L I V E – R E P O R T
Articolo e immagini sonore di Daniela Pontello
Erykah Badu trasforma l’Alcatraz in un tempio del soul.
Sabato sera sono andata all’Alcatraz per vedere Erykah Badu. Non sapevo bene cosa aspettarmi. Avevo ascoltato i suoi dischi, conoscevo la sua voce, il suo stile, quel mix di soul, R&B, hip hop e jazz che la rende unica. È considerata una delle voci più importanti del neo-soul, ma dal vivo va oltre le etichette. È come entrare in un mondo che non segue le regole del tempo, un tempio, forse, o un portale dove ogni gesto, ogni nota, ogni luce ha un significato.
Già prima che iniziasse, l’atmosfera era diversa. Luci rosse, volti di tutte le età, abiti eccentrici, turbanti, occhiali strani. Sembrava che ognuno avesse portato qualcosa di sé da condividere. Un’energia sospesa, come se tutti sapessero che stava per succedere qualcosa di speciale.

Alle 21:10 le luci si sono abbassate. Un led rosso ha avvolto la sala come un’aura mistica. La band ha iniziato con una jam ipnotica, e poi lei: Erykah Badu. Avvolta in un cappotto, ha attraversato il palco lentamente, come un’apparizione. Il pubblico — variegato, intergenerazionale — l’ha accolta con un silenzio quasi devoto, rotto solo da applausi.
Indossava un copricapo enorme, quasi regale, e un coprispalle peloso che le dava un’aria da sciamana futurista. Sorrideva, ma con quel sorriso che non sai mai se è serio o ironico.
Ha suonato quasi tutto Mama’s Gun – era una data del tour celebrativo a 25 anni dall’uscita – ma non in modo nostalgico. Ogni brano era vivo, attuale. Bag Lady mi ha colpita più di tutti. “One day all them bags gon’ get in your way” — e io ho pensato a tutte le cose che mi porto dietro, le paure, le insicurezze. E per un attimo ho sentito che potevo lasciarle andare.
Durante Green Eyes c’era silenzio. Lei seduta, voce spezzata, occhi chiusi. Tra un pezzo e l’altro parlava poco. Ma quando lo faceva, era come se stesse leggendo i pensieri della gente.
I giochi di luce non erano decorativi, ma narrativi. Durante Orange Moon, è entrata dentro un fascio di luce bianca, verticale, come una soglia. Si è fermata lì, immobile, poi ha detto: “I’m going back to my planet”. E se n’è andata così, oltrepassando quel fascio, lasciandoci lì, un po’ storditi, un po’ grati.

Erykah Badu non è solo una cantante: è un personaggio, una presenza, una voce che ti entra dentro e ti fa pensare, ridere, ballare, ricordare. E infatti, sul monitor dopo la sua uscita di scena è apparsa la scritta: “Faccia da pirla”. Tutti hanno riso. Era il suo modo di dirci: non prendetevi troppo sul serio. Se davvero è tornata al suo pianeta, spero che faccia ritorno presto…
Scaletta del concerto
• Cleva
• Hey Sugah
• Kiss Me On My Neck
• Blackbox
• Booty / Annie (mashup)
• A1 Interlude
• A.D. 2000
• In Love With You
• Orange Moon
• Bag Lady (autografa e regala LP)
• Time’s A Wastin
• Green Eyes
• Didn’t Cha Know (Reprise)
















Rispondi