R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

C’è voluto del coraggio e forse anche un po’ di vis polemica nel concepire questo Filin, ultimo album della sassofonista cilena Melissa Aldana. Off Topic si è direttamente interessata a lei in almeno un paio di occasioni, più precisamente quando sono stati commentati i suoi due album più recenti, sia 12 Stars (2022) – vedi qui – che Echoes of the Inner Prophet (2024) – leggi qui – e a queste recensioni rimandiamo per le informazioni sulle note biografiche dell’Autrice. Si parlava di coraggio, quindi. In effetti, nel pieno di un’epoca jazzistica spesso rappresentata da sperimentazioni art noise che alle volte paiono fin compiacersi delle proprie asperità, Melissa Aldana compie il gesto controcorrente di rallentare tempi e ritmi, sublimando e concentrando il suono fino alla sua essenza. Con quest’opera, in effetti, si realizza un progetto concettualmente coerente e formalmente controllato dedicato alla tradizione cubana del filin – dall’inglese feeling – fiorita tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Sessanta.

Questo genere consisteva in romantiche love songs jazz-oriented, influenzate dalla moda statunitense di allora, generando un lessico armonico sofisticato e melodicamente espansivo. Le affinità con il Great American Songbook risultano evidenti, pur nella differenza linguistica dei testi in spagnolo, che per Aldana costituiscono un elemento identitario e interpretativo. Filin è, in effetti, il primo vero album di ballate della tenorsassofonista, una sfida professionale di prim’ordine, dato che prima o poi, nella carriera di molti sassofonisti, arriva il momento di misurarsi non solo con la tecnica in sé, ma anche con quella profondità espressiva necessaria per interpretare al meglio i repertori delle ballad. Nel caso specifico di Filin, Aldana si confronta con questo bagaglio tradizionale, in un dialogo rilassato accanto al pianoforte di Gonzalo Rubalcaba – vedi qui e qui – il cui pianismo offre costantemente un contrappunto analitico al sax tenore della titolare. Al contrabbasso c’è Peter Washington – musicista di grande esperienza, da Art Blakey, al Tommy Flanagan Trio fino al Bill Charlap Trio – e alla batteria di Kush Abadey – già con la Aldana nei suoi due ultimi album – che insieme costruiscono una trama ritmica sobria, quasi rarefatta. Completa la formazione la voce preziosa di Cécile McLorin Salvant in due tracce, ad introdurre una dimensione vocale che accentua la natura lirica del progetto. Un ensemble ridotto all’osso, come si vede, eppure densissimo. Sei delle otto composizioni provengono dal repertorio storico cubano e vengono rilette attraverso un impianto strumentale che privilegia chiarezza strutturale e densità timbrica. L’Aldana entra così in punta di piedi dentro la propria memoria sonora con un album che non cerca la luce dei riflettori in primo piano ma piuttosto quella naturale, radente del tramonto, dove ogni cosa si fa più morbida e più vera. Qui non c’è traccia di esibizionismo, c’è invece un rigore interpretativo quasi ascetico. I tempi sono lenti, morbidamente cadenzati, le esecuzioni concise, gli assoli ridotti a cellule espressive dove la musica procede cautamente passo dopo passo. In profondità, per contro, pulsa invece un’emozione trattenuta, un accento lirico che avvicina il timbro del sax tenore alle caratteristiche più naturali della voce umana. Aldana soffia dentro ogni nota come se fosse la rappresentazione d’un archetipo, cercandone non l’effetto, ma la radice sonora primordiale. Ogni esecuzione è breve, le improvvisazioni si limitano ad un carezzevole, trasognato divagare. La sassofonista rinuncia così alle lunghe esplorazioni melodiche che l’hanno resa celebre per privilegiare una linearità melliflua, vibrata, quasi affannata, in cui ogni nota è esposta e vulnerabile. Il paragone con Ballads (1963) di John Coltrane, come ho letto da molte parti, è pertinente sotto il profilo metodologico, in quanto il suono di Aldana affiora quasi in modo naturale con la stessa devozione alla melodia, l’identica fiducia nel peso specifico di un vibrato lento, abbondantemente respirato. Eppure, in fondo, in questo album si parla una lingua diversa, cioè la lingua madre della sassofonista, lo spagnolo dei testi del filin che la lega a una radice più intima ed altrettanto sentita rispetto a quella di Coltrane. Il risultato è un lavoro estremamente old school, ma non nostalgico. Piuttosto, è una ricercatezza estetica per riaffermare la centralità del suono in un’epoca che confonde velocità con profondità. Aldana sembra dirci che la modernità non sta nell’accumulo, ma nella sostanziale risonanza dell’anima e come quest’ultima sia dipendente dal legame sentimentale con la musica, piuttosto che da una relazione prevalentemente intellettuale con i suoni.

L’apertura dell’album è affidata ad un brano di Salvador Levi ed Ela O’Farrill, La Sentencia, introdotta dalla breve apertura pianistica di Rubalcaba su cui il sax di Aldana sembra scivolare con garbo. Molte le pause che il pianoforte non sempre riempie, lasciando ampi spazi tridimensionali alla musica per concederle quel giusto respiro che una ballata come questa dovrebbe avere. Dopo circa un minuto e mezzo entra la ritmica, spazzole e poche note di contrabbasso ad accompagnare la voce sabbiosa del sax, con il pianoforte che approccia la tastiera con assoluta levità. Dime Si Eres Tu è uno slow di Cesar Portillo de La Luz, tra gli storici compositori cubani più importanti di filin. Il sax sembra galleggiare sulle acque appena increspate dalla brezza pianistica e dall’assidua presenza del brushing di Abadey, che tra l’altro si trova a concludere il brano praticamente in solitudine. Quando è la volta di No Te Empenes Mas (= non insistere più) si aggiunge la voce della McLorin Salvant che offre il giusto sapore a questa composizione di Marta Valdes, una musicista cubana tra le più sottovalutate dal grande pubblico. Di questa brano esiste un’altra bella versione presente nell’album Nocturne (2001) di Charlie Haden, con lo stesso Rubalcaba al pianoforte. La Aldana racconta di aver sentito cantare le prime volte questa melodia in famiglia e di esserne stata colpita al punto tale da volerla, oggi, riproporre in Filin. La McLorin Salvant sembra quasi accettare un’ipotetica sfida a base di fiato modulato con il sax, che a sua volta lascia al canto grande spazio, accontentandosi di un breve intermezzo circa a metà brano e di un altro verso il finale. Rubalcaba interviene prima della ripresa del canto con un pertinente ricamo quasi bebop. Curioso lo stacco ritmico di Abadey.

Imagenes è un brano composto dal pianista e compositore Frank Dominguez. La melodia è molto suadente e Aldana la rende altresì sensuale caricandola di una sonorità un po’ strascicata e ambigua. Tra il solito spolverio delle spazzole questa volta riusciamo a sentire un piccolo assolo di contrabbasso e subito dopo una melodia contratta di pianoforte ad interloquire con il sax. A dire il vero c’è forse un eccesso languoroso, in questo brano, che invece viene aggirato dal secondo intervento vocale della McLorin Salvant nel pezzo successivo, Las Rosas no Hablan. L’autore, in questo caso, non è cubano ma parliamo di un compositore brasiliano, Agenor de Oliveira, conosciuto come Cartola. Il cantato è stato tradotto in spagnolo dal portoghese. Dopo il breve intro di pianoforte, la voce limpida ed espressiva della cantante riveste di phatos il brano e letteralmente s’insinua tra ritmica, pianoforte e sax, dopo l’assolo – se si può chiamare così – di quest’ultimo circa a metà brano. L’intimismo non è una condizione prescindibile, in questo album, e la relazione tra i quattro strumenti e la voce lo sottolinea più qui che forse non in altri pezzi. Aldana sceglie in questo caso uno spettro timbrico piuttosto vasto, toccando tanto i toni medio-alti che quelli più gravi. Di un altro famoso autore e polistrumentista brasiliano, Hermeto Pascoal, è il pezzo che segue, Little Church. Il sax forse raggiunge proprio in questa circostanza il suo massimo spessore qualitativo, con quelle sue note ondulate che sembrano doversi spegnere da un momento all’altro per poi inaspettatamente inerpicarsi verso registri acutissimi. Ma sempre questo brano vede una presenza più incisiva di Rubalcaba, perturbante ed imprevedibilmente delicato nei suoi frammenti sonori. La batteria non è più solo spazzole ma si manifesta anche con qualche bacchetta sui piatti, ogni tanto. Ocaso è firmata dal compositore e chitarrista messicano Claudio Estrada. Un bell’abbrivio tutto condotto con clusters di block chords avvicina il senso di questo brano ad altri standard di marca statunitense, allontanandolo dai climi latini fino ad ora proposti e allineandolo verso postazioni più vicine ad esempio ad artisti come Nat King Cole. La traccia slitta dalla forma di una classica ballad a quella di un blues, mantenendosi ambigua tra queste inconsuete asimmetrie. Il sax diventa poco più di un sussurro verso il finale mentre anche la ritmica pare dissolversi progressivamente nel silenzio. Ancora a Frank Dominguez spetta la paternità dell’ultimo brano della sequenza di Filin. Tra percussioni d’indole cubana e un elegante approccio di Washington al contrabbasso, No Pidas Imposibles si sviluppa in un tempo lievemente più mosso e la linea melodica principale viene a suddividersi tra sax e pianoforte. Ma la parte finale di Rubalcaba è realmente la fine del mondo, da quanto è bella.

Filin è dunque una meditazione strutturata sul suono, un’indagine lenta e deliberata che privilegia la qualità timbrica rispetto alla proliferazione discorsiva, restituendo alla ballata la sua dimensione di originale espressività. Ma è anche una riflessione sulla pazienza e sull’intimità, un lavoro che rifugge lo spettacolo per concentrarsi sulla propria natura sostanziale. Melissa Aldana, in Filin, non cerca di proporre un nuovo linguaggio, né tanto meno di forzarlo verso nuove avanguardie ma preferisce sostare dentro una formula antica, misurarne il respiro e valutarne le eventuali incrinature lasciate dal Tempo. Sicuramente c’è qualcosa di deliberatamente inattuale in questo gesto, quasi un rifiuto della frenesia contemporanea. Eppure ciò che ne risulta non è nostalgia regressiva ma piuttosto la consapevolezza che alcuni sentimenti che raccontano l’amore, il desiderio e il rimpianto non hanno bisogno di essere aggiornati perché sono sempre gli stessi, a qualunque latitudine ed in qualsiasi epoca essi si esprimano.

Tracklist:
01. La Sentencia (04:37)
02. Dime Si Eres Tú (03:59)
03. No Te Empeñes Más (feat. Cecile McLorin Salvant) (05:10)
04. Imágenes (04:38)
05. Las Rosas No Hablan (feat. Cecile McLorin Salvant) (04:32)
06. Little Church (05:01)
07. Ocaso (04:36)
08. No Pidas Imposibles (06:22)

Foto © Travis Bailey

 

 

 

 


 

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