R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

La maggior parte delle opere d’arte, in qualsiasi forma si presentino, sono dedicate, direttamente o in modo indiretto, a persone specifiche. Esempio storico strafamoso in campo musicale furono le Variazioni Goldberg di J.S.Bach, dedicate al kappellmeister di Dresda Johann Gottlieb Goldberg. Una dedica è un atto di riconoscimento dell’artista alla persona oggetto di tale omaggio. Succede anche in questo caso con l’ultimo lavoro di Gonzalo Rubalcaba, Skyline, in cui l’autore esprime esplicitamente il suo tributo e il proprio ringraziamento a due musicisti come Ron Carter e Jack DeJohnette. Ma c’è di più. Rubalcaba chiede ai due di unirsi al suo pianoforte formando un super trio – è il caso di dirlo – che rappresenti quanto di meglio l’arte del jazz contemporaneo sia in grado di esprimere al momento. Il motivo di questo tributo sta nel supporto amichevole che Carter e DeJohnette, assieme ad altri colleghi, hanno prestato al giovane Rubalcaba quando, tra gli anni ’80 e ’90, provenendo da Cuba, si stabilì negli Usa. Dobbiamo ricordare che Rubalcaba fu “scoperto” da Dizzy Gillespie definendolo, nel 1985, musicista dal talento monumentale… Il più grande pianista che abbia sentito negli ultimi dieci anni”. In effetti i giudizi della critica americana sono sempre stati più che lusinghieri, paragonando la sua tecnica a quella di Bill Evans o a quella di Martha Argerich e allineandolo tra le fila dei più grandi pianisti del XX° secolo. Che siano adeguate o meno le lodi che accompagnano Rubalcaba dobbiamo dire che egli non si è mai accontentato di quel limbo relativamente facile  in cui collocarsi come autore etnico, latino o caraibico che dir si voglia. Evidentemente il contatto con i jazzisti nordamericani – non solo con Carter e DeJohnette -ha contribuito a far crescere il pianista permettendogli di ampliare i suoi contorni artistici attraverso un suono  reso brillante dalle  esposizioni alle varie tendenze espressive più moderne. Intendiamoci subito: in questo disco non ascolteremo che rare devianze atonali, pochissime carambole ritmiche e nessun momento di compiaciuta confusione esecutiva. Invece si assiste ad una fluida colloquialità tra gli elementi, a un rigore formale che non perde mai l’aplomb restando nel contesto di un triangolo strumentale di qualità siderale. Sollucchero intellettuale, quindi, piacere che cola dai pori della mente a mezza strada tra momenti di toccante tenerezza ed altri di stimolanti infioriture pianistiche

Il tono generale è riservato, moderato, recitato con quella sobrietà che è tipica dei più grandi in assoluto. Dato per scontato che conosciate la fama di Ron Carter e DeJohnette – se non è così date una scorsa al web e riempitevi di letture – possiamo iniziare l’analisi dei brani. Si comincia con Lagrimas negras ma non fatevi sviare. Questo è uno dei non molti momenti di latinità manifesta dell’album, interpretando un classico standard della tradizione cubana composto negli anni ‘20, rivisitato come una veloce bossa-nova. Il piano suona la melodia portante e DeJohnette s’ingegna a creare un adeguato supporto ritmico che permetta di calarsi nel modo più coerente in questa atmosfera latina. Il contrabbasso di Carter si cala subito in un corposo assolo e verso la sua coda sembra rubacchiare qualche nota dalla suite n.1 del Peer Gynt di E.Grieg, ma è solo uno scherzo, uno strappo melodico che Rubalcaba riporta alla norma riprendendo più volte il tema dello standard e riproponendolo con opportune varianti e improvvisazioni ai margini della tonalità d’impianto, aggiungendovi improvvisi lampi di note e tentativi d’eversione ritmica. Gypsy è un brano di Carter del ’79 che originariamente vedeva Chick Corea al piano e Joe Henderson al sax. Nonostante l’introduzione aerea del contrabbassista, proposta con una certa cautela, quasi ad esplorare con circospezione il campo sonoro, lo strumento di Carter finisce per instradarsi vero un classico accompagnamento in stile walking bass mentre Rubalcaba pare imitare le svisate di sax piuttosto che seguire, almeno inizialmente, un profilo prettamente pianistico. Quando però il piano decolla si lascia trasportare da qualche desiderio free le cui redini vengono ben presto riprese a favore di un bebop piuttosto anarchico. L’improvvisazione aumenta sull’accelerazione ritmica del contrabbasso insieme a una corsa a perdifiato lungo la tastiera del piano. Il brano si chiude riproponendo l’atmosfera guardinga iniziale, in un decrescendo sfumato di percussioni. Silver Hollow viene dalla penna di DeJohnette, è stato composto nel ’78 e qui riprodotto per la seconda volta in un disco di Rubalcaba. Introdotto da una duplice sequenza di cinque accordi in progressione ascendente, il brano possiede un indecifrabile fascino tra il misterioso e il malinconico, sostenuto anche dall’ombroso contrabbasso di Carter che riempie i silenzi di vaporosa sensualità. Il piano si fa errante, girovagando apparentemente senza una precisa direzione e distillando le singole note goccia a goccia, lasciando sul percorso talora qualche grappolo d’accordo più sugoso. Il tutto sembra una sorta di blues febbricitante, recuperando sul finale la linea melodica costruita sugli accordi iniziali. Con Promenade torniamo a Rubalcaba che compose questo brano nel ’98, originariamente dedicato proprio a Ron Carter. Il pezzo è tranquillo ma spiritato, con il ritmo del rullante spazzolato da DeJohnette e il piano che procede con convincenti accordi di rarefatta bellezza. Il contrabbasso si esprime in una ritmica ordinata e la batteria, estremamente misurata – conoscendo De Johnette non l’avrei mai messo in dubbio – contorna il brano con un vellutato avvolgimento fino al momento del suo assolo, centellinato con cura, che precede la chiusura del tema impostato inizialmente.

Novia mia è il vero capolavoro di questo album. In completa solitudine, il piano di Rubalcaba affronta l’intima malinconia di questo standard cubano che sembra quasi, nella sua semplicità e nella scelta oculata dei pesi e delle misure, una traccia alla Jarrett da The Melody at Night, il disco che per me rimane in assoluto un autentico masterpiece del pianismo moderno. Ad ogni modo Rubalcaba dimostra la validità di una legge esatta e cioè che il pianismo più evoluto e raffinato, quello più ricco di anima, si evidenzia in queste ballad rarefatte, al limite della sussistenza armonica, senza bisogno di dimostrare nulla né esporsi a veloci scorribande circensi sulla tastiera. Ascoltando il perfetto contrappeso delle due o tre note di chiusura possiamo capire molte cose, infatti, sulla bravura e sulla classe di questo pianista. A quiet place è un altro brano di Carter e ora si delinea definitivamente il tipo di linguaggio usato dal trio. A comandare la sezione ritmica è proprio Carter che seleziona andamenti, pause e mood differenti, con la batteria di DeJohnette che segue diligentemente, ben attenta a non rubare la scena a nessuno. Il piano approfitta di tutti questi spazi, di questi tempi percorribili lastricati dal contrabbasso per arricchire il brano di frammenti melodici, moduli di sequenze di note in stile be-bop alternati ad accordi più rilassati. Ahmad the terrible ci dice molte cose sulla natura di polistrumentista di DeJohnette, autore del brano nonchè bravo pianista oltre che grande batterista. Il titolo del brano è curioso ma riassume l’apprendistato pianistico di DeJohnette stesso proprio sotto le indicazioni guida di Ahmad Jamal, periodo che si presume di grande sforzo per il nostro “pianerista”, impegnato su due fronti, quello esclusivamente percussivo della batteria e quello melodico-armonico del pianoforte. Naturalmente qui è sempre Rubalcaba che fa sfoggio di tecnica riassumendo i vari aspetti del pianismo di Jamal, dalla capacità di adattamento melodico alla nervosa percussività dei tasti, dagli accessi turbolenti e vorticosi delle sue scale fino alle inaspettate, improvvise dolcezze. Siempre Maria è opera di Rubalcaba, una traccia già apparsa in un suo precedente lavoro del ’92. Anche questo pezzo è fondamentalmente melodico con qualche irrequietezza nella parte centrale ed è fortemente cubano nello spirito, vuoi per l’aspetto delle percussioni, vuoi per quei momenti ambivalenti tra meditazione nostalgica e necessità ritmico-danzanti  che spesso caratterizzano l’andamento di queste ballad latine. RonJackRuba evidenzia nel titolo le prime sillabe dei nomi dei componenti del trio. Il brano in questione, dicono i protagonisti, è stato registrato a loro insaputa, al termine della seduta ufficiale in studio, mentre stavano amabilmente improvvisando in modo rilassato su una traccia armonica più lineare delle altre. Comunque sia andata tutto ciò dimostra l’effettiva facilità con cui si svolge la musica per mano dei suoi assoluti, austeri protagonisti. La lettura dell’opera, nella sua totalità, dimostra un nucleo complesso che racchiude qualcosa di più della semplice disinvoltura professionale di tre navigati musicisti. Il lavoro nella sua interezza possiede la qualità delle cose ben fatte, lontane dalle convenzioni e dai facili luoghi comuni.

Tracklist:
01. Lagrimas Negras
02. Gypsy

03. Silver Hollow
04. Promenade
05. Novia Mia
06. Quite Place
07. Ahmad The Terrible
08. Siempre Maria
09. RonJackRuba