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Arianna Mancini

C.Gibbs – Tales from the Terramar (Eastern Spurs Recordings, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Arianna Mancini

“Racconti dal Terramar/ Svegliato con i corvi che si nutrono dal palmo della mano nella mia veranda/ Indosso il mio abito nero e navigo lungo la punta delle dita di Dio”. È l’incipit della title track che apre il nuovo album di Christian Gibbs, aka C.Gibbs, per questa sua nuova pubblicazione. Sin dalle prime righe di testo si ha già il sentore di aver a che fare con del materiale istrionico dotato di un certo spessore e con un personaggio che non può passare inosservato.
Il nostro “cantastorie” del Terramar nasce a San Diego, al momento di intraprendere una formazione accademica segue un percorso inverso a quello di innumerevoli musicisti europei, che si trasferiscono negli Stati Uniti, e studia musica all’Imperial College di Londra. Versatile polistrumentista e compositore, il suo curriculum musicale lo vede impegnato su più fronti con varie formazioni appartenenti a generi diversi, dagli albori new wave londinesi al suo trasferimento a New York dove fonda ad inizio anni ‘90 il trio post-punk Morning Glories. I primi anni duemila lo vedono come autore e alla guida dei Lucinda Black Bear, band folk rock con venature psichedeliche dal songwriting accurato e dagli arrangiamenti raffinati, che nella formazione include anche un duetto d’archi. Motherwell Johnston, dalle tinte graffianti rock-blues, He Arrived by Helicopter,con spazi sonori più strumentali tesi alla sperimentazione con ampio impiego di synth, e gli album pubblicati a suo nome, sono altre espressioni del suo spirito vulcanico. Si esibisce anche come musicista di sessione collaborando, fra i tanti, con la realtà dell’industrial rock d’avanguardia di Foetus e in tour con  Dave Vanian and the Phantom Chords. Inoltre, dopo il suo battesimo nel mondo delle major con Atlantic Records, fonda la sua casa discografica, la Eastern Spurs Recordings, che tutt’ora dirige.

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Low – Hey What (Sub Pop Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Arianna Mancini

Un’immagine minimale che richiama modelli d’interferenza, si presenta così la copertina del tredicesimo lavoro dei Low uscito lo scorso 10 settembre per Sub Pop Records. L’artwork, opera di Peter Liversidge, artista multidisciplinare britannico, funge da anticipazione ed autentica visione sonora dei dieci brani che compongono l’album, inni che scorrono su tappeti elettronici susseguendosi nella costante matrice di riverberi e distorsioni in cui echi e ritornelli si ripetono in loop come dei mantra.
In questo loro terzo disco prodotto da BJ Burton, Alan Sparhawk e Mimi Parker, un lavoro in duo senza il bassista Steve Garrington, proseguono e danno compimento definitivo a quella metamorfosi già evidente in Double Negative del 2018. Il cambiamento si condensa acquisendo un cromatismo più netto e senza compromessi, volti ad ottenere il plauso dei fan e della critica, com’è sempre stato nel loro stile. Siamo ormai lontani anni luce dalle melodie tenui e crepuscolari di I Could Live in Hope (1994), ma Alan e Mimi hanno sempre guardato avanti, trasformando e reinventando il loro approccio al sound e restando fuori dalle tendenze maggiormente in voga del periodo.

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Nosound @ 2Days Prog+1 Festival, Revislate (No) – 5 settembre 2021

L I V E – R E P O R T


Articolo di Arianna Mancini

Some Warmth into this Chill, un po’ di calore in questo freddo, per dirla con le parole dell’omonimo brano dei Nosound. Il freddo che ha bloccato un po’ tutti negli ultimi due anni, in maniera particolare gli artisti, i musicisti e tutto ciò che gravita intorno a questo fatato e taumaturgico mondo. Assenza di eventi live è assenza di vita, di energia e di vibrazioni che smuovono l’anima. Il calore è finalmente tornato a sciogliere il gelo con gli eventi live e con i festival, così le “mancanze” degli appassionati sono state prontamente colmate, come nel caso del 2Days Prog+1 Festival giunto alla sua tredicesima edizione. L’evento, considerato il festival italiano più importante a livello internazionale, che usualmente si tiene nella Piazzetta della Musica di Veruno, in provincia di Novara, quest’anno ha avuto un cambio di location ed è stato ospitato nel campo sportivo della vicina Revislate. Tre giorni, ricchi di contaminazioni fra passato e presente, in cui si sono alternate sul palco dodici band, sia gruppi che hanno scritto la storia del progressive rock italiano che progetti considerati di nicchia in Italia, anche se più noti all’estero come nel caso dei Nosound.

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Giancarlo Erra – La magia è la combinazione che avviene quando un artista fa qualcosa che arriva a qualcun altro.

I N T E R V I S T A


Articolo di Arianna Mancini

Departure Tapes è la seconda opera solista di Giancarlo Erra, polistrumentista, produttore, artista visivo e fondatore della band capitolina Nosound. I “Nastri” si snodano in un percorso onirico, sei brani strumentali intessuti di una disarmante intensità tale da solcare l’anima, anche quella più vitrea, e confermano la duttilità di Erra nell’esplorazione, sondando i sentieri del suono.
L’album riflette un periodo oscuro e complicato dell’artista che ora vive nel Norfolk. Un viaggio iniziatico e di riconciliazione attraverso i suoi spostamenti fra il Regno Unito e l’Italia, dopo aver appreso della malattia terminale del padre, con cui aveva perso la quotidianità ed i rapporti da quando era un adolescente. La malattia è stata un nuovo punto d’incontro e di riavvicinamento per entrambi, quasi ormai sconosciuti l’uno all’altro; per portare bagliori di luce sulle macerie del passato. Abbiamo avuto l’immenso piacere di incontrarlo virtualmente e di parlare con lui, ripercorrendo come in un insieme di scatti su pellicola, momenti di vita, di creazione e di progetti futuri.

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Alessandro Cortini – Scuro Chiaro (Mute Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Arianna Mancini

La storia di Alessandro Cortini potrebbe essere descritta come la fiaba di un “cervello in fuga” baciata dal giusto tocco di serendipità, e quando si hanno audacia, dinamismo e un’indole nerd come stelle guida ed il campo d’azione è la musica, ne nascono quasi sempre risultati non convenzionali e non prevedibili.
Classe 1976 bolognese di nascita, cresciuto a Forlì da giovane ventenne lascia il Bel Paese alla volta degli U.S.A. per studiare chitarra al Musicians Institute di Los Angeles, finiti gli studi si dedica all’insegnamento e all’esplorazione del mondo dei synth e tastiere che con il tempo diventeranno il suo campo di creazione e sperimentazione. Come prima esperienza suona con i Mayfield Four di Myles Kennedy, futuro leader e fondatore degli Alter Bridge, successivamente fonda il gruppo Modwheellmood ma la svolta arriva come spesso accade, per caso. Anno 2005, un volantino appeso al Musicians Institute annuncia che “un certo” Trent Reznor sta cercando un chitarrista e tastierista per l’imminente tour di With Teeth. L’occasione è data, l’opportunità colta e all’audizione segue il suo ingresso nei Nine Inch Nail (qui da non dimenticare il recente fiore all’occhiello in piena pandemia quando nel 2020 è stato il primo musicista italiano ad essere introdotto nella Rock and Roll Hall of Fame in quanto membro della band). Alla collaborazione con i NIИ,affianca quella con i How To Destroy Angels, altro progetto parallelo dell’irrequieto perfezionista Trent creato con la moglie Mariqueen Maandig e Atticus Ross. Si apre poi un nuovo percorso in cui si dedica ai propri progetti solisti e varie collaborazioni, anche se non abbandonerà mai i Nails definitivamente e tornerà con loro nella line-up di Hesitation Marks nel 2013. Fra le altre collaborazioni si annoverano quella con i Puscifer, i Ladytron, Jovanotti, M83, Muse e Daniel Avery. Estende il campo d’azione alla creazione e mixaggio di colonne sonore per videogiochi e film indipendenti. Pubblica svariati album solisti con diversi moniker: SONOIO, Blindoldfreak, Skarn e Slumberman fino alle sue ultime uscite in cui appare con il suo nome di battesimo. Da Los Angeles vira a Berlino, capitale europea della musica elettronica, qui entra in contatto con Daniel Miller della Mute Records, con cui pubblica Volume Massimo nel 2019 e SCURO CHIARO uscito lo scorso 11 giugno, il tutto mentre prende la volta del Portogallo per trasferirsi vicino Lisbona.    

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Marianne Faithfull with Warren Ellis – She Walks In Beauty (BMG / Warner, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Arianna Mancini

Quando penso alla vita di Marianne Faithfull e al suo nuovo album, She Walks in Beauty, riaffiora alla mia mente la celebre frase di Oscar Wilde: “Rimpiangere le proprie esperienze significa arrestare il proprio sviluppo. Rimpiangere le proprie esperienze significa porre una menzogna sulle labbra della propria vita. È quasi come negare l’esistenza dell’anima.”
Marianne, dal podio dei suoi 74 anni, guardandosi indietro avrà oggi ben poche ombre di rimpianto su cui soffermarsi. La poliedrica artista britannica può vantare una vita intensa, stravagante e singolare, che le conferisce lo status di Signora del Rock, abito che le calza su misura e nella forma più autentica possibile. Baciata dall’incontro con la musica, a soli diciotto anni debutta con As Tears Go By firmata da Mick Jagger e Keith Richards. Qui si apre la sliding door della sua vita che la porterà ad abbandonare gli studi di poesia presso la St. Joseph’s Convent School di Reading, per abbracciare il mondo della musica e del cinema. Fra le sue esperienze cinematografiche degli esordi sono da ricordare Una Storia Americana (Made in USA) di Jean-Luc Godard, Nuda Sotto la Pelle (La Motocyclette) di Jack Cardiff, Hamlet di Tony Richardson e Lucifer Rising di Kenneth Anger. Dopo la rottura con Jagger il fulmineo successo che l’aveva resa l’icona della Swinging London si trasforma in un baratro infernale a cui seguono anni di depressione, abuso di droghe e vita sregolata senza fissa dimora. Anni di silenzio e poi… Broken English, uscito nel 1979, sancisce il suo definitivo riscatto. Da quel momento pubblica altri sedici album studio, la sua biografia Faithfull nel 1994, ritorna al cinema e collabora con vari artisti come Roger Waters, Metallica, P.J. Harvey, Nick Cave, Mark Lanegan e Anna Calvi.

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A River Crossing – Forsaken (Antigony Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Arianna Mancini

Ci troviamo in Svizzera, Lucerna. È da qui che nel 2008 il progetto musicale A River Crossing muove i suoi primi passi, fondato da Jonas Nissen, tutt’ora chitarrista della band e Michael Portmann attuale cantante dei Cold Reading, band indie punk di Lucerna. Saranno necessari un po’ di anni e vari cambi di formazione per arrivare ai nostri giorni. Oggi A.R.C. sono Felix Baumann (voce e chitarra), Jonas Nissen (chitarra), Livio Meister (basso) e René Scherer (batteria). La band ha trovato il suo equilibrio ed è così che definisce il proprio sound: “Atmosfere fluttuanti, melodie orecchiabili, ritmi complicati e riff avvincenti”. Il loro mondo si snoda su una solida base post rock tinta da articolate contaminazioni post punk, shoegaze e rock. Il viaggio non è mai adrenalinico o aggressivo anche se non mancano a tratti passaggi robusti e consistenti, ma è sempre avvolto da una passionale ed energica malinconia, qualcosa che scava nel profondo. Non è fuoco che arde, incendio, ma acqua che scorre e luna.
Forsaken, secondo album studio della band, è uscito il 26 marzo per Antigony Records a quattro anni di distanza da Sediment (viaggio certosino incastonato da sette pezzi di mosaico in cui perdersi). È stato registrato presso i Soma Studios di Zofingen da Dave Hofmann e Reto Burrell con mix e mastering a cura di Mike Watts dei VuDu Studios di New York. In occasione della presentazione la band scrive “…Forsaken descrive la vita da un punto di vista incerto. Un frammento sui pensieri di umani abbandonati, ma anche su immaginazioni cariche di speranza. Le canzoni sono storie singole, intessute in una rete che illumina la vita da diverse angolazioni. L’essenza è la realizzazione di non perdere l’attenzione sull’essenziale: La vita stessa…”. 

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Arab Strap – As Days Get Dark (Rock Action, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Arianna Mancini

Senza animosità, senza drammi, sentiamo semplicemente di aver fatto il nostro corso…”. Era il 9 ottobre del 2006 e gli Arab Strap annunciavano così la fine del loro sodalizio artistico. Un monito che suonava come un verdetto ineluttabile. Aidan Moffat e Malcolm Middleton salutavano la scena musicale indipendente europea, la schiera di fan ed il loro sound avvolgente e dalla cupezza ipnotica.
La loro storia inizia a Falkirk a metà anni Novanta. Aidan Moffat (voce) ed il polistrumentista Malcolm Middleton (chitarra, basso, sax, piano e drum machine) muovono i primi passi del loro progetto in un’atmosfera intima con materiale registrato in casa. La svolta arriva con l’etichetta indipendente Chemikal Underground che nel 1996 pubblica il loro primo album studio The Week Never Starts Round Here. Si sono fatti conoscere con il singolo The First Big Weekend, pezzo considerato dalla band stessa come brano minore dell’album. Da allora hanno iniziato a cavalcare i palchi e a farsi conoscere nell’ambiente di nicchia ed alternativo, che sforna sempre sciccherie impreviste, condividendo le stesse realtà dei conterranei e amici Mogwai, a tratti vicini anche in alcuni passaggi sonori. Da lì altri cinque album studio ed il commiato nel 2005 con The Last Romance. Ad immortalare definitivamente ed in maniera epigrafica il loro scioglimento nel 2006 esce Ten Years of Tears una raccolta di singoli, b-side e brani inediti. Metafora a metà fra un testamento ed una lettera d’addio.

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Steven Wilson – The Future Bites (Caroline International/Universal, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Arianna Mancini

Narcisismo, social network, shopping compulsivo, ego, consumismo, tecnologia sono le parole chiave di The Future Bites, sesto album solista del polistrumentista britannico Steven Wilson uscito lo scorso 29 Gennaio.
Chi conosce il percorso creativo di Steven può restarne destabilizzato o incantato. Questa sua nuova incarnazione lo vede spogliarsi totalmente dagli abiti natii sonori prog per vestire un sound più pop elettronico. È però inconfutabile che, per chi ha avuto modo di seguirlo, eclettismo, versatilità e metamorfosi siano i tratti distintivi del suo DNA in continua mutazione e ricerca. Membro e fondatore dei Porcupine Tree, gruppo rock-progressive nato inizialmente come one-man band sul finire degli anni Ottanta e attivo fino al 2010 con 10 “signori” album studio, ha preso anche parte in diversi side-project come i No-Man, i Blackfield, gli Storm Corrosion, i Bass Communion, gli I.E.M. in cui ha fluttuato fra krautrock sperimentale, art rock, psychedelic folk, drone-ambient, e dream pop. Come se non bastasse ha parallelamente eseguito la rimasterizzazione di pietre miliari dei King Crimson, Jethro Tull e Yes, iniziando nel 2008 la sua carriera da solista che ci conduce oggi a The Future Bites.

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