L I V E – R E P O R T


Articolo e immagini sonore di Paola Tieppo

Se la ventiduesima edizione del Piacenza Jazz Fest è partita ‘col botto’, il resto del programma principale non sarà da meno ed uno dei concerti più attesi era sicuramente quello alla Galleria Alberoni di Cécile McLorin Salvant in quartetto.
Padre haitiano e madre francese, nata a Miami nel 1989, Cécile si presenta nelle sue note biografiche ufficiali come cantante, compositrice e visual artist. Ha iniziato gli studi classici di pianoforte a soli 5 anni per poi dedicarsi al canto. Al suo attivo sette album, sei nominations ai Grammy Awards e fra queste tre vittorie per il miglior album jazz vocale negli anni 2015, 2017 e 2018, un primato al Concorso Thelonious Monk nel 2010 e numerosi altri riconoscimenti. Canta principalmente in inglese e francese, talvolta in creolo ed occitano, ma possiede anche una buona conoscenza dell’italiano, a seguito della sua passione per la lirica, Puccini in particolare, di cui dice di conoscere La Bohème a memoria. In un’intervista, ha dichiarato che, per lei, una canzone non è solo musica ma anche teatro e la lingua di espressione “è il colore, la cultura, l’anima del personaggio che abita, una sorta di costume di scena ma da portare con naturalezza”.

Dunque, a questo e molto altro ho avuto la fortuna di assistere nella serata dell’8 marzo: non una ma mille Cécile, con una palette di timbri vocali dall’estensione ‘pazzesca’, la padronanza della tenuta del tempo, la disinvoltura nell’attraversare sonorità blues, soul, jazz con modulazioni vocali agli antipodi e accenni da melòmane. Come se non bastasse ‘lei’, i musicisti ad accompagnarla sono stati per molti, me compresa, un’avvincente scoperta: gli statunitensi Glenn Zaleski al pianoforte, Kyle Poole alla batteria e Yasushi Nakamura, nativo di Tokyo, al contrabbasso.

Una decina i brani in scaletta, in buona parte di propria composizione, tratti da vari album, soprattutto da Ghost Song (Nonesuch Records, 2022) e qualche standard che, pur se avvantaggiato dalla sua popolarità, è stato reso con indiscutibile ammaliante personalità. In particolare, fra gli originali, Moon Song si è levato nella meravigliosa e gremita Sala degli Arazzi come una spremuta di anima, una ballade dove piano e spazzole hanno teso i fili su cui la delicatezza del contrabbasso e la voce melodiosa, sottile e intensa, hanno ricamato arabeschi sonori, mentre il testo mi ha fatto immedesimare nella malinconia che provoca la lontananza dalla persona che si ama senza certezza di essere corrisposti, a cui Salvant pare quasi supplicare “lascia che ti ami come amo la luna”. Atmosfere stile musical in alcuni momenti della performance, come in Obligation iniziata con un solo di Nakamura, proseguita in dialogo con la cantante e dilatata rispetto alla versione dell’album con picchi vocali che avrebbero fatto tremare i cristalli, se ce ne fossero stati, e sfumature blues.

Il fragore degli applausi talvolta ha apparentemente spezzato l’incanto delle ballades o la serietà di temi importanti, ma in realtà ha donato crescente agio alla leader del quartetto che ha presentato i brani con semplicità, quasi timidezza, e più volte i musicisti con cui sta condividendo il tour europeo, per poi ritornare in America.

Thunderclouds, pezzo che si rispecchia nel film Children in Paradise (1945) di Marcel Carné, fra i preferiti di Cécile, parla della “sofferenza nell’oscurità” che provano gli insonni come lei, sintetizzata nel verso “a volte devi guardare in un pozzo per vedere il cielo”, metafora del cercare la vera bellezza nel profondo, nel buio di una situazione. Un altro suggestivo momento della serata ha coinciso con l’esecuzione di I lost my mind: dopo una partenza lieve, la virata in una specie di marcia dal ritmo meccanico e cadenzato, la voce cresciuta in volume e ritmo, un mantra ipnotico, il caos, la ‘quiete dopo la tempesta’, il timbro operistico in volo alto, acutissimo. Alla fine, gli applausi copiosi, infiniti.

Parentesi standard, di ottimo livello come tutto il resto, con Speak Low (1943) di Kurt Weill, testi del poeta Odgen Nash, inciso da tutte quelle voci storiche di cui Salvant è l’erede conclamata, cioè Billie Holiday, Ella Fitzgerald, Sarah Vaughan, con incipit shakespeariano “Speak low when you speak love” -“Parla a bassa voce quando parli d’amore”- e quel ripetuto “too soon” -“troppo presto”- che fra le labbra di Cécile è diventato languido lamento. Poi Smoke Gets in Your Eyes, (1959) di Jerome Kern, testi di Otto Harback, con un arrangiamento diverso dall’abituale versione, che velava senza nascondere l’incedere del brano universalmente conosciuto e di nuovo l’interprete ha fatto proprio il tormento d’amore con naturale maestria.

Ultimo brano, riccamente annunciato e raccontato con verve ed autoironia, l’inedito Agamemnon, la cui figura e quella del fratello Menelao sono descritte nella tragedia di Eschilo, mentre la figlia Ifigenia è protagonista dell’omonima opera jazz di Wayne Shorter con libretto di Esperanza Spalding: un intreccio di mitologia, storia e musica per lasciare un messaggio di speranza e farlo addirittura cantare dal pubblico in coro, dopo che i tre musicisti si sono espressi negli ultimi apprezzatissimi assoli ed in un vorticoso bel frammento strumentale. Ovazioni incessanti, uno splendido bouquet di fiori con le immancabili mimose, consegnato dal direttore artistico Angelo Bardini, che Cécile ha stretto a sé per tutta la durata del bis, lento e ipnotico, e dei saluti finali.

Spero che le mie parole siano riuscite a dare forma alla magia aleggiata nella sala e che siano di stimolo a non perdere una prossima occasione di incontrare sul palco Cécile McLorin Salvant con orecchie, occhi e cuore curiosi e ben aperti a ricevere la generosa raffinatezza di un’artista, e sicuramente anche persona, davvero eccezionale, così da non potermi esimere dal dire, ammirata, #eiovadoadormirefelice

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