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Aldo Del Noce

Jone Takamäki | Umut Çağlar | Fahrettin Aykut –  Myth Of The Drum (Zehra Music, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Aldo Del Noce

Valenze ancestrali ed implicazioni sciamaniche intuibili già dal titolo, ad introduzione di materiali che di fatto ne confermano il carattere: giusto qualche attenzione a scansare ogni più superficiale connessione ‘world’ per non dire (orrore!) ‘new-age’ – che neppure però costituirebbero un’eresia a priori.
Poco scontata è intanto la liaison geo-culturale che cimenta due esponenti del sub-continente turco con un alfiere finnico, più in particolare considerando l’identikit robustamente impegnato del polivalente Umut Çağlar, tra gli animatori del sovversivo ensemble etno-free Konstrukt, il vissuto del  batterista Fahrettin Aykut, già transitato nella congiuntiva band Baba Zula, quindi del peculiare artigiano di fiati Jone Takamäki (incidentalmente affine per scelte strumentali al ben distinto Ab Baars), già militante nella composita band Krakatau oltre che nella formazione Roommushklahn, ed autore del quotato disco di spiritual-jazz Universal Mind, che ulteriormente c’illumina sulla non marginale scena creativa di Finlandia.

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John Yao’s Triceratops – Off-Kilter (See Tao Recordings, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Aldo Del Noce

In qualsiasi corso d’ arrangiamento s’impara che tre fiati sono la combinazione più difficile con cui lavorare per ottenere un suono pieno; con tre strumenti ci si trova costantemente incastrati negli angoli, e se avessi solo una voce in più si potrebbe colmare l’armonia in modo più chiaro, è quindi stata una grande sfida orchestrale, specialmente con questo gruppo!”
Nonostante le sfavorite premesse, ed il franco rischio d’impasse, si conferma nel caso del quintetto Triceratops la formula già affrontata dal leader e trombonista John Yao nel precedente album How We Do, riconfermandone la line-up (con il solo avvicendamento di Robert Sabin al basso) e nella sostanza energie e traiettorie.
Dall’eponimo dinosauro a tre corna (che dunque immaginiamo di difficile contenimento) la band sembra trarre possanza e movenze espansive, delegate non soltanto alle “tre punte” dei fiati, e tra le tese energie del suo strumento e le vivaci fioriture delle ance Yao manifesta di spendersi in termini complessi ed alterni già dal virulento ed impattante Below the High Rise, che lancia il via della sequenza conformandosi come una stanza di arduo inquadramento ritmico, cornice per un fitto lavorìo della brass-section, ed il carattere formale sembra confermarsi nella successiva Labyrinth, se possibile ancor più intricata per artificio strutturale.

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Forkelid – Carlsson – Hielm – Can’t Hide (FRIM Records, 2021)

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Recensione di Aldo Del Noce

Avvertiamo ancora le recenti eco dell’ottimamente strutturato “Elin Forkelid Plays For Trane”, album che la sassofonista svedese dedicava all’eccelso antecedente mercé un accurato ed insolito accompagnamento, e la medesima si ripropone in ternaria formazione nel suo altro versante espressivo, ossia una più articolata forma free.
Fissato praticamente alla vigilia del lockdown planetario (parametro tuttora influente), insomma nel marzo 2020 presso il Fylkingen di Stoccolma, il concentrato programma live si manifesta già dall’attacco quale intensa e catturante prova, comprendendo nella sua estensione bipartita un vivido manifesto di energie idiosincrasiche ed eversive, articolate nel primo passaggio (Question) in quattro segmenti che avvicendano le maggiori veemenze del trio ad un calo delle collettive tensioni.

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My Hellgren & Peter Söderberg – Plucked and Bowed (FRIM Records, 2022)

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Recensione di Aldo Del Noce

Suggestiva, comunque non scontata, l’idea del cimento in un contesto improvvisativo del violoncello (che non ne è affatto attore impensabile) con tre cordofoni dalle distinte vicissitudini in quest’ambito. Fuor di discussione le attitudini della chitarra, così come per l’arabico oud (del cui idioma l’espressione istantanea è parte integrante) ma certamente inattesa riesce l’impiego della tiorba, decadente quanto attrattiva evoluzione del liuto; ma anche i classicisti si facciano una ragione, ché non soltanto alla scrittura erano affidate le espressioni di liutisti e tiorbisti nel relativo periodo, a cavallo tra Sei e Settecento, in testa gli autori del barocco made in France.

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Andrea Massaria | Davide Barbini | Andrea Fabris – Atelier (Dodicilune, 2021)

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Recensione di Aldo Del Noce

Formazione peculiare, ma in linea con i più aggiornati combo dell’odierna scena improvvisativa, in cui circa cinquanta minuti di libero suono sono delegati ad un duo di chitarre elettriche ed un set percussivo, con importante (e non del tutto artificioso) ruolo dell’effettismo.

Andrea Massaria è consistente e gallonato sperimentatore triestino, formatosi anche nelle orbite, al fianco o alla testa di svariate identità, tra cui appaiono salienti almeno nomi come Butch Morris o Evan Parker, abbuonando la variegata lista di confratelli ed analoghi, non mancando allievi quali il qui arruolato chitarrista Davide Barbini, entrambi in libera ed equanime associazione con il batterista Andrea Fabris.

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Alberto Braida | Silvia Bolognesi | Cristiano Calcagnile – Cats in the kitchen (We Insist! Records, 2021)

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Recensione di Aldo Del Noce

Dovessimo aggiornare una disamina sul piano-trio e relative applicazioni, speculazioni diverse ed in molti casi contributive possono ascriversi ai cultori della forma sia in termini tradizionali quanto innovativi (tenendo conta della natura muta-forma connaturata al jazz – o così dovrebbe essere!) pur potendo conceder credito non minore alle relative espressioni border-line del filone.
Su una tale falsariga sembrerebbe muoversi, e vivere musicalmente, la triangolazione di personalità che arruola i noti Cristiano Calcagnile (poliedrico batterista-percussionista primariamente votato alle aree ‘avant’) e Silvia Bolognesi (giovin signora del contrabbasso, iperattiva quanto di passaporto internazionale), a dinamico supporto del pianista Alberto Braida (docente e sperimentato strumentista da decenni in collaborazione entro la scena nazionale ed europea, segnatamente d’area germanica e fiamminga).

Quest’ultimo è anche autore delle nove tracks, le cui connotazioni ad un primo ascolto disvelano una fattiva incursione nel ‘versante in apparenza mainstream’ affrontato però con solidità ed autorevolezza, il tutto pervaso da increspature e micro-variazioni, che più che vivacizzare piuttosto conferiscono appagante spirito ad un paritario cimento a tre.

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Flukten – Velkommen håp (Odin Records, 2021)

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Recensione di Aldo Del Noce

Una “polpa” jazz vitale, dai costituenti in parte stagionati ma tuttora in fermentazione – ciò in buona parte grazie ai determinanti innesti rock, particolarmente nella sezione ritmica, laddove le punte solistiche chitarra elettrica e sax (combinazione in effetti nient’affatto inedita) non sono mera riproposizione degli innumerevoli antecedenti.
Nel debut-album Velkommen Håp (o “benvenuta speranza”) il titolo prende spunto dalle costrittive pressioni del primo grande lockdown (l’argomento da un po’ ha smesso di suonare nuovo) cui i quattro giovani norvegesi opponevano impellenza creativa alle costernanti limitazioni sociali ed interattive del recentissimo periodo.

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Trond Kallevåg – Fengselsfugl (Hubro Music, 2021)

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Recensione di Aldo Del Noce

Avevamo già notato (e certamente apprezzato) lo speciale clima sonoro del precedente in collettivo capitanato da Trond Kallevåg (Bedehus & Hawaii), che nella sostanza si conferma e consolida per l’esotismo degli orientamenti estetici, ancora votato verso un certo tropicalismo e palesemente verso lo stream della corrente ‘Americana’, e nel presente caso recante in termini di background anche insospettati riferimenti alla cultura delle carceri scandinave (e relativi canti); su quest’ultimo punto dovremmo forse ridimensionare le implicazioni, considerato che buona parte degli istituti detentivi di quelle aree, specie per i rei non violenti, consiste al in più strutture d’alloggio forzato, ben distanti da certi temibili ‘facilities’ di massima sicurezza.

Comunque sia, lo scenario dei riferimenti d’oltre Atlantico si rimpolpa se, oltre agli espliciti richiami ai grandi (quantunque distinti) patriarchi contemporanei quali Bill Frisell e Ry Cooder, tra le figure ispiratrici dei materiali precedenti potremmo addirittura scomodare certe iniziative del grande Johnny Cash (i live presso Folsom Prison e San Quentin in testa); ma se queste potevano essere espressione delle generali simpatia e solidarietà del cantante con gli internati in forma di pubblico, qui abbiamo un protratto e regolare lavoro d’animazione culturale svolto da Kallevåg all’interno delle locali istituzioni carcerarie (in particolare il carcere di Oslo, raffigurato in copertina), ricercando appunto anche tra il patrimonio orale dei canti di prigionia.

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Moskus – Papirfuglen (Hubro Music, 2022)

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Recensione di Aldo Del Noce

Che la falange dei revisori (quando non autentici “guastatori”) della formula piano-trio non fosse del tutto sparuta se ne aveva già avuto sentore grazie ad eterogenee esternazioni, tra cui possiamo ricordare i newyorkesi Dawn of Midi o gli elvetici (e disciolti) Plaistow, ma non poco vi hanno già contribuito i tre eccentrici musicanti in oggetto, già piuttosto avanti con la loro serialità discografica.

Papirfuglen giunge pertanto quale sesta prova incisa poco dopo il doppio vinile deluxe Live på Victoria e il di poco precedente Mirakler, investendo ulteriormente entro una arena creativamente ludica e “libera dai legami di genere” – peraltro, è il dovuto da asserire stando (in Visket ut av regnet) al flusso di sonorità articolate tra tese note di violoncello, piccole chincaglierie e distillazioni di pianoforte, mimato dal glockenspiel in guisa più di carillon che di simulacro del massiccio strumento.

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