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Antonio Sebastianelli

Benjamin Biolay – Grand Prix (Polydor / Universal, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Antonio Sebastianelli

«La route, c’est aussi mon métier. »
B. Biolay

Un disco per l’estate. Non suoni irrispettoso verso il grande chansonnier francese, ma è di questo che andremo a parlare. Biolay, titolare di un numero considerevole di album e di almeno un paio di capolavori, confeziona il disco pop perfetto con questo Grand Prix.

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Bob Dylan – Rough And Rowdy Ways (Columbia Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Antonio Sebastianelli

I’m a man of contradictions / I’m a man of many moods / I Contain MultitudesBob Dylan

Un uomo grande come una montagna giace a terra, soffocando sotto le ginocchia di un poliziotto. Lancia un’ultima invocazione disperata prima di rimettere l’anima a nostro Signore: mama. Un virus malevolo paralizza il mondo per mesi, costringendoci a rivedere le nostre abitudini e priorità. Nello stesso momento, un vecchio bluesmen e poeta fa risentire la sua voce, utilizzando il passato come filtro per comprendere un presente terrificante che sembra quasi germinato da uno dei brani. Il primo disco autografo dopo otto anni.

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Moses Sumney – Græ – part 2 (Jagjaguwar, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Antonio Sebastianelli

But morality is grey” (Moses Sumney)

Tre mesi separano la prima parte di Grae dalla seconda. Tre mesi in cui è accaduto di tutto. Il mondo si è risvegliato preda di una pandemia, ha rallentato, si è quasi arrestato, per poi timidamente ripartire proprio in questi giorni. Le otto tracce della parte due rappresentano molto bene questo momento. I ritmi rallentano notevolmente e spesso l’impressione è quella di essere immersi in una sorta di sacco amniotico in cui Moses ha disciolto la propria anima, la linfa vitale della sua musica in costante mutamento.


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Mark Lanegan – Straight Songs Of Sorrow (Heavenly Recordings, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Antonio Sebastianelli

Tutto ciò che ho avuto nella vita è stato un vaso di Pandora pieno di dolore e miseria. Sono entrato in studio e mi sono ricordato la merda che ho messo via 20 anni fa.” (Mark Lanegan)

Ho ascoltato per anni Mark Lanegan senza mai scrivere nulla su di lui. Lo sentivo vicino, la sua musica riusciva sempre a emozionarmi (e lo fa ancora), ma qualcosa mi teneva a distanza e mi intimoriva. Nell’atto di mettere nero su bianco le mie impressioni qualcosa si inceppava. Come se la “Voce di Ellensburg” fosse una montagna troppo alta da scalare. L’intensità delle sue canzoni infatti, pur non raggiungendo mai il punto di rottura si tiene ben lontana da qualsiasi tipo di catarsi. Come a voler dire: “questo è quanto”. “Questo è quello che la vita mi ha regalato: un vaso pieno di dolore e miseria.” Il suo sguardo si fa più lucido e penetrante proprio quando la pena è così forte che vorresti guardare altrove. La voce, quella voce, pare giungere proprio dal pozzo di cui canta in un suo pezzo, Hotel.

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Fiona Apple – Fetch the Bolt Cutters (Epic, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Antonio Sebastianelli

 

“Il grande poeta, nello scrivere se stesso, scrive il suo tempo.” – T.S. Eliot

Otto anni. Tanti ce ne sono voluti per ascoltare il nuovo album in studio di Fiona Apple. Ed è singolare che quasi in contemporanea, anche lui assente dal 2012, si riaffacci pure Bob Dylan con due nuove canzoni autografe. Mr. Zimmerman che è stato uno degli eroi della Apple è però cosa altra.
Laddove la maschera (di ferro?) Dylaniana resta ben salda al volto e per comprendere il Poeta bisogna saper decrittare i messaggi nascosti dietro citazioni e personaggi evocati; molto meno difficile è decifrare i testi e i pensieri di Fiona, che mai era stata così brutalmente onesta. Qui più che altrove l’Artista si mostra nuda in piena luce. Con tutto il suo bagaglio di insicurezze ed esperienze passate.

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Jonathan Hultén – Chants From Another Place (Kscope, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Antonio Sebastianelli

Chants (…) è un modo di mettere in musica quei vasti tratti di paesaggio che esistono nei nostri cuori, quelli che dobbiamo attraversare durante le prove e tribolazioni. Non abbiamo scelta se non quella di percorrere quei chilometri, fino a quando alla fine potremmo iniziare a intravedere una nuova alba dietro l’orizzonte.” Jonathan Hultén

Ascoltare in questo tempo sospeso che tutti stiamo vivendo (sospeso tra un passato che probabilmente non sarà più e un futuro ancora tutto da inventare) il primo album di Jonathan Hultén fa uno strano effetto. Il disco stesso sembra esistere al di fuori di un tempo preciso, evocando e invitando alla propria tavola fantasmi che rispondono al nome di This Mortal Coil, Nick Drake, Wovenhand, John Martyn e lasciandosi sedurre e ispirare dalle composizioni di folk e coro della chiesa di Acapella.

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Anna Calvi – Hunted (Domino Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Antonio Sebastianelli

“Hunted” dall’inglese: braccato, cacciato.

La cacciatrice di Hunter si è tramutata in preda. Tra i solchi dell’album del 2018 per la prima volta Anna Calvi, classe 1980, una delle cantautrici più dotate della sua generazione, si mostrava in piena luce. Fiera della sua sessualità e consapevole del suo corpo; un inno al risveglio della carne. A due anni da quel disco, l’inglesina decide di dare alle stampe una sorta di riscrittura di Hunter o meglio secondo le sue stesse parole, “una rivisitazione intima” che cattura il primo momento in cui scrisse i brani, accompagnata da alcuni dei suoi artisti preferiti, da Julia Holter agli Idles.

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Moses Sumney – Græ – part 1 (Jagjaguwar, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Antonio Sebastianelli

I insist upon my right to be multiple. I insist upon the recognition of my multiplicity”. (Moses Sumney)

Viviamo strani giorni”, cantava il poeta. Scrivo queste righe battendo con frenesia sopra i tasti del mio portatile. Gli occhi ancora colmi di immagini che fatico a comprendere. Si rincorrono freneticamente come uccelli impazziti. Parlano di zone rosse e stazioni prese d’assalto, neanche fossimo prossimi all’Apocalisse. Nelle orecchie, ad alleviare l’ansia del momento, il canto di un giovane uomo con l’anima divisa, intento con disarmante incanto, a cesellare e ordinare suoni, parole, colori. Moses Sumney.


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Greg Dulli- Random desire (Royal cream, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Antonio Sebastianelli

La sua voce non giocava più, la sua voce era un fiotto di sangue, degna per il suo dolore e la sua sincerità, di aprirsi come una mano di dieci dita sui piedi inchiodati, ma pieni di burrasca, di un Cristo di Juan de Juni…”. Federico Garcia Lorca – Gioco e Teoria del Duende

Capita nel corso della propria esistenza di entrare in contatto con anime uniche, sia nella vita di tutti i giorni che nella musica. Persone che involontariamente riescono a tracciare una linea di demarcazione. Un prima e un dopo. In alcuni casi (e qui parlo nello specifico di alcuni artisti) sono in grado di illuminare e chiarire una parte di te che avevi solo vagamente presentito. A me è successo nel 2006 ascoltando per la prima volta “quella voce”. La Voce di Greg Dulli. Nato nel 1965 a Hamilton, Ohio e titolare con gli indimenticabili Afghan Whigs prima e sotto altri nomi poi, di alcuni degli album più interessanti degli ultimi trent’anni.

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