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Antonio Sebastianelli

Francesco Bianconi – Forever (Ponderosa/BMG, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Antonio Sebastianelli

Sull’ultimo splendido numero di Linus dedicato a Battiato, Francesco Bianconi parla dell’incontro in giovanissima età con il maestro siciliano e la sua musica. Quello che ci racconta nelle ultime righe è esemplare del suo processo creativo e risulta perfettamente inserito nel canone artistico moderno; di chi tende sempre più ad emulare, che si tratti di stile musicale o anche di estetica, riproducendo all’infinito schemi e stilemi di un’altra epoca. Un tempo ci si distanziava dai maestri e si cercava una propria strada, oggi si accetta senza condizioni né tentennamenti il paragone e la sudditanza intellettuale.


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Bruce Springsteen – Letter To You (Columbia Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Antonio Sebastianelli

“E tu, padre mio, là sulla triste altura maledicimi, Benedicimi, ora, con le tue lacrime furiose, te ne prego. Non andartene docile in quella buona notte. Infuriati, infuriati contro il morire della luce.” Dylan Thomas

C’è un momento, nello splendido spettacolo teatrale/concerto Springsteen On Broadway, in cui Bruce con voce rotta dalla commozione parla di suo padre. Un irlandese, forte bevitore, gran lavoratore che ha fatto da vera e propria fonte di ispirazione per storie e personaggi che popolano i quasi cinquant’anni di musica del Boss. Poco dopo la morte, nel 1998, il padre sarebbe venuto a visitarlo in sogno, a un concerto, in mezzo alla folla di migliaia di persone venute ad ascoltarlo. Bruce si sarebbe diretto sino a lui inginocchiandosi al suo fianco e “… per un momento guardiamo entrambi l’uomo su di giri sul palco e gli dico guarda papà, quel tipo sul palco… è così che ti vedo.

Samuele Bersani – Cinema Samuele (Sony Music, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Antonio Sebastianelli

“In assoluto la mia penna è più feroce/ Di quanto prima avesse fatto mai/ Che schifo l’artista supremo/ Io lo distruggo vedrai.”
(L’intervista – Samuele Bersani)

Il modo migliore per rendere un buon servizio a chi legge la recensione di un disco, un film o uno spettacolo è lasciarsi alle spalle qualsiasi tipo di simpatia o preconcetto si abbia sull’oggetto o sull’artista trattato. Con Samuele è difficile. Confesso di non aver mai avuto un buon rapporto con la musica italiana di qualsiasi genere e latitudine e di aver poco praticato in gioventù le patrie vallate musicali. Ho trascorso la mia adolescenza, come molti coetanei penso, tra Smashing Pumpkins, Cure, Brit Pop e quanto di meglio in quei gloriosi ‘90 si presentasse all’orizzonte. Unica eccezione italiana: Samuele Bersani.

Angel Olsen – Whole New Mess (Jagjaguwar, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Antonio Sebastianelli

La musica di Angel Olsen è stata in grado di catturarmi sin dal primo ascolto. Era il 2012 e il disco lo splendido Half Way Home. In quelle canzoni sembrava rivivere l’intensità e lo spirito di Roy Orbison e una certa tradizione americana, rivista però con una sensibilità fuori dal comunque, figlia anche di quello che era accaduto nei ‘90 e nel primo decennio di questo secolo. Con il disco del 2019 All Mirrors la maturazione di questa giovane sirena giungeva a compimento. Un disco una volta ancora intenso, ma anche poliedrico, sfaccettato, in grado di inglobare momenti folky ad altri più elettronici e sperimentali e raggiungendo la quadratura del cerchio con la splendida Chance, senza se e senza ma una delle canzoni più belle degli ultimi venti anni. All Mirrors era anche un viaggio doloroso ma necessario verso la solitudine intesa come riscoperta di sé.

Paul Weller – On Sunset (Polydor, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Antonio Sebastianelli

Il tempo a volte sa essere galantuomo. Nonostante le mille rughe che solcano il viso del Mod Father e lo rendono sempre più simile a una sorta di fratello leggermente più savio dell’Iguana Iggy, la sua musica pare non aver patito un invecchiamento particolare. Merito di un’incredibile sapienza compositiva e interpretativa ma soprattutto dalla percezione esatta di quella che è l’ossatura della Pop Song perfetta: ritmo e melodia, intensità e leggerezza.

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Benjamin Biolay – Grand Prix (Polydor / Universal, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Antonio Sebastianelli

«La route, c’est aussi mon métier. »
B. Biolay

Un disco per l’estate. Non suoni irrispettoso verso il grande chansonnier francese, ma è di questo che andremo a parlare. Biolay, titolare di un numero considerevole di album e di almeno un paio di capolavori, confeziona il disco pop perfetto con questo Grand Prix.

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Bob Dylan – Rough And Rowdy Ways (Columbia Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Antonio Sebastianelli

I’m a man of contradictions / I’m a man of many moods / I Contain MultitudesBob Dylan

Un uomo grande come una montagna giace a terra, soffocando sotto le ginocchia di un poliziotto. Lancia un’ultima invocazione disperata prima di rimettere l’anima a nostro Signore: mama. Un virus malevolo paralizza il mondo per mesi, costringendoci a rivedere le nostre abitudini e priorità. Nello stesso momento, un vecchio bluesmen e poeta fa risentire la sua voce, utilizzando il passato come filtro per comprendere un presente terrificante che sembra quasi germinato da uno dei brani. Il primo disco autografo dopo otto anni.

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Moses Sumney – Græ – part 2 (Jagjaguwar, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Antonio Sebastianelli

But morality is grey” (Moses Sumney)

Tre mesi separano la prima parte di Grae dalla seconda. Tre mesi in cui è accaduto di tutto. Il mondo si è risvegliato preda di una pandemia, ha rallentato, si è quasi arrestato, per poi timidamente ripartire proprio in questi giorni. Le otto tracce della parte due rappresentano molto bene questo momento. I ritmi rallentano notevolmente e spesso l’impressione è quella di essere immersi in una sorta di sacco amniotico in cui Moses ha disciolto la propria anima, la linfa vitale della sua musica in costante mutamento.


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Mark Lanegan – Straight Songs Of Sorrow (Heavenly Recordings, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Antonio Sebastianelli

Tutto ciò che ho avuto nella vita è stato un vaso di Pandora pieno di dolore e miseria. Sono entrato in studio e mi sono ricordato la merda che ho messo via 20 anni fa.” (Mark Lanegan)

Ho ascoltato per anni Mark Lanegan senza mai scrivere nulla su di lui. Lo sentivo vicino, la sua musica riusciva sempre a emozionarmi (e lo fa ancora), ma qualcosa mi teneva a distanza e mi intimoriva. Nell’atto di mettere nero su bianco le mie impressioni qualcosa si inceppava. Come se la “Voce di Ellensburg” fosse una montagna troppo alta da scalare. L’intensità delle sue canzoni infatti, pur non raggiungendo mai il punto di rottura si tiene ben lontana da qualsiasi tipo di catarsi. Come a voler dire: “questo è quanto”. “Questo è quello che la vita mi ha regalato: un vaso pieno di dolore e miseria.” Il suo sguardo si fa più lucido e penetrante proprio quando la pena è così forte che vorresti guardare altrove. La voce, quella voce, pare giungere proprio dal pozzo di cui canta in un suo pezzo, Hotel.

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