R E C E N S I O N E


Articolo di Antonio Sebastianelli

“Time is never time at all
You can never ever leave
Without leaving a piece of youth
And our lives are forever changed
We will never be the same”

[Smashing Pumpkins – Tonight Tonight (1985)]

Venti anni tondi. Tanti ne sono passati dal primo addio dei Pumpkins. Che sembrava definitivo: un’epoca gloriosa e disperata che si chiudeva; tante figure di primo piano cadute lungo la strada (Jeff e Kurt) e mille incertezze su quello che sarebbe stato il futuro della musica e del mondo. Lungo tutti gli anni Novanta Billy Corgan è stato per me, come per molti altri coetanei, una sorta di faro luminoso. Arrogante, individualista e strafottente come pochi altri. Ma anche coraggioso e indomito; il vero depositario di quel cuore di tenebra che batteva forte negli Smashing. Un cuore gonfio di speranza, di desiderio e di riscatto, non solo di oscuro nichilismo. A reggere tutta la baracca poi era un Sogno, lo stesso che aveva portato quattro sconosciuti, dal suburbio chicagoiano ai vertici delle classifiche di mezzo mondo.

Era un sogno di abbondanza, di una primavera senza fine che avrebbe riparato tutti i torti subiti durante un’infanzia che definire travagliata è un simpatico eufemismo. Purtroppo per Billy, la strepitosa primavera della sua musica che pareva preannunciare un’estate ancora più eclatante e un autunno e un inverno più che dignitosi, ha ceduto il passo alla ripetizione e alla mortificazione commerciale di ciò che era stato, alla disperata ricerca di quella connessione antica con il pubblico ormai perduta. Prima il divertissement Zwan poi l’esordio solista di media caratura e infine un’improvvida Reunion nel 2007. Da lì in poi il tracollo; una serie di album e di progetti sempre più in tono minore fatto salvo il buon Oceania. Corgan ridotto ormai a sorta di Orson Welles andato a male.
Il ragazzo d’oro che aveva incantato il mondo si era trasformato in tronfio residuo di un’epoca ormai lontanissima, perso in progetti di nessuna rilevanza o francamente imbarazzanti. Fino al 2017, al tempo della release di Ogilala, secondo disco solista e ripresa di quota inaspettata; confermata dai due Ep trasformati in album nel 2018 con i ritrovati Smashing Pumpkins: Chamberlin e Iha e dal terzo lavoro solista nel 2019. Nulla per cui gridare al miracolo ma che riusciva a riconciliarci con quell’antico sogno di cui parlavamo, ormai andato a male ed esposto ad ogni sorta di ironia e tradimento.

Eccoci dunque a Cyr. Venti tracce diciamolo subito buonissime. Se è vero che certi equilibri non sono mai stati ristabiliti e che oggi Corgan è più padrone che mai è altresì innegabile che queste venti schegge melodiche sovrastate da synths siano quanto di meglio prodotto dai tempi di Machina. Billy ci crede ancora, pur con una band monca e che pare solo il riflesso argentato di quella del passato e scrive, interpreta e suona un piccolo gioiello di Elettro Pop. Un disco che sembra riabbracciare quella che era la prima incarnazione della band, a due, nel lontano 1987: chitarra, basso e drum machine. Riferimenti musicali ovvi che rispondono al nome di Depeche Mode, New Order e una spolverata di Cure. Ma anche Grimes che il nostro eroe dice di adorare.
Anno Satana pare un a versione danzereccia e aggiornata di Ava Adore, un pezzo che spacca davvero e in grado di sintetizzare quanto di meglio le Zucche possano produrre nei loro momenti più radio friendly oriented. Lo stesso dicasi per l’altrettanto ballabile The Color Of Love. Wrath perla New Wave riveste di malinconia e grazia un testo che ancora una volta gronda autoanalisi alla ricerca di un senso oltre ogni dolore. Wyttch unisce gli estremi, i Pumpkins quelli lì, tra riff gishiani e l’orecchiabilità delle ultime prove. Birch Grove è lontana madeleine, era Machina circa e sparge fumi oppiacei. Il secondo lato si rivela altrettanto ballabile ma meno epidermico e più avventuroso: Save Your Tears, prima di tutto, la migliore del lotto e Black Forest, Black Hills che si apre come fossimo tra i solchi di Pornography o Faith dei Cure e cresce tra fumi ghiacciati di Synth e basso a sei corde, fino alla sorpresa finale: una melodia leggera che si innalza ricordando che le ascendenze melodiche marca Queen e Beatles sono incise per sempre nel Dna Corganiano. Adrenallynne decodifica l’antico angst adolescenziale e lo attualizza sostenuto da un ritmo irresistibile. C’è spazio ancora per Haunted e The Hidden Sun, calde lacrime ottantiane, gravide di gioia e malinconia, cadono come pioggia sottile sul dancefloor. Schaudenfreud parte in tono minore per poi dispiegare tra turbini sintetici la propria piacevolezza melodica, come confermato anche dalla conclusiva Minerva. In tanta sovrabbondanza restano a metà del guado Ramona, troppo memore del refrain dell’orrida Dorian del 2014 e Tyger Tyger francamente inutile.

Cyr come l’ultima opera di David Fincher, Mank, salda passato remoto e sguardo sul presente, sublimandolo con melodie che pur difettando della profondità e della ricerca delle prove anni Novanta, elevano a vetta artistica i passati errori, riaccendendo più di una speranza sul futuro delle Zucche. Giù il cappello, dunque, davanti a un uomo e un artista che nonostante i ripetuti fallimenti è ancora qui sulla scena, in piena luce a raccontarci questi anni e di come tutto cambi costantemente. E che proprio in questa voglia di rinnovamento continuo, di morte e rinascita, giace il significato ultimo della sua vita, di qualsiasi vita.

Tracklist:
01. The Colour Of Love
02. Confessions Of A Dopamine Addict
03. Cyr
04. Dulcet In E
05. Wrath
06. Ramona
07. Anno Satana
08. Birch Grove
09. Wyttch
10. Starrcraft
11. Purple Blood
12. Save Your Tears
13. Telegenix
14. Black Forest, Black Hills
15. Adrennalynne
16. Haunted
17. The Hidden Sun
18. Schaudenfreud
19. Tyger, Tyger
20. Minerva