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Aldo Del Noce

Armaroli Schiaffini 4et – Monkish (’round about Thelonious) (Dodicilune, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Aldo Del Noce

Cogliamo una sorta di bi-partizione nell’approccio revisionista a Thelonious Monk da parte di due figure cooperanti in arte, distinte per profilo ma convergenti in spirito; tra svariate espressioni collaborative del trombonista romano Giancarlo Schiaffini (testimonial e portabandiera della nostra scena free dalla prima e più storica incarnazione) ed il vibrafonista milanese Sergio Armaroli (di fatto polistrumentista ma più ancora artista ed esteta poliedrico e multimediale) vi è un recente primo capitolo discografico (Deconstructing Monk in Africa, del 2021), ripartito tra una congerie di devices percussivi, per lo più etnici, evocanti lo spirito ‘afro’ del jazzman, ed il trombone solista, cui s’affidava la profilazione metropolitana e di ricerca del medesimo, con dichiarati riferimenti anche alla musica post-accademica europea.
Ad altri piani di de-costruzione i due puntano espandendo la formazione a quartetto, nella cui line-up non meraviglia la titolata presenza del contrabbassista friulano Giovanni Maier (già apprezzato per decadi di esperienze avant-garde) e, su suggerimento di quest’ultimo, l’arruolamento del giovane batterista sloveno Urban Kušar, particolarmente attento all’implementazione timbrica del proprio set strumentale.

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Erlend Apneseth – Nova (Hubro Music, 2022)

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Recensione di Aldo Del Noce

Pervenuto già ad otto uscite discografiche in veste di titolare il giovine (appena trentaduenne) solista norvegese, si attesta quale cultore d’eccellenza del tradizionale violino multicorde Hardanger (già accreditato da una stratificata, plurisecolare letteratura e che tra gli alfieri oggi può vantare sperimentati talenti quali Nils Økland o Benedicte Maurseth).
La nuova esperienza in solo s’annuncia di speciale interesse, nel presente caso fruendo delle peculiare fisionomia ambientale del Mausoleo Emanuel Vigeland di Oslo – non unico in ciò se ne abbiamo già rilevato l’opzione ad opera anche di confratelli quali Frode Haltli, Maja S.K. Ratkje o Ingar Zach (in solo o con il quartetto Dans les Arbres) – esaltando i caratteri della registrazione con curiosi quanto funzionali artefatti quali il rumore dei passi o più impetuosa effettistica fisica.
Ma diremmo che la “materia musicale” venga esposta (ed onorata) quasi in medias res con un attacco deciso, atto a disvelare con pienezza la timbrica argentea e la caleidoscopica gamma sonora del versatile strumento, le cui trame e sottotrame acustiche sono letteralmente magnificate dalle riverberazioni d’ambiente, di possanza a tratti quasi magica.

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Kim Myhr  –  Sympathetic Magic (Hubro Music, 2022)

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Recensione di Aldo Del Noce

Vale la pena di recuperare, entro la strutturata quanto cangiante discografia del Nostro, il non recentissimo You | Me (Hubro, 2017), dichiarato prequel del corrente Sympathetic Magic, che sembra però differenziarsene non solo nella line-up raddoppiata quanto nelle accresciute ambizioni.
Ciò che sembra costituire la più saliente differenza è magari una meno spiccata attenzione verso le implicazioni del ritmo: si poteva asserire come nel precedente album gli strumenti a corda fungessero da telai sulle cui imbastiture le percussioni operassero inflessioni ritmiche, ma nell’attuale caso sembra si tenda ad una differente progettazione di soundscape .
Molto infatti si deve all’acquisizione di materiale vintage, in particolare stagionate tastiere elettroniche oltre ad una nuova drum-machine, che hanno conferito nuovi spunti creativi per un progetto commissionato dall’Oslo Jazz Festival nel 2021, secondo anno di pandemia.

La musica ha creato una situazione di  inaspettata positività; sembrava un progetto sociale, anche se ci passavo la maggior parte del tempo da solo. E tutta questa energia positiva e gioiosa sembrava abbastanza magica, arrivando come dal nulla in questa situazione altrimenti triste, quasi un’allucinazione: Sympathetic Magic invece è come un sogno dentro un sogno” secondo Kim Myhr, il quale ha inteso amplificare (e  magnificare) il proprio instrumentarium a corde aggregandone una triplice sezione aggiuntiva, espandendo analogamente la sezione percussiva , affidata a ben tre solisti, tra cui il sodale e sperimentato Ingar Zach, e doppiando le proprie parti a tastiera grazie alla quasi onnipresente Anja Lauvdal.

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Mary Halvorson – Amaryllis & Belladonna (Nonesuch Records, 2022)

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Recensione di Aldo Del Noce

C’informa tanto sulla post-fusion che sull’avant-jazz – qualsiasi cosa possano comprendere o “significare” ora come ora le due già sfuggenti definizioni – la benvenuta collezione di nuovi materiali espressi in due album più complementari che gemellari, a firma della sempre variamente investita Mary Halvorson.
Casomai di quest’ultima si fosse rilevato una non parca (leggi: esuberante) rappresentazione discografica e concertistica, insomma mediatica, diremmo di non trovare né oziosa né pleonastica l’ennesima iniziativa, che colpisce per il vivace grado di fruibilità e la non trascurabile, in parte rinnovata progettualità.

Certo non poteva passare inosservato un quindicennio di poliedrica espressione della chitarrista formatasi (anche) alla corte di Anthony Braxton, e variamente investita in collaborazioni e/o contitolarità ormai fuori computo, tra cui i confratelli Marc Ribot, Bill Frisell o Joe Morris, la coppia Rainey-Laubrock, soliste quali Jessica Pavone, Susan Alcorn o Sylvie Courvoisier, più recentemente alla testa del convincente e composito ensemble Code Girl, e dalla quale riscontriamo ora un nuovo apporto creativo, fissato in première sul palcoscenico del Roulette Intermedium di Brooklyn e arruolante sodali che rappresentano “alcuni dei musicisti preferiti del pianeta” nell’opinione di Halvorson, che prosegue nelle note introduttive:“Ho iniziato a scrivere la musica nel 2020, quando il mondo ha rallentato e la maggior parte delle attività si è interrotta, e tutto ciò che avevo era la mia chitarra, una matita, della carta e un computer: il piacere di immaginare come potesse suonare la musica mi ha mantenuta sana di mente durante quel periodo e mi ha motivata per andare avanti.
Più o meno nello stesso periodo, ascoltavo molta musica per quartetto d’archi. Avevo alcuni libri di orchestrazione in giro per il mio appartamento e tutto il tempo per prendere lezioni di composizione. Scrivere per quartetto d’archi è sempre stato un mio sogno, ma anche qualcosa di intimidatorio e in qualche modo fuori portata: ma con un programma chiaro e interminabili giornate davanti a me, mi è sembrato il momento giusto per provarci.”


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Ian William Craig – Music for Magnesium_173 (FatCat Records, 2022)

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Recensione di Aldo Del Noce

Suggerendo ove focalizzare l’ascolto e la fruizione dell’originale percorso del vocalist/sound designer Ian William Craig, secondo lo scrivente pochi dubbi nel puntare la focale su Thresholder, album del 2018 nel quale sembrano più nitidamente definite le peculiari ricerca e visione creativa del Nostro.

Pure, vi è un passato: la progressione delle esperienze dell’artista canadese aveva segnato un’importante sintesi nel curatissimo doppio vinile A Turn of Breath – Extended (edito nel 2014 da Recital Program), che con opulenza editoriale ne fissava la già matura arte, e procedendo oltre si faceva notare la più concentrata esperienza Live in Durbē (2016), che trovava nella location ecclesiale lettone uno spunto per far risaltare un’atipica componente misticheggiante entro una concezione post-ambient, la cui studiata imperfezione di sound si caratterizzava per tratti estetici laceranti (se non francamente turbativi) generati da un sofisticato trattamento di mixing e post-produzione del materiale, su cui svettava (o più spesso aleggiava) una peculiare, anticata tessitura vocale da controtenore. Il tutto, alimentando un soundscape di atmosferica devianza, ostinatamente antitetico ad ogni condivisibile comfort-zone dell’ascolto, sia pur provvisto – nell’ostica leggibilità – di un’indubbia connotazione poetica.


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Josh Sinton – Book of Practitioners, Vol. 1 “H” (Form is Possibility Recordings, 2022)

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Recensione di Aldo Del Noce

Steve Lacy (al secolo Steven Norman Lackritz) permane, in estrema sintesi, un autore e performer di profilo del tutto personale, inizialmente evolutosi lungo la linea creativa di Thelonious Monk, ma alla lunga fautore di uno stile e soprattutto una legacy di carattere unico, attore di un travagliato ed alterno corso vitale, ospite anche del nostro paese durante un difficile periodo degli anni ’70 (che lo videro tra l’altro quale preziosa ‘guest star’ nell’album Maledetti degli Area), forte di un importante sodalizio con il pianista Mal Waldron e alla testa di svariate formazioni a propria regia, nonché un’innumerevole serie di produzioni in solo.

Queste ultime ne rappresentano probabilmente l’alveo creativo maggiormente identitario, ora oggetto di studio e riproposizione da parte di titolati emuli ed epigoni: pertanto la presente iniziativa non perviene unica, anzi ricordiamo una recente trasposizione per clarino basso ad opera di Nino Locatelli (WeInsist! 2018) ed una, più recente ed analoga, a firma di Jon Raskin ancora al baritono (Temescal, 2021).

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Jone Takamäki | Umut Çağlar | Fahrettin Aykut –  Myth Of The Drum (Zehra Music, 2022)

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Recensione di Aldo Del Noce

Valenze ancestrali ed implicazioni sciamaniche intuibili già dal titolo, ad introduzione di materiali che di fatto ne confermano il carattere: giusto qualche attenzione a scansare ogni più superficiale connessione ‘world’ per non dire (orrore!) ‘new-age’ – che neppure però costituirebbero un’eresia a priori.
Poco scontata è intanto la liaison geo-culturale che cimenta due esponenti del sub-continente turco con un alfiere finnico, più in particolare considerando l’identikit robustamente impegnato del polivalente Umut Çağlar, tra gli animatori del sovversivo ensemble etno-free Konstrukt, il vissuto del  batterista Fahrettin Aykut, già transitato nella congiuntiva band Baba Zula, quindi del peculiare artigiano di fiati Jone Takamäki (incidentalmente affine per scelte strumentali al ben distinto Ab Baars), già militante nella composita band Krakatau oltre che nella formazione Roommushklahn, ed autore del quotato disco di spiritual-jazz Universal Mind, che ulteriormente c’illumina sulla non marginale scena creativa di Finlandia.

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John Yao’s Triceratops – Off-Kilter (See Tao Recordings, 2022)

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Recensione di Aldo Del Noce

In qualsiasi corso d’ arrangiamento s’impara che tre fiati sono la combinazione più difficile con cui lavorare per ottenere un suono pieno; con tre strumenti ci si trova costantemente incastrati negli angoli, e se avessi solo una voce in più si potrebbe colmare l’armonia in modo più chiaro, è quindi stata una grande sfida orchestrale, specialmente con questo gruppo!”
Nonostante le sfavorite premesse, ed il franco rischio d’impasse, si conferma nel caso del quintetto Triceratops la formula già affrontata dal leader e trombonista John Yao nel precedente album How We Do, riconfermandone la line-up (con il solo avvicendamento di Robert Sabin al basso) e nella sostanza energie e traiettorie.
Dall’eponimo dinosauro a tre corna (che dunque immaginiamo di difficile contenimento) la band sembra trarre possanza e movenze espansive, delegate non soltanto alle “tre punte” dei fiati, e tra le tese energie del suo strumento e le vivaci fioriture delle ance Yao manifesta di spendersi in termini complessi ed alterni già dal virulento ed impattante Below the High Rise, che lancia il via della sequenza conformandosi come una stanza di arduo inquadramento ritmico, cornice per un fitto lavorìo della brass-section, ed il carattere formale sembra confermarsi nella successiva Labyrinth, se possibile ancor più intricata per artificio strutturale.

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Forkelid – Carlsson – Hielm – Can’t Hide (FRIM Records, 2021)

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Recensione di Aldo Del Noce

Avvertiamo ancora le recenti eco dell’ottimamente strutturato “Elin Forkelid Plays For Trane”, album che la sassofonista svedese dedicava all’eccelso antecedente mercé un accurato ed insolito accompagnamento, e la medesima si ripropone in ternaria formazione nel suo altro versante espressivo, ossia una più articolata forma free.
Fissato praticamente alla vigilia del lockdown planetario (parametro tuttora influente), insomma nel marzo 2020 presso il Fylkingen di Stoccolma, il concentrato programma live si manifesta già dall’attacco quale intensa e catturante prova, comprendendo nella sua estensione bipartita un vivido manifesto di energie idiosincrasiche ed eversive, articolate nel primo passaggio (Question) in quattro segmenti che avvicendano le maggiori veemenze del trio ad un calo delle collettive tensioni.

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