R E C E N S I O N E
Recensione di Monica Gullini
Quando nel 2009 Paolo Benvegnú diede alle stampe 500, il ritornello del brano che dava il titolo all’Ep recitava così: «la madre inventa / suo figlio costruisce femmine di carri armati». Quindici anni più tardi, il collettivo racchiuso nel nome dell’artista gardesano commenta È inutile parlare d’amore, nuovo album in uscita il 12 gennaio per Woodworm Music: «C’è una strana Dispersione, tra il modello della Società tecnologica e funzionale e l’intreccio delle mani di due amanti. Come la discrepanza tra un mondo patriarcale ed una visione delle cose legata al femminile. Questo è un disco che privilegia la Creazione. E non lo sfruttamento e l’ammaestramento della Creatura. Perché per Creare, bisogna sporgersi nell’Irrazionale, e l’Irrazionale è solo di chi Crea naturalmente. Perciò questo è un racconto al femminile».

Fedeli alla linea, in un certo senso, perché se nel passato il primo riferimento era un legame di sangue che cerca di sovvertire l’ordine delle cose, ora sempre di vincoli, fisici e mentali che siano, si parla. E se ci guardiamo intorno, nulla è cambiato: quel figlio è sempre pronto a destrutturare tutto ciò che la madre ha generato con la forza delle sue viscere, nel tentativo estremo di dimostrare che anche lui può dare alla luce e guarire. Anche a costo di eliminare chiunque si frapponga nel mezzo. Costruire per distruggere, diceva altrove sempre Benvegnú; qualcun altro si cimentava addirittura in lunghissime rincorse. Qui, per fortuna, è diverso. Trapela una flebile speranza, anche se, ascoltando Tecnica e simbolica, non sembrerebbe. La rabbia domina la prima traccia, in linea col sentimento del tempo, scandito da un infinito ticchettio di bacchette e di tasti. La società moderna è mercificata, ci ricordano basso, chitarre e archi, che nel finale dipingono uno scenario da zattera della Medusa. A differenza del dipinto di Gericault, qui c’è un allegorico cibarsi di carne umana, o meglio, torna prepotente la figura dell’animale che strazia chiunque decida di darsi in pasto al presente vendendo il proprio talento (attenzione, non ci sono sciamani a cui chiedere aiuto, quelli sono rimasti alla fine del mondo perennemente al buio de Il nemico) : “È come dar da mangiare ai cani / e dai cani farsi mangiare / tu dimmi come sfamare i tuoi cani / dai tuoi cani farmi sbranare”. Con quale artifizio machiavellico riusciamo a offrirci agli sguardi esterni in un all in peccaminoso e al tempo stesso affascinante? Grazie alla tecnologia e a tutti gli strumenti social. Senza di essi, sostiene il collettivo, l’intera esistenza non avrebbe senso e la tragedia sarebbe dietro l’angolo, come i genitori che perdono l’unico figlio e qualsiasi prospettiva di futuro, perché non saprebbero più dove guardare. Il naufragio, dunque, è la diretta conseguenza del lasciarsi cannibalizzare dagli occhi indiscreti e cibernetici degli altri. La soluzione a tutto questo, in un crescendo maestoso di archi, è tramandare “l’infinito a memoria / come il sonno dei vinti”, alla maniera di Bradbury e del suo Fahrenheit 451, e osservare le stelle. Le stesse che Francesco D’Assisi, qualche disco più in là, studiava col sestante (Feed the destruction, Earth Hotel), o che le navi senza vento imploravano per tornare a navigare (Avanzate, ascoltate, Hermann.).
Di nuovo atmosfere acquatiche nel brano che segue, L’oceano, dove Paolo duetta con Dario Brunori dell’omonima Sas. Tazio Aprile tesse meravigliosi tappeti di piano per descrivere una avventura che niente altro è che l’amore. Sentirsi vivi costa, recitava un vecchio adagio. Ed abitare una terra non emersa è quanto di più bello si possa immaginare, perché le onde lavano via dalle mani quel macbethiano “rosso sangue che si trasforma in rosa”. Tutto questo è possibile solo con l’intervento femminile, il solo in grado di riportare tutto sulla retta via e di ridisegnare l’incanto di ogni cosa; il miracolo della creazione è nella costruzione. Il tema del mare è uno dei più cari della poetica del collettivo, così come il firmamento che delinea la rotta, e ritorna nuovamente in Pescatori di perle. C’è una predilezione assoluta, nei primi tre pezzi dell’album, per gli incipit di pianoforte. Esiste una grazia assoluta, sopraffina, impalpabile nell’intro che Tazio distende e che si posa sulla voce di Benvegnú, meravigliosa nel suo elevarsi al cielo nel ritornello. E non potrebbe essere diversamente, si parla della vita e l’esistenza è una continua scoperta. Dobbiamo riabbracciare lo stupore che è negli occhi dei bambini, svegliarci dal torpore e “continuare ad imparare a lacrimare da un occhio solo”. È un brano immenso nella sua delicatezza, che abbraccia una Visione infinita e sottolinea un altro dei temi più cari a Benvegnú e ai suoi sodali: la forza dell’immaginazione. Se provate a distogliere un attimo gli occhi dalle brutture del quotidiano e a chiuderli vi sembrerà di vederli, quei pescatori di perle che riemergono dall’apnea e con la potenza dei sogni arrivano a toccare le stelle. E dal cielo si scende nuovamente alla terra dalla quale, in fondo, nessuno mai si slegherebbe, tantomeno Marlene Dietrich, diva del cinema anni Venti e orgogliosa quarta traccia del disco. Dalle sonorità simili a quelle di Italia pornografica, il brano possiede un ritmo coinvolgente e apre a scenari onirici e realistici al tempo stesso. Il collettivo auspica una rivoluzione tutta al femminile, perché l’ordine può essere sovvertito soltanto da chi la natura ha designato a creare, in quanto ha dentro il seme puro della conoscenza (“Venere che guarda il cielo / divinando il cielo / interrogandosi / sei Giovanna D’Arco”: due figure importantissime dell’antichità, la dea della bellezza e la famosa eroina francese riunite in una unica figura, emblema di saggezza, virtù e forza). E la scelta di Marlene Dietrich non è affatto casuale: è l’attrice che più di tutte, tra quelle della sua generazione, ha investito su se stessa per emergere nel mondo, lottando con le unghie e con i denti in un universo in cui l’uomo la fa ancora da padrone. Nemmeno un grande divo del cinema muto, di fronte a un esercito di donne così agguerrite, può avere la meglio: “come Rodolfo Valentino non ho più parole / non ti so aiutare, mi si spezza il cuore”, chiosa Benvegnú appena Tazio smette di salire e scendere i tasti del paradiso, interrotto da piccoli colpi di rullante e accompagnato da un Berioli in magnifico stato di grazia alla chitarra. L’augurio è che si possa rifiorire come Marlene Dietrich, riappropriatasi di ogni suo angolo di cielo col coraggio di chi solo sa reinventarsi.

Il nostro amore indifferente richiama molto, come struttura e andamento, La nostra vita innocente, brano contenuto nell’album Dell’odio dell’innocenza, sebbene sia un pezzo pop che sfocia nell’immaginario più vivido e reale. Il qui e ora è diventato insostenibile, l’unico rifugio da una realtà deludente e lontana dai propri sogni è, senza ombra di dubbio, il nostro emisfero interiore. Gli occhi non mentono, ci ricordano lo splendido basso di Roccia che insieme alla chitarra di Berioli conferiscono al pezzo una grazia e una delicatezza senza pari. E così si passa dall’innocenza dei bambini spesso distrutta dalle azioni degli adulti (“vorrei bere dalle tue mani / come fanno i bambini / ma è tornata la notte / io ti vengo a cercare come fanno gli assassini) alla fiabesca ricerca dell’amore, incastonato in una cornice da paesaggio lacustre, distante anni luce dalla realtà (“allora ti cercherò nei tramonti di aprile / io ti parlerò quando non c’è più niente da dire / liberi nello spazio e nel tempo / nell’inverno infinito l’invincibile estate”). Altro duetto illustre in 27-12: l’ospite è Neri Marcorè, affascinato dalla canzone già presente nell’Ep Solo fiori e desideroso di apportare il suo contributo a un pezzo dai cenni biblici. Ammetto che avrei preferito una voce meno imponente accanto a quella di Benvegnú, essendo 27-12 un brano dal messaggio molto importante. Si invita infatti l’ascoltatore a sporgersi verso la luce, valicando ogni sorta di possibile e approdando finalmente a ciò che gli occhi riterrebbero irrealizzabile, perché la natura e la bellezza di ciò che ci circonda meritano una evoluzione dello sguardo e un necessario salto non nel vuoto, ma nella fede più estrema. In Our Song le sonorità virano verso la new wave, e dall’impossibile della traccia precedente ci troviamo rapiti dall’invisibile e dall’indescrivibile (“ti prego spegni la luce / con la bocca, con le mani / naufraghiamo nel sonno / non esiste domani”); Canzoni brutte, primo singolo estratto, è registrato dall’ensemble Benvegnú in automobili, sgabuzzini, biblioteche e garages, “cercando il polso esatto del contrario alla Bellezza”. È un pop volutamente radiofonico che parodizza il capitalismo e ciò che ci impartisce di comprare e soprattutto ascoltare, fatto di rime immediate e accattivanti che racchiude in tutto e per tutto la frenesia e la falsità dei tempi moderni.
In corrispondenza della nona traccia, le atmosfere cambiano. Diventano quasi più feroci, abbandonano quel pop sognante in favore di venature più rock e liriche che poco spazio lasciano all’immaginazione, forza trainante dell’opera. È quasi un marchio di fabbrica la crasi nei lavori di Benvegnú e soci, e solitamente avviene verso la metà; qui invece la troviamo all’altezza di In der nicht sein, capolavoro dai connotati cinematografici che si ricollega prepotentemente a Tecnica e simbolica non solo per i temi trattati (il sopravvento della tecnologia, l’assoluta necessità di esporsi a occhi cibernetici per sentirsi vivi) ma anche per l’urgenza di doverli urlare ai quattro venti. Benvegnú fa tesoro delle dottrine del filosofo Heidegger e ci impartisce una lezione indimenticabile: l’essere umano è in relazione con l’ambiente esterno (In der Welt sein). Poco importa se tutto intorno siamo circondati da telefoni, computer e intelligenze artificiali che sviliscono in continuazione la nostra presenza sulla terra (“tutto è da inseguire da rincorrere / per sostituirsi a Dio e al denaro”). Benvegnú dice basta a questo e a qualsiasi aberrazione che non comprende il libero pensiero (“le voci nelle strade mi disturbano / dispiace non voglio sentirvi, resto immobile / una macchina senza movimento”), perché l’uomo non è affatto nel nulla da lui creato (In der nicht sein). Meravigliosa e quasi beatlesiana è la chitarra di Berioli che disegna cerchi, perfetta la batteria nel suo timing, maestoso è il basso di Luca Roccia Baldini che si insinua e tesse trame importanti già dal secondo ritornello. È una goduria sentirli suonare ed è emozionante sentire Paolo recitare versi e dipingere finestre che richiamano molto quelle inchiodate ai loro cardini di Suggestionabili, in un crescendo incessante di archi e volontà di potenza (“sono mare e strumento / un incontro imperfetto / sono il plenilunio delle penne a sfera / il delirio e il container / l’assoluto e il revolver / la finestra e il cortile / dove brucia l’estate”: essendo questa una collezione di tracce che descrivono varie sceneggiature, non sembra di assistere a un piccolo, fragilissimo film del passato?). L’universo è solo un rumore lontano, se non parla di noi, in balia di astronauti perduti e dimenticati dalle radio.

Una gemma delicata ed eterea è Libero, scritta da Luca Roccia Baldini e ispirata alle sonorità del compianto Nick Drake, perfettamente arrangiata alla maniera di Kirby, i cui protagonisti sono i fiori, eterni custodi dei nostri gesti e dei nostri sentimenti più intimi; L’origine del mondo apre le sue ali nuovamente al rock e sottolinea con forza le suggestioni dettate da Fahrenheit 451. Il brano vortica su se stesso dall’inizio alla fine, con ogni strumento perfettamente al suo posto e mai smanioso di invadere lo spazio dell’altro. Il sangue è la metafora del desiderio più feroce e sfrenato, oltrepassa il rapporto vittima – carnefice fino a generare un universo dotato di vita e luce propria, forte della memoria tramandata a voce, perché i libri non esistono più, e come i vecchi cantori che nell’antica Grecia tramandavano il mito, l’amore rivive di parola in parola, come un fiore santo e blasfemo che non vuole morire (“Io ti scrivo le parole in bocca e dritto nelle vene, dritto nelle vene / Tu mordimi le labbra a sangue mordimi le vene, dritto nelle vene / Io non sono niente se non nelle tue mani / Liberati per sempre, condannati al domani”). Non mancano momenti di giudizio pesante come un macigno, ma sono funzionali alla perdita di identità più volte sottolineata nel disco (“miserabili voi non capite le mie parole di sangue? / Schiavi dei vostri schiavi / voi non sentite le nostre parole di sangue?”). Su sonorità da Piccola pornografia urbana (Earth Hotel docet) conclude l’album Alla disobbedienza, che con i suoi sintetizzatori e le sue chitarre distorte riconduce di nuovo alla traccia iniziale, Tecnica e simbolica, stavolta però sovvertendone messaggio e fascinazioni. Il collettivo mette in atto un potente ribaltone teatrale: si affida alla Visione, unico, potentissimo antidoto contro la realtà, chiedendosi se quello che finora ha vissuto è frutto di immaginazione e illusione (“sei nell’ombra come la rugiada che si forma al buio / l’incoscienza il desiderio fiori stretti nell’acciaio”). Rivive piccoli drammi quotidiani a cui ha saputo porre rimedio soltanto con la forza del ricordo (“guardami negli occhi per mandarmi a memoria / siamo senza soldi, senza scarpe, senza Dio e senza gloria”: sarà lo stesso Dio che non guarda, bestemmia e alle volte non si applica?) e finalmente si interroga sulla scelta da compiere, perché forse l’uomo è così stupido da non accorgersi di essere felice e di avere buone gambe per correre incontro alla propria vita con passione e rinnovata energia, libero da sovrastrutture e consapevole di poter abbracciare la notte o il giorno (“la ragione, come la visione ed ogni sguardo, una rivelazione / Tra possibile e impossibile / Conquistare il tempo per cercare all’infinito il mare”).
L’unica cosa da fare, dunque, è amare senza soluzione, perché è un atto rivoluzionario, antistorico e modernissimo. Bisogna tornare all’istinto, al desiderio, allo stupore e all’immaginazione, elementi preziosi che l’uomo è andato via via perdendo perché bramoso di affidarsi all’apparenza e alla mercificazione di se stesso, e a quei libri senza tramandarli a memoria, in barba a qualsiasi futuro distopico. Ciò che offriamo in pasto agli altri (il nostro corpo, il nostro sguardo) e ciò che invece custodiamo gelosamente dentro e non mostriamo (sogni, paure, speranze, desideri) sono parte di una perfetta ma sbilanciata dicotomia. Al mercato interessa solo ciò che è visibile, in quanto si può monetizzare; tutto il resto non è fatturabile e quindi può essere buttato via.
L’amore non si vede ed è solo materia prediletta di artisti e poeti, ergo non ci offre da vivere e perciò è inutile. Dal canto suo, però, possiede quegli elementi magici ed evocativi che non ci incatenano a misere convenzioni e che ci elevano e fortificano in silenzio e al di sopra di ogni etica e morale condivisa.
E sull’improvvisazione di un violoncello notturno che disarma e commuove (per primo lo stesso Benvegnú, al punto da gridare “Buona la prima!”), il collettivo guidato dall’artista milanese e composto da Luca Roccia Baldini al basso, Gabriele Berioli alle chitarre, Daniele Berioli alla batteria, Saverio Zacchei ai fiati e Tazio Aprile al pianoforte e hammond ci invita una volta per tutte a compiere la scelta più coraggiosa: ribellarci.
Nel mio piccolo, se posso permettermi, vi suggerisco anch’io un modo per sovvertire l’ordine. Non me ne vogliano Paolo e soci, l’amore che nutro nei loro confronti è infinito, ma provate ad ascoltare l’album partendo dalla prima traccia per poi proseguire con la nona e l’ultima, una volta soltanto.
Aggiungerete meraviglia a un disco potente come un lungometraggio d’altri tempi.
Tracklist:
01. Tecnica e simbolica
02. L’oceano (feat. Brunori Sas)
03. Pescatori di perle
04. Marlene Dietrich
05. Il nostro amore indifferente
06. 27-12 (feat. Neri Marcorè)
07. Our love song
08. Canzoni brutte
09. In der nicht sein
10. Libero
11. L’origine del mondo
12. Alla disobbedienza
Foto © Mauro Talamonti




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