I N T E R V I S T A

Intervista di E. Joshin Galani

In questo inizio 2024, apriamo, slacciamo il fiocco dorato di questo bellissimo dono da parte del Collettivo Paolo Benvegnù: È inutile parlare d’amore è il nuovo album in uscita il 12 gennaio ed in forma fisica cd e vinile il 19 Gennaio per Woodworm Label. Dodici brani in cui ho toccato la magia, percepito cellule felici. Non si tratta di favole, ma della realtà che prende il volo, la sua possibilità di elevarsi. Alzare lo sguardo in alto e percepire tutto lo spazio che possiamo occupare, senza limiti, vestirsi di una forma silenziosa, esplorare, vedere, contemplare. L’animo umano reclama magia, coi sensi aperti alla meraviglia. Paolo Benvegnù trasforma il suo radicamento verso l’immaginifico. La componente terra che lo anima – il suo senso del pensiero, l’arguzia, l’accoglienza ed il radicamento – fanno da centro stabile e manifestano completamente la caratteristica arcaica dell’elemento terra di “celeste fruttifera”. Ci accompagna in un viaggio dove riconosce lucidamente la realtà ma non ci si attacca, l’esplora con dovizia di particolari: riflessioni, emozioni, sensazioni, ma senza seduzioni, sondando spazi infiniti e accoglienti per l’anima.
Ho incontrato il fantastico mondo di Paolo Benvegnù a Milano, per parlare dopo quattro EP, un album dal vivo, otto in studio, di questo nuovo nono lavoro. Sempre bello e interessante discorrere con Paolo, per l’incredibile disponibilità, cultura e la sua naturale estensione dalla riflessione alla comicità, buona lettura.

Hai titolato il tuo ultimo lavoro “È inutile parlare d’amore”, eppure sembra che tu non riesca a non raccontarlo in tutte le sue declinazioni!
Sì, perché esiste soltanto questo! Prova a pensare: qual è la relazione più importante che ha un infante alla nascita? La prima relazione è con la madre indissolubilmente. Questa è una cosa di cui parlava anche Recalcati e trovo che sia giusta, qual è la domanda che fa un infante ai suoi genitori: tu riusciresti a perdermi? Quando si nascondono, quando non si fanno vedere… Come sarebbe la tua vita senza di me? In rapporto a questa tua impossibilità di vivere, io so della mia l’importanza verso di te. Capisci che l’amore è tutto, capisci che due esseri che si amano non hanno bisogno di niente altro se non di procacciarsi il cibo.

E quindi questo titolo?
Non bisogna parlarne! Bisogna praticarlo! Praticarlo significa allontanare tutto quello che distoglie, cosa ci distoglie in quest’epoca dall’amare? Tutto! ripartire da zero.

Sì siamo molto sollecitati…
Sì, si è sollecitati soprattutto nel singolare. Amare veramente un essere umano non ha niente a che vedere con l’io. Ha a che vedere con “noi”. Ci sollecitano perché siamo fetta di mercato, se uno è da solo spende di più. Esiste allora un metodo più rivoluzionario di amare? No. Abbiamo soltanto questa libertà. Adesso ci sono soltanto prodromi, ma tra vent’anni non ci sarà questa libertà, ci sarà la libertà soltanto di amare, perciò io sogno un’umanità di fuorilegge, di rivoluzionari. La rivoluzione non la fai attraverso la coercizione o la volontà di dare un nuovo ordine, la fai soltanto amando. Bisogna abbandonare tante cose, pensarsi “altro”, pensarsi “relazione”. Per tanto tempo non l’ho fatto e quando ho pensato ad “io” sono sceso fino agli abissi, per perdermi e per ricercarmi, sono ripartito da zero mille volte, se mi fossi accorto prima di questo avrei fatto altre scelte, avrei vissuto meglio.

Beh, certi inciampi sono anche aperture alla consapevolezza
Sicuramente, tu hai relazione anche fisica di questo, io per mia formazione ci sono dovuto arrivare con la testa, e quando finalmente la slacci… Dio mio che meraviglia! Quanto la vita è altro!

Ci sono delle parole che ricorrono nei tuoi testi, sicuramente una è “disobbedienza”. Una disobbedienza assoluta è la chiusura del disco con una canzone di 8 minuti, con una coda di 4 musicale, come si faceva negli anni ‘70. La seconda parte musicale ti prende per mano e ti porta via in alto, quasi a dirti guarda che c’è anche altro… ma partiamo dalla traccia di apertura, “Tecnica simbolica“
Questo disco è stato scritto in un anno; questo brano è uscito come primo pezzo, avevo già le idee chiare in me ed anche parlandone con i miei compagni, c’è stata subito la volontà di farla. “Tecnica simbolica” definisce quest’epoca. All’inizio c’è una descrizione di un essere umano alla ricerca di una posizione nel mondo. Quello che succede sia dal punto vista strumentale che del testo, è come se ci fosse il cavaliere nero ed il cavaliere bianco nella medesima canzone. L’idea è di definire il tempo. Questo disco è un romanzo, dove il primo capitolo definisce il tempo, poi definisce i personaggi, etc. Se uno è interessato a quello che fanno i Paolo Benvegnù il primo pezzo ti dà definizione di quello che puoi trovare. Noi non siamo qui per sedurre nessuno, per quanto questo sia un mondo seduttivo. Il mondo lo è sempre stato, per natura, pensiamo a come i fiori come si agghindano per farsi impollinare.

Rimanendo su “Tecnica e simbolica”, l’hai presentato dicendo: “Se nessuno guarda, la vita non esiste, non è utile”, richiamando la famosa frase ”Se un albero cade in una foresta e nessuno lo sente, fa rumore?” Ecco io chiederei al fan club di fare un libro, prendendo le tue frasi con tutti i tuoi riferimenti letterari da “Il mare verticale” a Camus che troviamo in quest’ultimo album
Mi vergogno tanto, non penso di meritare tanto, sono solo piccole intuizioni… alla mercé di tutti. Negli ultimi 25 anni non ho fatto altro che perdermi, come in un bosco infinito, trovare cose diverse e poi ritrovi parte di tutto.

Nei tuoi album, oltre l’alto valore artistico, c’è quello culturale, si crea una sorta di “Enigmistica di Benvegnù”. Con le tue citazioni incuriosisci, spingi a leggere delle cose che magari una persona non ha ancora letto. Per ogni tuo album sarebbe bello fare un parallelo tra poesia, saggi, romanzi che ti ispirano riflessioni che poi metti in musica
Può darsi, non lo so… penso magari a Cioran che mi è molto caro o Ceronetti quello che mi succede è che quando leggo questi grandi autori, è pensare: ”che bella questa cosa, come ho fatto a non pensarci?” E poi anche le cose descritte in maniera più bieca e crudele, mi fanno ridere, perché comincio ad essere consapevole anche della crudeltà, dell’incapacità, dell’impossibilità. Quello che io faccio in maniera molto diversa da loro, che facevano libri di aforismi, considerazioni, saggistica, è scrivere delle canzoni con quello che mi succede, dove dieci giorni sono in una frase.

È un atto di cultura in ogni caso…
Io la chiamerei stratificazione, è più una cosa di un albero che di un essere umano

Ascoltando “Il nostro amore indifferente” c’è la citazione della poesia di Camus, “Invincibile estate”. Mi incuriosisce il fatto che un musicista che stimo molto, Milo Scaglioni, abbia dato il titolo al suo ultimo album “Invincible summer”. Trovo belli questi “incroci” tra artisti! Perché torna così forte Camus? Un senso di speranza? O altra visione?
Nel caso di Milo fantastico, ha preso proprio il senso dell’invincibile estate. Per me l’invincibile estate è proprio quella del venti agosto, qui in Italia diventa tutto un po’ più giallo. “Il nostro amore indifferente” è tutto un gioco di ossimori, anzi, sangue di ossimori. Descrive quando tu hai una rivelazione, sei all’interno di un inverno infinito, di un abisso infinito e la prima volta che ti si spalanca il sole e ti dici: “Dio Mio che cos’è? Non l’ho mai visto!” È lo stupore infinito! All’epoca quando lessi questa frase, la sensazione fu di sentire qualcosa che mi si schiudeva fisicamente… finalmente ho un diaframma! 🙂

C’è chi pesca per sopravvivenza, chi per lavoro, chi per incamminarsi nella magia“. Chi sono i “Pescatori di perle”?
Tu lo sei per quello che fai. Penso che siano gli educatori. Anche se non c’è niente di peggio di un educatore che faccia valere la sua funzione, la sua autorità. Tu hai un’autorevolezza in cui dai un esempio e delle nozioni. I pescatori di perle sono educatori. Io avevo l’ambizione di scrivere canzoni, ma serve essere talmente attaccati all’infinito per non aver più bisogno di scrivere niente. Sei tu come essere umano che sei una canzone. L’altra sera a Bergamo (cita un secret concert tenuto a novembre) ho sentito questo, quando capita lo sento, non erano le mie canzoni, avresti potuto cantare tu, era quell’ambito, la volontà di esserci, di fondersi…

Sì, è vero, è stato molto forte…Sei stato un timido all’inizio della tua carriera?
Per me che tu sia qui è una cosa irreale, per come mi percepisco io. Mi conosco intimamente e penso che se ho qualcosa di interessante ce l’ho quando sono da solo. Non perché detesto gli altri, perché quando sono in relazione termino di essere quello che sono.

Cosa scatta?
Da un lato voglio essere accudente, dall’altro rassicurante, dall’altro lato ancora voglio dimostrare felicità, avere uno stato vitale alto. Quando sono da solo sono veramente l’abisso e la leggerezza. Questa cosa non sono riuscito a mediarla, non ho questa giustezza. Con te riesco a dire queste cose, con altri…

Io ti ringrazio di cuore di questa apertura…
Credimi, è strano è come se io ancora non fossi uscito dall’infanzia, è chiaro che è una sindrome, è come se avessi sempre 6 o 7 anni
.

Io ti capisco perché credo che tutti noi abbiamo un periodo di riferimento molto preciso che ci rimane come imprinting del cuore, io sono sempre un’adolescente…
È vero! Io penso di non aver più di 5/6 anni… perché è stato il momento in cui ho sentito come sento adesso… ho fatto 54 anni a non capire niente… non è male…

Non ci credo…
Credimi

Per me è la tua lettura severa…
Non lo è, se tu ti svegli e lo vedi come un miracolo, il sapore di quel miracolo adesso ce l’ho come quando ero puro, significa innocente, che ero in un altrove. Non ti voglio dire che l’umanità per essere felice debba essere sempre in un altrove, però lo consiglio, la realtà azzanna il più delle volte, ma da sempre, a ritroso… la realtà azzanna se qualcuno non ti da la possibilità di comprenderla la realtà. Siamo qui e volendo andare a vedere non sappiamo perché. Darsi delle ragioni è difficile. Se devi correre per riuscire a mangiare, per poter nel caso riuscire a darti delle ragioni, è difficile. Quello che manca è che non esistono più i nodi gordiani. Io posso svegliarmi alla mattina, sbagliare ogni scelta, ogni cosa, e nessuno mi dice niente. Quello che succedeva agli essere umani primordialmente, anche fino a 200 anni fa è che se non andavi a prendere l’acqua, se non facevi l’orto, se non andavi a cacciare… noi non abbiamo mai nulla di definitivo, noi ci spostiamo in un mondo dove tutto è provvisorio, moriamo nel nostro mondo tutto provvisorio, capisci che è un dramma.

Rimango ancora un attimo su “Pescatori di perle” che hai presentato come “Proposito di risveglio”. Utilizziamo convenzionalmente delle parole, pensiamo di essere tutti d’accordo sul significato che racchiudono, ma non è assolutamente così
Ah ah bellissimo ma non è così 🙂

Questo spessa causa fraintendimenti o comunicazioni parziali. Io credo che alcune parole rivestano un significato a seconda della profondità dell’esperienza personale. Per te chi è un risvegliato, un illuminato?
È uno che guarda l’alterità, che guarda l’altro e sorride, mosso dalla volontà di accogliere. Un risvegliato accoglie a qualsiasi condizione, anche se quello di fronte è un assassino. E non c’entra niente il cattolicesimo, e neanche il cristianesimo, è una cosa molto più ancestrale.

C’è sempre un grande spazio al femminile nelle tue canzoni: in questo nuovo album prende la forma di Marlene Dietrich. Racconta…
Figlia di un generale prussiano con una disciplina ferrea. Grazie a questa disciplina non giusta, usa questa solidità per spiccare il volo in uno slancio maggiore. È stata una donna emancipata come moltissime donne dell’epoca. È una potenzialità che vedo in tutte le epoche, se penso a diecimila anni fa, alle società matrilineari, con la regina del grano che aveva potere di vita e morte su ognuno. Io vorrei tornare lì, non per essere la regina del grano ma per essere il sacrificato. Prova a pensare, nel genere umano la creazione della vita è femminile. Il senso è: esiste qualcosa di più alto che morire per la creazione?

Per dire queste cose vuol dire essere andati a fondo ed aver trovato tanto…
Significa non aver tanta paura della morte… del dolore lo abbiamo tutti. La morte è un passaggio. Mi potrei mettere nelle mani della regina del grano senza problemi, non avrei timore né di essere ucciso né di essere salvato.

Non hai paura della morte? Una realizzazione pazzesca!
Della morte no! Che cos’è? Quante volte siamo scomparsi? Quante volte sono scomparso da me? Quante volte sono stato veramente con me? Quante volte ci allontaniamo da noi? Se non ci sono momenti definitivi, come fai a pensarti vivo? Se non hai mai una questione di vita e di morte. So che tutta la società moderna si posa sul fatto che non ci deve essere pericolo, non ci deve essere dolore, che la morte non esiste, che la follia non esiste, che la normalità è una cosa, che l’anormalità è un’altra cosa… Ma come fai a sentirti vivo se tu almeno una volta nella vita non hai sentito che stai morendo? Se almeno per una volta non hai provato che per te è una questione di vita o di morte? Posso scomparire anche adesso… se tutto si muove all’interno di questo spazio, non si arriva mai in alto, non si va mai in basso, possiamo dire di essere vivi? Io nella maggior parte della mia vita non sono mai stato vivo, sono sopravvissuto a me stesso. Tornando a “Marlene Dietrich” è chiedersi: quante te ne ho fatte, a te genere femminile, a te donna? Io colpevole come tutti gli altri; dovrai liberarti perché io non ce la faccio, dovrai illuminarmi, soprattutto dovrai vendicarti di me, vendicati, non aver timore perché so che la grandezza della creazione fa in modo che non impugnerai mai il pugnale per far del male a chi ti ha fatto del male… ma puoi farlo, devi farlo, ti prego fallo, liberami, cazzo!

“27/12” è una canzone già presente in “Solo fiori” che in questo nuovo disco troviamo un duetto con Neri Marcorè. Sentendolo cantare mi ha ricordato il tuo modo di usare la voce di diversi anni fa, quella dell’album “Piccoli fragilissimi film”! Tanto che al primo ascolto ho avuto il dubbio che fossi tu che stessi utilizzando la voce in un altro modo!
Quando ho sentito le voci mi sono commosso, Neri mi ha mandato anche una foto in studio mentre registrava, è stato carinissimo
.

Bello questo duetto con un uomo
Neri non ha generi così come non li ho io, lui l’ha dimostrato perché quando uno così gigantesco si volta indietro, guarda il più debole e gli dà una mano, cosa vuoi dire se non grazie e inchinarti? La cosa che mi ha fatto impazzire è che quando ha mandato le voci, le ho sentite e… mi ha riportato indietro, a come cantavo io…

Ah l’hai sentito anche tu!
Sì l’ho sentito anch’io, ma c’è questa cosa che lui è proprio entrato in quel brano. È come se io lo cantassi – visto che è un pezzo che parla del tempo – come se lo cantassi 15 anni prima di averlo scritto, mi ha francamente commosso, mi ha toccato l’anima. Neri nei suoi recital canta, è un cantante, ha dato un colore a quel pezzo… È un disco tutto scritto sul filo della commozione. Siamo un gruppo di persone molto carine le une con le altre, ci siamo molto divertiti anche a registrare.

Conoscevi già Neri?
No, è stato Luca “Roccia” Baldini che ha organizzato lo spettacolo di Neri in Toscana, quando si sono conosciuti gli ha detto che suonava con Paolo Benvegnù, che stava facendo il disco. Ho pensato che fare cantare a lui questa canzone sarebbe stato giusto. Sapevo che era giusto, ma quando mi sono arrivate le voci, non avrei pensato in quella misura, mi ha toccato il plesso solare.

L’altra collaborazione è con Dario Brunori in “L’oceano”
Dario mi ha dimostrato di essere un essere umano fantastico, nella posizione in cui è lui, col poco tempo che aveva a disposizione, visto che stava facendo il suo disco, poteva benissimo dirmi “guarda non ce la faccio”. Invece ha voluto proprio trovare il tempo per farlo. Questo dimostra che sia Neri che Dario sono due essere umani meravigliosi, di carature straordinarie, prova a pensare che tipo di gratitudine ho nei loro confronti. Dario è Dario, quando arriva lui, quello che canto io che è tutto geometrico e prussiano, si espande nella magna Grecia, è stato bellissimo. Anche se nessuno lo sa, io faccio la stessa cosa, quando mi mandano un pezzo, lo faccio. Alle volte perché ne sono convinto, altre per capire la bellezza dell’altro, altre volte perché mi sembra giusto farlo. Se una persona ti chiede una cosa con gentilezza, perché non farla?

Del lavoro precedente “Solo fiori” troviamo anche “Our love song”. Non so se è una mia impressione, hai cambiato qualche suono delle chitarre, o ho sentito io differenze per aver ascoltato da due impianti diversi?
Abbiamo fatto una piccola differenziazione nel mixer, pochissima roba.  A me serviva mantenere quel brano che nel racconto è proprio il cardine dell’immaginario. Questo brano e “L’origine del mondo” sono strettamente legati. È la parte oscura del desiderio, ma in realtà è la parte vitale di un rapporto di una relazione. È attinente all’universo, la narrazione della materia nell’universo, dove il desiderio diventa figurativo.

“L’origine del mondo” è la canzone più infuocata che tu abbia mai scritto.
Sì, brava.

C’è proprio un’energia del fuoco che divampa, l’intensità dell’abbandonarsi, scavarsi, nessun pudore nel manifestarsi, fuori da ogni ragionevolezza, solo impeto, verità e vitalità che si manifesta, molto liberatoria
Sì lo è, è la violenza come dovrebbe essere la violenza, vado a citare Gaber e Luporini: “Se io se fossi Dio vorrei il mondo come era il mondo antico, dove si amava e poi si odiava e poi si ammazzava il nemico con la spada”. Intendo dire che non è un’apologia della violenza quel brano; se noi riusciamo a capire che abbiamo dentro questo tipo di mostruosità, abbiamo una scelta riguardo a non farla. Quel tipo di violenza è l’energia della vita, perciò se abbiamo anche quel tipo di pensiero che può essere anche semplicemente un pensiero, un desiderio di relazione, allora io e te siamo l’origine del mondo. E lo saremo fino alla fine del mondo. Io non l’avevo mai detto né con quell’intenzione, né con quelle parole né con quella foga e certezza.

È la cosa più diversa che hai fatto fin d’ora
Eh ho bisogno di urlare un po’ ultimamente!

“Canzoni brutte” profuma di Perturbazione!
Eh mi piacerebbe, mi piaceva come scriveva Gigi! Io adoro i Perturbazione, ci ho lavorato insieme

Sì, hai prodotto il loro “canzoni allo specchio” del 2005
Mi è venuto questo ritornello mentre ero in macchina, in autostrada. È un pezzo di realtà scritto nella realtà, passavo dal mare, a luglio. Mi serviva uno snodo, tutta questa ragione e sentimento, tutto questo romanzo di formazione, doveva andare ad incrinarsi. Altrimenti era tutto troppo puro. Volevo che qualcosa si incrinasse nei protagonisti e anche nella mia testa e anche la linearità del disco. Questo e “Libero” sono i due pezzi che costituiscono la frantumazione di quell’idea di fuoco che c’è nel disco.

È stato un colpo al cuore ascoltarla per la prima volta, all’inizio pare una riflessione amara, ma proseguendo l’ascolto si capisce che non sei tu che scrivi canzoni brutte
Eh no (ride)

Ma c’è un popolo che lo fa, mi sono sentita un po’ presa in giro, canzonata come ascoltatrice 🙂
Certo! Sì c’è anche quel tipo di idea! È un pezzo giudicante, per me la maggior parte delle cose che sentiamo sono brutte, proprio brutte, proprio note brutte. L’idea che avevo su questo brano era semplicemente di rendere noto che esattamente come lo fanno con gli scarponi da sci, i pantaloni, l’automobile, il gioiello, anche coloro che si definiscono artisti, nella maggior parte dei casi, fanno i calcoli per cercare di imbonirti, di sedurti, è un dato di fatto. Ho fatto Daniele Silvestri come quando scrisse “L’uomo col megafono”, diceva “perché lo slogan è fascista di natura”, stanno usando lo stesso metodo per far la stessa cosa.

“Sono nato a Milano e vivo a Milano” dici nella canzone; da milanese ti chiedo come hai vissuto Milano e se mi racconti qualcosa del giovane Benvegnù!
Ah non capiva un cazzo! 🙂 Milano era come adesso, anzi adesso è più bella, meno tesa, meno legata al lavoro, ora c’è il terziario è meno legato al lavoro fisico, manuale, perciò è più bella.

Il tuo rapporto con la musica? Andavi ai concerti?
Sì andavo, ma ho scoperto di poter osare pensare di poter scrivere musica a 22, 23 anni, ho iniziato a scrivere a 25, 26, tardissimo, ma ero già sul Lago di Garda. All’epoca Milano era una città molto generosa, c’erano un sacco di anziani, ci si dava una mano. Il mio maestro elementare mi ha insegnato a guardare il cielo, a rendermi vivo sui libri.

Io voglio Paolo Benvegnù Ministro della cultura!
No, io no 🙂 Non sono un uomo colto.

Ministro della cultura e della sensibilità 
Così mi fregano subito, vista le sensibilità mi mettono subito alla gogna! A me spiace di non essere un uomo colto.

Quest’anno festeggi 30 anni di carriera, festone :-)? 
Festone? Pestone 🙂 Non avrei dovuto iniziare 🙂 A me sembra ieri, non per nostalgia, ma non ci ho ancora capito niente. Avrei potuto fare il tipografo, se ci fossero ancora le macchine da stampare; avrei potuto fare il gommista, il benzinaio

Il fiorista? 
Anche il fiorista ma non ho la delicatezza, sto imparando adesso

Te lo chiedo perché anche in quest’album ce ne sono tanti di fiori
È un desiderio quello di riuscire ad avere la premura e la cura che serve per trattare i fiori… anche per non reciderli. Io sono un distruttore, ma sono un costruttore nella mia parte migliore, che sono le canzoni, la mia vita sono le mie canzoni. Le canzoni scritte da me sono fatte con tutti i miei amici per cui non sono soltanto mie ma anche loro. Non ci ho ancora capito niente. Però una cosa l’ho capita che è un esperimento meraviglioso.


Foto © Mauro Talamonti

Una risposta a “Paolo Benvegnù – sogno un’umanità di fuorilegge, di rivoluzionari”

  1. […] stato affidato a Joshin Elisabetta Galani che ha raccolto il suo scambio di idee con Benvegnù in un’intervista. Il secondo atto, “Le Parole Vive”, porta la firma di Monica Gullini che ha scritto le sue […]

Rispondi

In evidenza

Scopri di più da Off Topic Magazine

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere