R E C E N S I O N E
Recensione di Arianna Mancini
La luna, immortale regina notturna che con i suoi cicli e la sua millenaria presenza ispira poeti, cantautori, pittori. Lei, saggia dispensatrice di influenze per semine, raccolti, rituali, maree e umori, non poteva esimersi dal toccare la parte geniale e creativa di Peter Gabriel per la pubblicazione di i/o, il suo nuovo album d’inediti. Un’apparizione (sì questo è il termine giusto, vista la rarità e la connotazione epifanica dell’evento) centellinata goccia a goccia a partire da gennaio 2023. Da allora Peter, ad ogni plenilunio, ha pubblicato un singolo dell’album e ad ogni luna nuova il relativo mix alternativo. Due vesti sonore per ogni brano: il Bright-Side Mix (curato da Mark “Spike” Stent) ed il Dark-Side Mix (per opera di Tchad Blake). A questi si aggiunge una terza versione, In-Side Mix, in Dolby Atmos realizzata da Hans-Martin Buff, che però non ha seguito il flusso delle pubblicazioni lunari. Un approccio visionario e che profuma di rivoluzione, così spiegato da Peter: «Abbiamo due dei più grandi mixatori al mondo, Tchad e Spike, che danno un carattere diverso alle canzoni. Tchad è uno scultore che costruisce un viaggio con il suono e il sentimento, mentre Spike ama il suono e l’assemblaggio di queste immagini, quindi è più un pittore. […] Hans-Martin Buff poi ha fatto un lavoro meraviglioso generando questi mix molto più tridimensionali». Un ritorno in grande stile, fra sperimentazione, mistero e teatralità tipiche del suo temperamento istrionico.

A coronare e rendere ancora più speciale questo rituale mensile c’è stato il suo ritorno dal vivo, con un suo spettacolo completo. Dopo quasi dieci anni da Back To Front Tour del 2014, Peter è tornato a far dono di sé alla sua folta schiera di “lunatici” in un tour che ha toccato Europa, Regno Unito e Nord America. Partenza inaugurata il 18 maggio alla Tauron Arena di Cracovia, con due successive date anche sullo “Stivale”: all’Arena di Verona e al Mediolanum Forum di Milano. Il 20 maggio io ero lì, in un giorno di pioggerella britannica, accolta nel suggestivo ventre dell’Arena, gremita di anime con impermeabili colorati in brulicante attesa del suo ritorno. Non è questo il momento appropriato per stilare un live report ma un lieve accenno va concesso, per dovere morale. È stato uno spettacolo corale, raffinato, curato, coinvolgente; lui immenso, intenso, impeccabile. Qualche disguido tecnico, ma alquanto trascurabile vista la maestosità e la resa totale dell’evento. La sua voce intatta, corposa senza un minimo screzio dovuto al passare del tempo. Tre ore sentite in ogni singolo battito, ed è lì, su quel palco perfetto con un ensemble di musicisti baciati dal talento, con visual insoliti e coreografie geniali, che sono stati presentati buona parte dei brani del nuovo album.
Una maniera insolita per promuovere l’uscita di un lavoro d’inediti, diffondere tutte le nuove canzoni e presentarle dal vivo prima della pubblicazione ufficiale dell’album, di cui fino a poco fa non si sapeva nemmeno il giorno esatto. La notizia è giunta proprio a ridosso della data x, che sarà il primo di dicembre, pochi giorni dopo il plenilunio di novembre. Escludendo le colonne sonore ed i progetti paralleli, i/o è il suo decimo album in studio, l’ottavo con del materiale originale da Up (2002). Scratch My Back (2010) e New Blood (2011) lo avevano visto rispettivamente coinvolto nella rivisitazione di alcune cover e di brani iconici della propria carriera con l’accompagnamento di un’orchestra.
2002-2023: una lunga gestazione, anche se lo stesso Gabriel afferma che alcuni brani avevano già preso forma a metà anni ‘90. Il materiale è stato poi rivisto e rielaborato con aggiunte fino ad assumere la sua veste attuale. i/o, che inizialmente doveva essere uno dei possibili titoli di Up, come potenziale titolo di un suo album è noto già da tempo all’interno dei circoli dei fan. Un monosillabo come So (1986), Us (1992), Up (2002). I titoli se letti in sequenza, secondo l’anno di pubblicazione, si fanno portavoce di speranza e di consapevolezza al risveglio: “Quindi destiamoci!”. Una delle tante tematiche care al nostro Gabriel, che torna costantemente nei suoi lavori, ma di questo ne parleremo più avanti. Cosa significa questo titolo sibillino? Lasciamo che sia Peter a spiegarcelo: «i/o significa input/output. Lo vedi sul retro di molte apparecchiature elettriche e ha semplicemente innescato alcune idee sulle cose che inseriamo e tiriamo fuori da noi stessi, in modi fisici e non fisici. Questo è stato il punto di partenza di questa idea e poi c’è il tentativo di parlare dell’interconnessione di tutto. Invecchiando forse non divento più intelligente, ma ho imparato alcune cose, e per me ha molto senso il fatto che non siamo queste isole indipendenti che pensiamo di essere, ma siamo parte del tutto. Se riusciamo a vederci come individui meglio connessi, ancora confusi, ma come parte di un tutto, allora forse c’è qualcosa da imparare». Restando in tema di astri, si può aggiungere che Io è anche una luna di Giove, che prese il suo nome dall’omonimo personaggio mitologico Io, sacerdotessa di Era.
Non sono qui per fare promozione o marketing, ma per gli amanti del supporto fisico, ogni “patologia” del feticcio avrà modo di trovare piena soddisfazione. Le edizioni fisiche dell’album includeranno sia il Bright-Side Mix che il Dark-Side Mix in varie forme: un’edizione da due CD con un mix su ciascun disco, un’edizione da due CD più blu-ray che aggiunge l’In -Side Mix, due edizioni in vinile separate, ognuna con un mix diverso su due LP. Poi, nel 2024 uscirà anche un’edizione deluxe che conterrà i due CD, i quattro dischi in vinile, il blu-ray, con l’aggiunta di un libro, stampe artistiche ed un poster.
Come un cordone ombelicale impossibile da recidere, si ripresenta il forte legame con le arti visive. Ogni brano dell’album è rappresentato da un’opera, le forme d’espressione spaziano fra: pittura, fotografia, scultura e plastilina. I dodici artisti chiamati a raccolta rappresentano un folto gruppo eterogeneo e sono: David Spriggs, Tim Shaw, Annette Messager, Olafur Eliasson, Cornelia Parker, Ai Weiwei, Henry Hudson, Barthélémy Toguo, Antony Micallef, David Moreno, Megan Rooney, e Nick Cave (scommetto che siete tutti sobbalzati dalla sedia, eh! Non si tratta di King Ink ma di uno scultore americano). L’artwork è stata invece affidata al fotografo Nadav Kender, uno scatto manipolato con un montaggio del volto di Peter circondato dalle sue mani.

Altrettanto prolifica è la schiera di musicisti al suo fianco. Non potevano mancare i suoi fedeli collaboratori: David Rhodes (chitarra), Manu Katché (batteria) e Tony Levin (basso). A loro si affiancano Brian Eno, Richard Russell, il pianista Tom Cawley, i trombettisti Josh Shpak e Paolo Fresu, Linnea Olsson (violoncello), Don E. (tastiere), gli archi della New Blood Orchestra, e lo storico team dei Real World Studios, (capitanato da Richard Chapell, personale ingegnere-consigliere del suono di Peter, spesso accreditato come Dickie Chappell) che oltre a suonare vari strumenti, cura collettivamente la produzione. Nei cori, che incorniciano dando spessore all’opera, troviamo Melanie (la figlia di Peter), Ríoghnach Connolly (The Breath), il Soweto Gospel Choir e il coro svedese maschile Orphei Drängar.
Nei dodici brani (anche se in realtà, dal punto di vista del suono sono trentasei) che compongono l’album affiora Peter in tutte le sue sfumature di musicista, poeta, filantropo, figlio, sostenitore dei diritti umani, intellettuale impegnato socialmente e nelle problematiche ambientali; il Gabriel libero pensatore sulla tecnologia visionaria d’avanguardia. i/o è un confessionale colmo di grazia, empatia e amore per la Vita e tutto ciò che le gravita attorno. Le tematiche toccano elementi eterogenei ma connessi fra di loro, proprio perché, riprendendo una strofa della title-track: «I’m just a part of everything». Si canta di connessione con il mondo circostante, guarigione, giustizia calpestata, tolleranza e perdono, terrorismo e pace, videosorveglianza, intelligenza artificiale, morte, dello scorrere del tempo e della potenza dei ricordi.
6 gennaio 2023, il brano che dà voce alla prima luna piena dell’anno è Panopticom e si palesa visivamente con un’opera di David Spriggs, Red Gravity. È un incipit potente che risuona come un’impellente chiamata al risveglio, sia nell’urgenza lirica del testo che nelle strutture melodiche del brano. Per entrare appieno nelle sue venature guardate il video di Stephen Grzanowski, aka Vnderworld. Questo è un brano sospeso su uno stato d’animo oscuro: la sottomissione umana al mondo dei dati, della tecnologia, dell’informazione senza discernimento su ciò che è vero o che è falso, videosorveglianza; siamo prigionieri della tecnologia che veneriamo: «Vedere attraverso le barriere/ Possiamo vedere attraverso tutte quelle bugie». L’unica soluzione per questo intorpidimento autoindotto è ricercare la verità, mettendo in discussione la realtà percepita. Si prosegue sempre sul filone dell’urgenza e dell’attualità con The Court, rappresentata dall’installazione Lifting the Curse di Tim Shaw. L’immagine è quella di un rogo rituale, perfetto per trasmettere il nocciolo del brano: riguarda l’equilibrio tra la necessità del sistema legale e l’abuso di potere che avviene al suo interno. Anche in questo caso, vi consiglio di guadare il video d’animazione di Junie Lau, con la sua ironica chiusura: «This story is purely fictional». Accanto alla venatura ironica c’è un pensiero per il lavoro svolto da NAMATI, un’organizzazione no profit che si impegna in tutto il mondo per garantire, a chi non ne ha possibilità, l’accesso alla giustizia. Mes voeux (avec nos cheveux) di Annette Messager è il portavoce visivo di Playing for Time, una ballata interiore dai toni riflessivi e colma di saggezza, incorniciata nella bellezza estatica di pianoforte e archi. Il trascorrere del tempo, i ricordi, l’invecchiamento, elementi del ciclo vitale. Una riflessione sull’importanza di fare esperienze avvincenti e significative, per costruire una schiera di ricordi da conservare nel cuore, in modo da rendere unico e speciale il tempo vissuto. Come se fossimo in un flusso emotivo continuo, arriviamo alla title-track che con i suoi picchi di emotività riflessiva ci ricorda che non siamo atomi isolati. L’immagine dedicata, Colour experiment no. 114 di Olafur Eliasson, fa pensare ad un nucleo dai colori lussureggianti. Ci ricorda quella luce che è dentro di noi, dobbiamo permetterle di fuoriuscire per farla vibrare all’unisono con quella degli altri.
Snap di Cornelia Parker fa da controparte visiva a Four Kinds of Horses, cupa, notturna, liquida di elettricità. Il titolo si ispira alla parabola buddista dei quattro tipi di cavalli. Un punto di partenza per sviluppare riflessioni contrapposte su religione/pace e violenza/terrorismo in un dipanarsi sonoro arricchito dagli esperimenti di Richard Russell, dalla trascendenza sintetica di Brian Eno, i celestiali cori di Melanie Gabriel e gli archi, che sempre amplificano lo spessore tragico.
Siamo quasi a metà disco, e sono completamente rapita dalla bellezza, dallo spessore, dall’impatto emotivo, dalla completezza del tutto. È veramente difficile trovare parole adeguate per contenerlo, è qualcosa che si avvicina alla sfera metafisica.
Road to Joy provoca sin dall’inizio un brivido d’energia. Scorre in un ritmo funky, dal groove trascinante. Tutto è battito, ritorno alla vita che pulsa, ai sensi, al mondo. Il brano trae ispirazione da un progetto a cui Gabriel sta lavorando e che si focalizza sul cervello, su come percepiamo le cose, su esperienze di pre-morte e sindrome da lock-in. Road to Joy è la rappresentazione sonora del risveglio da queste condizioni, che vede la sua controparte grafica in Middle Finger in Pink di Ai Weiwei.

La prorompente energia del brano precedente sfuma per confluire nella pacata Too Much, delicata ed intima. Sembra una riflessione notturna fatta proprio sotto la luce ispirante di una luna piena. Pensieri sulla vita, su come questa scorra, sull’importanza del godersi il momento, senza tralasciare la contemplazione del domani. Quel futuro che è graficamente rappresentato in un orizzonte tagliato da una linea gialla: Somewhere Over Mercia di Henry Hudson. Quell’infinito che è anche un limite.
Limiti ce ne sono, ma la Vita vince sempre su tutto come l’amore, e in Olive Tree torna ad essere omaggiata. Il brano, incorniciato da venature di mistero iniziali, si apre poi ad una velocità liquida e ad un’atmosfera celebrativa; è una lode al fatto di essere vivi. Proprio per questo occorre risvegliarsi, «Dare vita ad ogni cellula/ Rendere attive le connessioni», risvegliare in noi la connessione non solo con gli altri esseri umani ma con ogni elemento della Natura. Solo così potrà esserci un ampliamento del potenziale dell’esperienza su questo pianeta. Graficamente il brano si traduce in Chroniques avec la Nature di Barthélémy Toguo.
Il filo tematico dell’empatia non s’interrompe e raggiunge il suo climax con Love Can Heal, visivamente resa con A Small Painting of What I Think Love Looks Like di Antony Micallef. Un brano sospeso su un’atmosfera sognante e tiepide nebbie sonore. Porta come vessillo una profonda verità: la conseguente evoluzione dell’essere connessi a tutte le cose è il sentimento d’amore per tutto, quell’unico salvifico sentimento capace di guarire. E con la prossima traccia si va ancora più a fondo: This Is Home, è una canzone sulle relazioni, una canzone d’amore, l’altro che si fa casa e simbolo di una certezza emotiva. Qui Peter gioca con la voce, scorrendo da toni colloquiali ad ampie altezze cariche di pathos; la casa visiva è rappresentata da Conexión de catedral II di David Moreno, sembra un alveare-nido con due porte.
Un volto trasfigurato su delle macchie di colore, che sembra trasformarsi in una figura astratta, come se stesse perdendo la propria consistenza terrena. È il dipinto And Still (Time) di Megan Rooney. Perfetto per introdurre il penultimo brano dell’album, And Still. Un’elegia di otto minuti dai toni classici e crepuscolari come se riprendesse vita da un tempo lontano, il brano più intimo e personale dell’album. Peter lo dedica a sua madre, al ricordo di lei, che si fa nicchia di protezione, e che nella memoria si tinge di eternità.
Luna piena di novembre, ultimo brano dell’album: Live and Let Live. È molto di più di un canto di libertà e rispetto sul vivi e lascia vivere. Questo pezzo è un potente salmo laico sull’amore, sulla tolleranza e sul perdono, che passa attraverso potenti esempi di vita reale come quello di Nelson Mandela. Questa è storia che insegna e si fa esempio supremo di quella ferita, che può cicatrizzarsi e guarire soltanto se siamo disposti a liberarcene attraverso il perdono, sentendo l’umanità dell’altro. Visivamente il brano è raffigurato da Soundsuit dell’artista americano Nick Cave. È una scultura in tessuto che può essere indossata. Un’armatura che copre tutto il corpo, potente metafora sulla tolleranza che ha suo pieno compimento solo quando siamo pronti a liberarci dalle nostre idee preconcette sull’altro, razza, ceto e sesso a cui appartiene. Una conclusione colma di speranza, che sia di buon auspicio per tutti, in tutto il mondo: poter coltivare e veder sorgere nuovi “arcobaleni”.
«La musica può essere come una scatola di pillole per l’umore che possiamo usare per curare noi stessi». [Peter Gabriel]. Cerchiamo di tenere sempre un cofanetto di i/o a portata di mano, è curativo, “Quindi destiamoci!”. Caro Peter, tu sei un ricercatore di verità, il tuo percorso artistico volto al superamento dei confini ti porta inevitabilmente a creare orizzonti ignoti e nuovi standard qualitativi. Grazie per aver condiviso con noi la tua visione in questo grande ritorno.
Tracklist:
01. Panopticom
02. The Court
03. Playing for Time
04. i/o
05. Four Kinds of Horses
06. Road to Joy
07. So Much
08. Olive Tree
09. Love Can Heal
10. This Is Home
11. And Still
12. Live and Let Live
Photo © Nadav Kander






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