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Francesca Marchesini

Gregorio Sanchez – Dall’altra parte del mondo (Garrincha Dischi, 2020)

R E C E N S I O N E


So solo scrivere canzoni tristi
Ma in generale tendo ad essere felice con la gente
(Gregorio Sanchez, Dall’altra parte del mondo, 2020)

 

Recensione di Francesca Marchesini

Il 4 dicembre usciva Dall’altra parte del mondo, album d’esordio del bolognese Gregorio Sanchez. L’autore è emiliano d’origine, ma negli anni che hanno preceduto la produzione di questo lavoro d’esordio si è trasferito in Austria per poi tornare in Italia e stabilirsi a Milano; l’opera racchiude l’essenza di questi viaggi e di un vissuto che si concentra per lo più su scenari dolceamari fatti di amori non troppo riusciti.
Come si legge dall’incipit della titletrack, Sanchez “tende ad essere felice con la gente” pur scrivendo canzoni dall’animo malinconico; le liriche tendenzialmente pessimistiche sono cariche di una generale autoironia che permette all’album di emergere rispetto all’affollato mondo indie-pop italiano cui appartiene. Perché questo album è innegabilmente pop, ma non nella connotazione dispregiativa che a volte questo termine assume; è pop per le sonorità (che richiamano Bon Iver e Kings of Convenience tanto amati dal cantautore) e per la leggerezza spontanea dei testi, è pop perché non è una proposta poi così innovativa eppure risulta intrigante sia che lo si ascolti con attenzione o “in sottofondo” mentre si pensa ad altro.

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L’incredibile storia dell’isola delle rose – di Sydney Sibilia (Italia, 2020)‎

C I N E M A


Articolo di Francesca Marchesini

«C’era una volta un ingegnere bolognese che non riusciva a sottostare alle costrizioni della vita. Un giorno, il nostro eroe, decise che voleva essere libero; chiese in prestito una barca al suo amico, figlio di un costruttore navale, e salpò navigando lontano dalle coste romagnole per fondare un suo mondo senza regole in mezzo al mare.»
Raccontando la trama dell’ultimo film scritto e diretto da Sidney Sibilia, risulta istintivo adottare la formula della fiaba. La storia di un uomo che in nome della libertà e dell’amore decide di costituire una nazione indipendente assume i toni del racconto incantato… e poco importa se la storia narrata sul grande  – o meglio piccolo (la distribuzione del film è un’esclusiva Netflix) – schermo non rispecchia del tutto la realtà dei fatti. Il buon esito di questo quarto lungometraggio del regista salernitano, reduce dalla trilogia Smetto quando voglio, sta proprio nell’essere riuscito a ricordare cosa significa sognare e lottare per i propri desideri.

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Molchat Doma – Monument (Sacred Bones Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Francesca Marchesini

Vivere è duro e scomodo, ma almeno morire è comodo. (Boris Ryžij, 1997)

Se questa primavera vi siete ritrovati a scorrere l’homepage del social network TikTok (esatto, mi riferisco all’app utilizzata soprattutto dai giovanissimi per filmare brevi coreografie e performance canore in lipsync) è facile che vi siate imbattuti in questa citazione del poeta russo Boris Ryžij (1974-2001). La frase appartiene ad una poesia che il trio bielorusso Molchat Doma ha adottato nel 2018 come testo per la canzone судно/Sudno; il brano è subito diventato un trend globale e, infrangendo una “cortina di ferro” musicale, ha permesso di scoprire quel ricchissimo mondo di band post-sovietiche a cui il trio sopraccitato appartiene.

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