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Francesca Marchesini

Balthazar – Sand (Play It Again Sam, 2021)

R E C E N S I O N E


You were patient, while in the water I hid,
Until I started drowning in it

(Balthazar, You Won’t Come Around, 2021)

 

Recensione di Francesca Marchesini

Attesa ed irrequietezza, ecco cosa rappresenta l’Humunculus Loxodontus (scultura di Margriet Van Breevort) ritratto sulla copertina di Sand, nuovo album dei Balthazar in cui proprio l’incapacità di vivere il momento vuole essere il tema centrale. Si tratta del quinto lavoro in studio della band belga e il secondo LP pubblicato dopo la “pausa creativa” che il gruppo si prese fra il 2015 e il 2018. Con Sand viene riconfermato quel sound alt-pop contaminato da disco e R&B che si era incontrato nell’album precedente Fever; come per l’LP uscito nel 2019, i progetti paralleli di Marteen Devoldere (Warhaus) e Jinte Deprez (J. Bernardt), entrambi voce e testi per la band, risultano particolarmente influenti e Sand si allontana sempre più dal clima indie-rock dei primi lavori.

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Balthazar – Ballare su un ritmo R&B per liberarsi dalle sabbie mobili

I N T E R V I S T A


Articolo di Francesca Marchesini

I Balthazar sono un gruppo di origine belga che viene fondato nel 2004 da Maarten Devoldere, Jinte Deprez e Patricia Venneste; ai tre polistrumentisti dall’anima indie rock, si aggiungono Christophe Claeys alla batteria e Simon Casier al basso. Con questa formazione producono i loro primi tre album: Applause, Rats, Thin Walls. Nel 2015, purtroppo, arrivano a uno stallo creativo e i membri della band si prendono una pausa; Venneste e Claeys lasciano il gruppo mentre gli altri si dedicano ai loro progetti solisti. I Balthazar, rinnovati nella composizione e nel sound, ritornano nel 2018 e nel 2019 pubblicano l’album Fever; alla lavorazione di questo disco più pop e ballabile si aggiungono il batterista Michiel Balcaen e il polistrumentista Tijs Delbeke.
Il 26 febbraio 2021 i Balthazar rilasciano il loro quinto album in studio, Sand. Ho avuto l’occasione di parlare dell’LP con Maarten Devoldere (voce e testi); abbiamo discusso della produzione del disco in un così delicato momento storico, del tema centrale dell’album e delle evidenti influenze R&B e jazz sul rinnovato sound del gruppo.

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Radical Face – Hidden Hollow Vol.1 (Bear Machine, 2021)

R E C E N S I O N E


And they thought me broken, that my tongue was coated lead
But I just couldn’t make my words make sense to them 

(Radical Face, The Mute, 2013)

 

Recensione di Francesca Marchesini

Hype è un termine inglese traducibile con “grosso lancio pubblicitario”; l’espressione si riferisce a tutte quelle campagne di marketing basate sul sensazionalismo e lo scalpore. Pensando all’utilizzo di questa strategia di vendita, in campo musicale, non esiste artista più lontano dal concetto di hype come lo statunitense Ben Cooper. Lo scorso 2 febbraio, il musicista indie-folk ha rotto il silenzio mediatico, durato diversi mesi, per annunciare con un semplice post Instagram l’uscita di un nuovo EP. Cooper non è mai stato particolarmente avvezzo ai social, per mantenersi in contatto coi fan predilige l’uso di blog ed e-mail.; nel 2020, dopo l’uscita a gennaio del singolo Reveries, il musicista ha attivato la newsletter Hidden Hollow, attraverso la quale ha inviato ai suoi fan materiale artistico e anche alcuni dei brani che sono poi entrati nella tracklist di questo nuovo lavoro in studio.

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Still Corners – The Last Exit (Wrecking Light Records, 2021)

R E C E N S I O N E


I’m hearing voices but I’m all alone
Driving down this lonely road

(Still Corners, It’s Voodoo, 2021)

 

Recensione di Francesca Marchesini

Il dream pop è un sottogenere dell’alternative rock di cui si è cominciato a parlare alla fine degli anni Ottanta. Il termine, probabilmente coniato dal giornalista Simon Reynolds, era utilizzato per definire le band che sperimentavano fondendo etheral wave (sottogenere della darkwave), post-punk e passaggi sonori pop; questo è il caso di gruppi come Cocteau Twins o The Chameleons. A questo universo etereo, fatto di dissonanze e riverberi, cantilene sospirate e testi introspettivi appartengo anche i londinesi Still Corners. Il duo è composto da Tessa Murray (voce) e Greg Hughes (polistrumentista e produttore), artisti che si sono conosciuti causalmente nel 2009 mentre viaggiavano in metropolitana e da quel momento non hanno mai smesso di collaborare musicalmente.
The Last Exit è il quinto album della band inglese; a dieci anni dall’uscita del loro primo lavoro in studio (Creature of an Hour), il duo torna ad incantare il pubblico con un mix elegante di indie-rock e synth. Pensando al mondo quasi psichedelico a cui le opere degli Still Corners fanno riferimento, non si possono non citare Mazzy Star o The Beach House come evidenti fonti d’ispirazione. 

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Samuel – Brigatabianca (Sony Music, 2021)

R E C E N S I O N E


Tutti parlano forte/e io resto in silenzio
Quando tutto si ferma/un rumore mi esplode da dentro

(Samuel, Bum bum bum bum, 2021)

 

Recensione di Francesca Marchesini

A distanza di quattro anni dalla pubblicazione de Il codice della bellezza, Samuel, frontman dei Subsonica e giudice di XFactor Italia 2019, ha intrapreso per una seconda volta il percorso da solista e rilasciato l’album Brigatabianca. Già dal concept visivo è facile intuire come questo lavoro dovrebbe differenziarsi dal precedente: sulla copertina de Il codice della bellezza si vedeva un Samuel dalla pelle argentata che gli conferiva un brilluccichio inevitabilmente pop; in questo secondo caso il cantante viene mostrato mentre indossa una giubba militare su cui sono riportati emblemi stilizzati che rappresentano, come medaglie, le canzoni dell’album. La copertina di Brigatabianca richiama (involontariamente) l’iconografia centroasiatica e si presenta quindi come alternativo e fusion.
L’uniforme, indossata dal cantante torinese, denota l’appartenenza ad un “esercito” o, per meglio dire, una brigata artistica; sono tanti infatti i musicisti che hanno collaborato per la riuscita dell’album e due di loro, Willie Peyote e Colapesce, saliranno a marzo sul palco dell’Ariston. Anche Samuel, da solista, conta una partecipazione al Festival della canzone italiana (2017) a cui ha seguito la pubblicazione de Il codice della bellezza; non sapendo quando però potranno essere recuperate le date con i Subsonica per il tour di Microchip Temporale, il musicista quest’anno ha deciso di non tentare esperienza sanremese e neanche di fissare una serie di live per la promozione di Brigatabianca.

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Lou Mornero – Grilli (Cabezon Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Nel frattempo scriverò parole che mi portino in giro senza fine ne dove,
trasformerò i suoni in rumori e i rumori in amici che non abbiano odori

(Lou Mornero, Caro Mio, 2021)

 

Recensione di Francesca Marchesini

Nel 2017, usciva per Cabezon Records l’EP di debutto di Lou Mornero; a distanza di quattro anni il cantautore milanese ritorna con un album full lenght dal respiro internazionale prodotto dal polistrumentista italiano, ma di stanza in Inghilterra, Andrea Mottadelli. La loro conoscenza risale ai tempi della formazione I Paradisi (che nel 2016 fecero uscire l’album Dove andrai) e consolidano il loro legame creativo proprio lavorando a Grilli; questa opera d’esordio è una commistione dell’impegno creativo di entrambi gli artisti che operano in simbiosi, anche se lontani nello spazio (l’album si sviluppa fra i rispettivi home studio di Milano e Londra).

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Gregorio Sanchez – Dall’altra parte del mondo (Garrincha Dischi, 2020)

R E C E N S I O N E


So solo scrivere canzoni tristi
Ma in generale tendo ad essere felice con la gente
(Gregorio Sanchez, Dall’altra parte del mondo, 2020)

 

Recensione di Francesca Marchesini

Il 4 dicembre usciva Dall’altra parte del mondo, album d’esordio del bolognese Gregorio Sanchez. L’autore è emiliano d’origine, ma negli anni che hanno preceduto la produzione di questo lavoro d’esordio si è trasferito in Austria per poi tornare in Italia e stabilirsi a Milano; l’opera racchiude l’essenza di questi viaggi e di un vissuto che si concentra per lo più su scenari dolceamari fatti di amori non troppo riusciti.
Come si legge dall’incipit della titletrack, Sanchez “tende ad essere felice con la gente” pur scrivendo canzoni dall’animo malinconico; le liriche tendenzialmente pessimistiche sono cariche di una generale autoironia che permette all’album di emergere rispetto all’affollato mondo indie-pop italiano cui appartiene. Perché questo album è innegabilmente pop, ma non nella connotazione dispregiativa che a volte questo termine assume; è pop per le sonorità (che richiamano Bon Iver e Kings of Convenience tanto amati dal cantautore) e per la leggerezza spontanea dei testi, è pop perché non è una proposta poi così innovativa eppure risulta intrigante sia che lo si ascolti con attenzione o “in sottofondo” mentre si pensa ad altro.

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L’incredibile storia dell’isola delle rose – di Sydney Sibilia (Italia, 2020)‎

C I N E M A


Articolo di Francesca Marchesini

«C’era una volta un ingegnere bolognese che non riusciva a sottostare alle costrizioni della vita. Un giorno, il nostro eroe, decise che voleva essere libero; chiese in prestito una barca al suo amico, figlio di un costruttore navale, e salpò navigando lontano dalle coste romagnole per fondare un suo mondo senza regole in mezzo al mare.»
Raccontando la trama dell’ultimo film scritto e diretto da Sidney Sibilia, risulta istintivo adottare la formula della fiaba. La storia di un uomo che in nome della libertà e dell’amore decide di costituire una nazione indipendente assume i toni del racconto incantato… e poco importa se la storia narrata sul grande  – o meglio piccolo (la distribuzione del film è un’esclusiva Netflix) – schermo non rispecchia del tutto la realtà dei fatti. Il buon esito di questo quarto lungometraggio del regista salernitano, reduce dalla trilogia Smetto quando voglio, sta proprio nell’essere riuscito a ricordare cosa significa sognare e lottare per i propri desideri.

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Molchat Doma – Monument (Sacred Bones Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Francesca Marchesini

Vivere è duro e scomodo, ma almeno morire è comodo. (Boris Ryžij, 1997)

Se questa primavera vi siete ritrovati a scorrere l’homepage del social network TikTok (esatto, mi riferisco all’app utilizzata soprattutto dai giovanissimi per filmare brevi coreografie e performance canore in lipsync) è facile che vi siate imbattuti in questa citazione del poeta russo Boris Ryžij (1974-2001). La frase appartiene ad una poesia che il trio bielorusso Molchat Doma ha adottato nel 2018 come testo per la canzone судно/Sudno; il brano è subito diventato un trend globale e, infrangendo una “cortina di ferro” musicale, ha permesso di scoprire quel ricchissimo mondo di band post-sovietiche a cui il trio sopraccitato appartiene.

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