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The Jesus And Mary Chain @ Alcatraz, Milano – 12 dicembre 2021

L I V E – R E P O R T


Articolo e immagini sonore di Stefania D’Egidio

Tra le band culto degli anni ’80, The Jesus And Mary Chain sono entrati nell’immaginario collettivo come i degni eredi dei Sex Pistols, per lo scompiglio che accompagnava i loro concerti, che spesso si concludevano tra risse, feriti e arresti. Nati nella periferia di Glascow da un’idea dei fratelli Jim e William Reid con Bobbie Gillespie, dei Primal Scream, alla batteria per un breve periodo, non hanno mai negato di ispirarsi a gruppi come Velvet Underground e The Stooges. Già con il primo album del ’84, Psychocandy, riuscirono ad attirare le attenzioni della critica, ma è con l’album Darklands del ’87 che si consacrano definitivamente come capostipite di un nuovo genere musicale, lo shoegaze, grazie alla capacità di fondere le melodie pop con le atmosfere decadenti, le chitarre distorte e i feedback.

La tappa milanese di dicembre ripropone proprio quello che è considerato il loro capolavoro assoluto, dieci canzoni che avrebbero ispirato nel decennio successivo altre band, come i My Bloody Valentine e gli Slowdive. La serata è di quelle fredde e il ritorno all’Alcatraz dopo quasi due anni scalda cuore e mani; la capienza, si sa, è ridotta, ma il pubblico sa come accogliere a dovere non solo gli headliners, ma anche chi li precede, il quartetto Rev Magnetic; i primi trenta minuti scorrono tra atmosfere sognanti e psichedelia.

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The Darkness – Motorheart (Cooking Vinyl, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Stefania D’Egidio

La band più irriverente del britrock torna il 19 novembre con l’album Motorheart per Cooking Vinyl/Egea Music/The Orchard, a distanza di due anni dal precedente Easter Is Cancelled, entrato nella top 10 inglese con un buon riscontro di critica. Anticipato dalla titletrack e dai singoli Nobody Can See Me Cry e Jussy’s Girl, il disco è stato registrato, prodotto e mixato da Dan Hawkins nei Gateway Mastering Studios di Portland; copertina stravagante, con un rimando ai cartoons anni ’70, per la presenza di una sexy robot circondata da simboli fallici, il settimo lavoro in studio è stato annunciato dalla band come “l’album che spacca più forte di qualsiasi cosa fatta finora”, nove tracce (dodici nella versione deluxe) “per essere trasportati immediatamente da questa valle di lacrime lamentose ai campi elisi del rock dove tutte le mani sono alzate”. E Motorheart non tradisce le aspettative dei fans, forse il migliore prodotto negli ultimi anni.

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Royal Blood – Typhoons (Black Mammooth Records/Warner Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Stefania D’Egidio

La prima volta che li ho ascoltati in radio quasi cadevo giù dalla sedia tanta era la potenza del suono, ho subito pensato: “questi sì che spaccano!”; avevo poi scoperto che il duo, nato a Brighton nel 2011 e composto da Mike Kerr e Ben Tratcher, si sarebbe esibito di lì a poco all’Alcatraz di Milano per un prezzo ridicolo, così mi ero affrettata ad acquistare il biglietto e avevo iniziato a cercare informazioni in rete. Poco noti allora in Italia, all’estero avevano già riscosso un buon successo di pubblico e critica, grazie alla partecipazione a diversi festival, aprendo anche per gruppi famosi, come gli Arctic Monkeys e i Foo Fighters, tanto da attirare le attenzioni di sua maestà Jimmy Page, che si era speso in lunghi elogi su diverse riviste di settore. Vi dicevo della potenza del suono, con una distorsione portata ai massimi livelli e una sezione ritmica al cardiopalmo: non immaginate la mia sorpresa (e non solo la mia) quando la sera del concerto ho scoperto che quel sound così rude non proveniva da una sei corde, ma da un normalissimo basso Gretsch Junior Jett, acquistabile su qualsiasi store on line per poco meno di 400 euro, settato con un fuzz, un octaver e un qualsiasi ampli. Un vero colpo di genio per Mike Kerr e socio, in grado di assimilare i fondamenti del classic rock e di rielaborarli in una chiave del tutto fresca e incendiaria, sia nell’omonimo album di debutto del 2014, che nel successivo How Did We Get So Dark? del 2017. Quando è stata annunciata l’uscita del terzo album, Typhoons, il 30 aprile 2021, quindi ci si aspettava qualcosa sulla falsa riga dei precedenti, e, invece, ecco la svolta che non mi sarei mai aspettata: la virata verso l’elettronica.

Se nel lavoro del 2017 il duo si chiedeva come fosse arrivato a essere così “oscuro”, Typhoons vuole essere il raggio di luce che illumina il buio: frutto di un percorso interiore, che ha visto Kerr uscire dal tunnel della dipendenza da alcool e droghe, l’album tratta infatti tematiche molto personali ed è quasi interamente autoprodotto, eccezion fatta per i brani Boilermaker, che vede alla regia Josh Homme dei QOSA, di cui si sente fortemente la presenza, e Who Needs Friends con Paul Epworth. La lavorazione era già iniziata nel 2019, con un paio di tracce eseguite dal vivo in giro per l’Europa, ma la registrazione vera e propria era partita nel 2020. Pubblicato da Black Mammooth Records e Warner Music, Typhoons si presenta con una copertina futuristicamente accattivante, in versione cd, vinile, normale o autografato, e musicassetta, meno di 40 minuti per undici tracce in totale. Apre Trouble’s Coming, suono acido e dancereccio, come per i Muse di ultimo corso, che vi farà battere il piede per tutto il tempo; il leit motiv si ripete andando avanti: nella successiva Oblivion fanno la comparsa synth e cori, con una voce compressa alla Jack White. In terza posizione la titletrack, con quel ritornello orecchiabile e il solito riff ipnotico a cui ormai ci hanno abituato; il suono si fa poi cupo in Who Needs Friends, più fedele alla produzione passata, ma arricchito di intriganti cori sul finale e accompagnato da un video altrettanto magnetico, da evitare se soffrite di epilessia.

I trascorsi da tastierista di Mike negli Hunting The Minotaur si fanno sentire in Million & One, con un beat elettronico quasi ossessivo, mentre in Limbo finalmente Ben può scatenarsi con le sue bacchette, frapponendosi al botta e risposta tra la voce principale e i cori, con le tastiere in crescendo sul finale. L’unico pezzo che non mi convince è Either You Want It, specie messo prima di Boilermaker, ispirato dalla recente esperienza di disintossicazione di Mike, che cerca di farsi strada nel turbinio di pensieri mentre contempla il fondo del bicchiere. I successivi due brani, Mad Visions e Hold On, hanno davvero un bel groove, tanto da sembrare quasi un continuum, mentre la chiusura, affidata a All We Have is Now, versione piano e voce, dà un tocco di atmosfera onirica.

Cosa dire? Typhoons è sicuramente un album coraggioso: nell’anno in cui abbiamo perso i Daft Punk c’è ancora qualcuno che osa mettersi in gioco, mescolando rock, psichedelia ed elettronica, pur con il rischio calcolato di un lieve calo di tensione: come vi dicevo Either You Want It non mi entusiasma granché e sicuramente preferisco i primi due lavori a questo, che resta comunque un buon album. Sono curiosa di vedere se dal vivo sarà in grado di trasmettere quell’energia che è diventata il marchio di fabbrica del duo di Brighton e se, per il prosieguo, continueranno su questa strada o se torneranno su sentieri più battuti e sicuri.

Tracklist:
01. Trouble’s Coming
02. Oblivion
03. Typhoons
04. Who Needs Friends
05. Million & One
06. Limbo
07. Either You Want It
08. Boilermaker
09. Mad Visions
10. Hold On
11. All We Have Is Now

 

 

 

 

The Rumjacks – Hestia (Four/Four ABC Music, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Stefania D’Egidio

Il giorno di San Patrizio è passato da un po’, eppure sento ancora quella nostalgia canaglia che mi fa desiderare di ballare e alzare una pinta con gli amici, sarà perché ho passato la Pasqua a ficcare tamponi nel naso delle persone, perché nell’ultimo anno abbiamo visto andar via troppi, senza neanche il tempo di salutarli, o perché ogni santo giorno si è tempestati di brutte notizie e non se ne può più: a volte ci vuole una sana dissociazione dalla realtà per poter sopravvivere.
Mi scollego per un’ora dal mondo e mi ascolto Hestia l’ultimo album dei The Rumjacks, un quintetto folk punk multietnico, seppur originario di Sydney: basta scorrere i nomi dei componenti per capire che i loro nonni non sono nati tra canguri e koala, sarà per questo che la loro musica, come quella dei più famosi Pogues, dei Dropkick Murphys e dei Flogging Molly, ricorda più i suoni tradizionali irlandesi o scozzesi che il rock australiano. Un tripudio di note che affondano le loro radici nelle melodie celtiche, fatte di strumenti non convenzionali come mandolino, banjo, fisarmonica e cornamusa, dalla grande vitalità e che denota un autentico e orgoglioso attaccamento alle proprie origini.

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L’Ultimo concerto? evento live, sabato 27 febbraio 2021

L I V E – R E P O R T


Articolo di Stefania D’Egidio

Ci sarà un ultimo concerto o c’è già stato? è il dubbio che attanaglia gli operatori del settore da un anno a questa parte, lasciati dalla nostra classe politica in balia della cattiva sorte, tra promesse disattese di aiuti economici e false speranze di riapertura: l’ennesima dimostrazione che, in Italia, il settore cultura e spettacolo, pur dando da mangiare a migliaia di persone, tra musicisti, tecnici e maestranze varie, sia l’ultima ruota del carro, non una risorsa da cullare e proteggere, bensì un problema da ignorare.
Dopo mesi passati a cercare termometri a infrarossi e dispenser per igienizzanti, sanificazioni selvagge che manco dopo Chernobyl, dopo settimane a scervellarsi su come distanziare le persone, ecco arrivare in autunno il coprifuoco, che costringe gli artisti a esibirsi in orario di aperitivo; giusto il tempo di vedere iniziare il JazzMi e subito un nuovo stop forzato. Cartellino rosso per tutti, buoni e cattivi, live club, cinema, teatri e musei.

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Coma_Cose @ Alcatraz, Milano – 2 aprile 2019

L I V E – R E P O R T


Articolo di Luca Franceschini

Alla fine, avendo esaurito tutti i pezzi in repertorio, Fausto e Francesca ripropongono Granata e Mancarsi, due dei pezzi forti del disco. “Che schifo avere vent’anni però quanto è bello avere paura” cantano nel ritornello. È scoppiata una bella discussione, dopo il concerto, su che senso avesse che noi che eravamo lì (parlo di me e dei miei amici ma penso che il discorso possa valere anche per altri), tutti abbondantemente sopra i trenta, qualcuno già oltre gli -anta, cantassimo un verso così. Mancarsi, infatti, è la canzone che racchiude un po’ la peculiarità dei Coma_Cose: un brano dai forti connotati Pop, con un ritornello memorabile, tra i più riusciti del duo, che se verrà scelto come singolo, mi facevano notare ieri sera, consacrerà la loro ascesa a livelli che ancora ci sogniamo. E poi c’è il testo, sempre zeppo di giochi di parole in perenne sospensione tra il genio e la denuncia penale, in questo caso molto più adolescenziale di altri, carrellata di immagini che evocano disorientamento, nostalgia, rimpianti, uniti ad un po’ di ironia sulla proverbiale brama di ricchezza dei rapper.

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Franco126 @ Alcatraz, Milano – 27 marzo 2019 [opening Francesco De Leo]

L I V E – R E P O R T


Articolo di Cristiano Carenzi, immagini sonore di Alessandro Pedale

Il primo disco da solista di Franco126 ci ha dimostrato le sue grandi capacità di scrittura e, come c’è stato un notevole salto qualitativo in studio ciò si è rispecchiato anche sui live. È Mercoledì 27 Marzo e l’Alcatraz, come ci si poteva aspettare, è andato sold out e infatti la folla aspetta impaziente l’arrivo dell’esponente della Love Gang. Prima di lui però sul palco si presenta Francesco De Leo, altro membro del roster Bomba Dischi per il quale ho sempre avuto un debole. L’estate scorsa sono riuscito con piacere a vederlo live più volte ma mai nelle modalità che ci ha presentato questa sera.

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Motta @ Alcatraz, Milano – 31 maggio 2018

Motta

Live report di Giacomo Cassani e immagini sonore di Alessandro Pedale

Giovedì 31 Maggio arriva a Milano il Motta Live 2018, tour che porta l’artista toscano a toccare le principali città italiane tra le note del primo album La fine dei vent’anni e del più recente Vivere o MorireIl pubblico in attesa all’ingresso dell’Alcatraz è abbastanza eterogeneo: dai più giovani, in prima fila a pubblicare stories dedicate a @mottasonoio, a chi ha qualche anno in più e arriva tardi, direttamente dall’ufficio. Biglietto alla mano, mi aspetto un concerto intimo, sincero e allo stesso tempo potente, ed effettivamente così è stato.

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L’orgoglio di una mela marcia: The Zen Circus live @ Alcatraz, Milano – 19 aprile 2018

Report di Giovanni Tamburino, immagini sonore di Stefania D’Egidio

Ci si sente quasi dei veterani a saper ormai indovinare quando una serata all’Alcatraz sembra promettere bene. Si vede negli occhi della gente già seduta davanti al palco in quel punto che a breve diventerà l’ombelico del mondo, aprendosi e chiudendosi a ritmo di corpi scatenati, finalmente sguinzagliati dalla foga del pogo. Del resto, va anche ammesso che non ci vuole un profeta per capire che un concerto degli Zen Circus non è posto per stare stesi a farsi le coccole, soprattutto considerando le referenze dell’ultimo loro lavoro: Il fuoco in una stanza, ennesimo successo della trionfale carriera della band pisana.

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