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Antonio Sebastianelli

Samuele Bersani – Cinema Samuele (Sony Music, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Antonio Sebastianelli

“In assoluto la mia penna è più feroce/ Di quanto prima avesse fatto mai/ Che schifo l’artista supremo/ Io lo distruggo vedrai.”
(L’intervista – Samuele Bersani)

Il modo migliore per rendere un buon servizio a chi legge la recensione di un disco, un film o uno spettacolo è lasciarsi alle spalle qualsiasi tipo di simpatia o preconcetto si abbia sull’oggetto o sull’artista trattato. Con Samuele è difficile. Confesso di non aver mai avuto un buon rapporto con la musica italiana di qualsiasi genere e latitudine e di aver poco praticato in gioventù le patrie vallate musicali. Ho trascorso la mia adolescenza, come molti coetanei penso, tra Smashing Pumpkins, Cure, Brit Pop e quanto di meglio in quei gloriosi ‘90 si presentasse all’orizzonte. Unica eccezione italiana: Samuele Bersani.

Angel Olsen – Whole New Mess (Jagjaguwar, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Antonio Sebastianelli

La musica di Angel Olsen è stata in grado di catturarmi sin dal primo ascolto. Era il 2012 e il disco lo splendido Half Way Home. In quelle canzoni sembrava rivivere l’intensità e lo spirito di Roy Orbison e una certa tradizione americana, rivista però con una sensibilità fuori dal comunque, figlia anche di quello che era accaduto nei ‘90 e nel primo decennio di questo secolo. Con il disco del 2019 All Mirrors la maturazione di questa giovane sirena giungeva a compimento. Un disco una volta ancora intenso, ma anche poliedrico, sfaccettato, in grado di inglobare momenti folky ad altri più elettronici e sperimentali e raggiungendo la quadratura del cerchio con la splendida Chance, senza se e senza ma una delle canzoni più belle degli ultimi venti anni. All Mirrors era anche un viaggio doloroso ma necessario verso la solitudine intesa come riscoperta di sé.

Paul Weller – On Sunset (Polydor, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Antonio Sebastianelli

Il tempo a volte sa essere galantuomo. Nonostante le mille rughe che solcano il viso del Mod Father e lo rendono sempre più simile a una sorta di fratello leggermente più savio dell’Iguana Iggy, la sua musica pare non aver patito un invecchiamento particolare. Merito di un’incredibile sapienza compositiva e interpretativa ma soprattutto dalla percezione esatta di quella che è l’ossatura della Pop Song perfetta: ritmo e melodia, intensità e leggerezza.

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Benjamin Biolay – Grand Prix (Polydor / Universal, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Antonio Sebastianelli

«La route, c’est aussi mon métier. »
B. Biolay

Un disco per l’estate. Non suoni irrispettoso verso il grande chansonnier francese, ma è di questo che andremo a parlare. Biolay, titolare di un numero considerevole di album e di almeno un paio di capolavori, confeziona il disco pop perfetto con questo Grand Prix.

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Bob Dylan – Rough And Rowdy Ways (Columbia Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Antonio Sebastianelli

I’m a man of contradictions / I’m a man of many moods / I Contain MultitudesBob Dylan

Un uomo grande come una montagna giace a terra, soffocando sotto le ginocchia di un poliziotto. Lancia un’ultima invocazione disperata prima di rimettere l’anima a nostro Signore: mama. Un virus malevolo paralizza il mondo per mesi, costringendoci a rivedere le nostre abitudini e priorità. Nello stesso momento, un vecchio bluesmen e poeta fa risentire la sua voce, utilizzando il passato come filtro per comprendere un presente terrificante che sembra quasi germinato da uno dei brani. Il primo disco autografo dopo otto anni.

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Moses Sumney – Græ – part 2 (Jagjaguwar, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Antonio Sebastianelli

But morality is grey” (Moses Sumney)

Tre mesi separano la prima parte di Grae dalla seconda. Tre mesi in cui è accaduto di tutto. Il mondo si è risvegliato preda di una pandemia, ha rallentato, si è quasi arrestato, per poi timidamente ripartire proprio in questi giorni. Le otto tracce della parte due rappresentano molto bene questo momento. I ritmi rallentano notevolmente e spesso l’impressione è quella di essere immersi in una sorta di sacco amniotico in cui Moses ha disciolto la propria anima, la linfa vitale della sua musica in costante mutamento.


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Mark Lanegan – Straight Songs Of Sorrow (Heavenly Recordings, 2020)

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Articolo di Antonio Sebastianelli

Tutto ciò che ho avuto nella vita è stato un vaso di Pandora pieno di dolore e miseria. Sono entrato in studio e mi sono ricordato la merda che ho messo via 20 anni fa.” (Mark Lanegan)

Ho ascoltato per anni Mark Lanegan senza mai scrivere nulla su di lui. Lo sentivo vicino, la sua musica riusciva sempre a emozionarmi (e lo fa ancora), ma qualcosa mi teneva a distanza e mi intimoriva. Nell’atto di mettere nero su bianco le mie impressioni qualcosa si inceppava. Come se la “Voce di Ellensburg” fosse una montagna troppo alta da scalare. L’intensità delle sue canzoni infatti, pur non raggiungendo mai il punto di rottura si tiene ben lontana da qualsiasi tipo di catarsi. Come a voler dire: “questo è quanto”. “Questo è quello che la vita mi ha regalato: un vaso pieno di dolore e miseria.” Il suo sguardo si fa più lucido e penetrante proprio quando la pena è così forte che vorresti guardare altrove. La voce, quella voce, pare giungere proprio dal pozzo di cui canta in un suo pezzo, Hotel.

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Fiona Apple – Fetch the Bolt Cutters (Epic, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Antonio Sebastianelli

 

“Il grande poeta, nello scrivere se stesso, scrive il suo tempo.” – T.S. Eliot

Otto anni. Tanti ce ne sono voluti per ascoltare il nuovo album in studio di Fiona Apple. Ed è singolare che quasi in contemporanea, anche lui assente dal 2012, si riaffacci pure Bob Dylan con due nuove canzoni autografe. Mr. Zimmerman che è stato uno degli eroi della Apple è però cosa altra.
Laddove la maschera (di ferro?) Dylaniana resta ben salda al volto e per comprendere il Poeta bisogna saper decrittare i messaggi nascosti dietro citazioni e personaggi evocati; molto meno difficile è decifrare i testi e i pensieri di Fiona, che mai era stata così brutalmente onesta. Qui più che altrove l’Artista si mostra nuda in piena luce. Con tutto il suo bagaglio di insicurezze ed esperienze passate.

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Jonathan Hultén – Chants From Another Place (Kscope, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Antonio Sebastianelli

Chants (…) è un modo di mettere in musica quei vasti tratti di paesaggio che esistono nei nostri cuori, quelli che dobbiamo attraversare durante le prove e tribolazioni. Non abbiamo scelta se non quella di percorrere quei chilometri, fino a quando alla fine potremmo iniziare a intravedere una nuova alba dietro l’orizzonte.” Jonathan Hultén

Ascoltare in questo tempo sospeso che tutti stiamo vivendo (sospeso tra un passato che probabilmente non sarà più e un futuro ancora tutto da inventare) il primo album di Jonathan Hultén fa uno strano effetto. Il disco stesso sembra esistere al di fuori di un tempo preciso, evocando e invitando alla propria tavola fantasmi che rispondono al nome di This Mortal Coil, Nick Drake, Wovenhand, John Martyn e lasciandosi sedurre e ispirare dalle composizioni di folk e coro della chiesa di Acapella.

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