articolo di Morgan Enos del 28/02/25]. Olive Branch nasce dalla creatività di questa musicista che costruisce il pezzo su uno schema pianistico in un fitto e allegro melodizzare dalle vaghe reminiscenze latine, sottolineate dalla serenità del suo assolo. Su questa struttura parte l’improvvisazione della tromba a cui segue il perfetto intervento delle note basse della Ueda. Si gode anche dell’intervento percussivo della batteria che precede il ritorno del tema un passo prima della chiusura del brano. Il penultimo pezzo dell’album è una versione dell’arcinoto What the World Needs Now is Love di David-Bacharach (1965), brano che conobbe la prima incisione con la cantante Jackie DeShannon e poi quella più conosciuta di Dionne Warwick. Tutto viene qui condotto con grande levità e scorrevolezza, rispettando sia l’andamento melodico originale della canzone che il tempo in ¾. Una romantica introduzione di pianoforte precede l’abbrivio ritmico, con i fiati che cantano il tema e la Rosnes che vi aggiunge qualche misurata dissonanza, oltre a condurre un fantasioso assolo per tutta la lunghezza della tastiera del piano. Esecuzioni soliste a destra e a manca di sax, di tromba e di contrabbasso ma sempre condotte con senso della misura e mai troppo lunghe. Little Cranberry, opera della Miller, è dedicata ad un’isola del Maine ed è un invito ad un rifugio di pace e tranquillità. Il brano si sviluppa su uno schema ritmico moderatamente mosso, tra influenze latine e con qualche somiglianza con certi brani on the road nello stile di Pat Metheny. Un modo spensierato ma strutturalmente impeccabile per chiudere in piacevolezza il percorso dell’album.

Questo terzo lavoro del collettivo Artemis pubblicato sotto l’egida della leggendaria Blue Note, è un bel manifesto di sensibilità musicale e indubbia maestria tecnica. La performance delle musiciste è decisamente eccellente. Ingrid Jensen si distingue per il suo timbro lirico e incisivo, capace di accarezzare e sfidare l’armonia con pari maestria. Nicole Glover offre narrazioni sonore audaci e spontanee, mentre Noriko Ueda e Allison Miller formano una sezione ritmica che bilancia potenza e finezza, sostenendo ogni brano con un’energia instancabile. Ma indubbiamente il gruppo deve qualcosa in più alla regia della Rosnes in grado di condurre la barra del timone con equilibrio e spirito collettivo.

Tracklist:
01. The Smile of the Snake (5:27)
02. Komorebi (5:42)
03. Sights Unseen (4:31)
04. Petrichor (5:39)
05. Footprints (5:34)
06. Olive Branch (5:31)
07. What The World Needs Now Is Love (5:39)
08. Little Cranberry (5:07)

Photo © John Abbott

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