R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

La sola e indubitabile certezza ricavata dall’ascolto di Echomyr, il quinto capitolo di Lars Danielsson Liberetto, è che questo sia un album in lenta e costante mutazione, come un paesaggio che continui a variare mentre lo si osserva. Un lavoro privo di gesti eclatanti, organizzato attraverso una profonda e paziente sovrapposizione di scritture densamente liriche ispirate in egual misura da folk, jazz e con molte suggestioni provenienti dal mondo classico. Lars Danielsson continua qui il percorso di Liberetto affinando una poetica di non recente invenzione – questo ensamble comincia la sua attività infatti nel 2012 (leggi qui), e prosegue con qualche aggiustamento di formazione fino ad oggi – come se si fosse trattato metaforicamente di un iniziale schizzo a matita che abbia acquisito via via forme e colori sempre più ricchi. Il quartetto viaggia completamente in fiducia comprovata e reciproca attorno al polistrumentismo di Danielsson che qui suona il contrabbasso, il violoncello, il pianoforte, il gimbri – un cordofono di origine marocchina – e la chitarra elettrica. Magnus Öström è alla batteria ed alle percussioni, John Parricelli alla chitarra e Grégory Privat al pianoforte. Ci sono anche alcuni ospiti del calibro di Arve Henriksen – leggi qui e qui – alla tromba ed al flauto, Magnus Lindgren – vedi qui – al flauto contralto e Carolina Grinne al corno inglese.

Il gruppo così organizzato suona come un organismo capace di muoversi tra disciplina e libertà improvvisativa e pur lavorando con strutture armoniche complesse, sembra sviluppare la propria musica con evidente naturalezza. Danielsson non è un avanguardista del pentagramma, non concepisce la complessità come esibizione o labirinto autoreferenziale ma si mette al servizio di una chiarezza espressiva che rende persino le architetture più elaborate percepibili quasi come musiche orecchiabili, tra l’altro senza eccessi di compiacenza. In Echomyr il jazz non è più un puro linguaggio, ma materia organizzata che al pari del folk e delle influenze classiche si adatta ad una continua trasformazione. La musica a tratti assume contorni fiabeschi ed onirici, altrove si fa ballad disincantata che sembra rifiutare il sentimentalismo pur conservando una certa tenerezza di fondo. Parte della fascinazione di questo album, quindi, consiste nel tenere insieme dinamiche che appaiono apparentemente divergenti. C’è il rigore della musica colta europea, ma anche un istinto melodico di richiamo evidentemente popolare. Del resto il significato del titolo, Echomyr, come spiega lo stesso Autore, consiste in una sincrasi tra due termini “…La parte ‘echo’ descrive un campo esteso in cui il suono riverbera e ‘myr’ è un’antica parola norrena che significa brughiera” . E forse questo titolo inventato racchiude davvero il suo senso profondo all’interno di un paesaggio interiore, una landa sonora dove melodie antiche e improvvisazioni moderne convivono senza gerarchie. Queste diversificazioni fanno sì che l’album dimostri le sue ambiguità mantenendo sia un aspetto solare ma nello stesso tempo anche un tratto malinconicamente ombroso, senza peraltro tradire l’eleganza formale che lo attraversa, evidenziando le ambivalenze della sua natura classica e improvvisata, terrena e astratta, immediata e sfuggente. In Echomyr molto accade anche sottotraccia. Un accento ritmico di Öström può inaspettatamente introdurre un funk squadrato all’interno di una melodia più controllata. La tromba di Henriksen può rivestirsi di toni circensi alla Nino Rota, mentre Magnus Lindgren e Carolina Grinne entrano come timbri laterali, preziose schegge in un tessuto sonoro già finemente cesellato. Ci sono momenti in cui l’ensemble sembra evocare simboli emersi da mitologie immaginarie, figure sotterranee che appaiono per poi scomparire immediatamente dopo. Resta comunque evidente il tratto generico di spontanea limpidezza alla base di una costante ricerca di accomodamento tra i vari riferimenti a cui Danielsson si ispira.

L’album viene aperto da Pre, una sovraincisione di violoncello pizzicato e archettato che è quasi una soglia rituale, abbozzo di serenata color della notte che sembra emergere da una memoria nordica e insieme da una delicata liturgia interiore. Allan introduce un altro respiro, più dinamico, allungato sulla ritmica costante di Öström con le sferzate di contrabbasso che mettono in tensione lirismo e movimento. Un tema che possiede una grazia sospesa, un gesto estetico rilassato da cui prendono origine due assoli degni di nota. Quello più breve da parte del contrabbasso di Danielsson che canta letteralmente con una voce simile ad una carezza ruvida e quello più jazzato, organizzato e cristallino del pianoforte di Privat. La chitarra acustica interviene a tratti raddoppiando le linee di piano. Alla fine, rientra il tema tra un crescendo dinamico e una batteria che intensifica la sua presenza. Supreme si materializza con una lunga introduzione melodica di contrabbasso su un sottofondo percussivo e di riverberi elettronici. L’intervento di Arve Henriksen aggiunge una dimensione ulteriore con il suono quasi androgino della sua tromba, sospesa tra fiato e metallo, alla ricerca di una spiritualità che si agita sotto le tematiche sempre orecchiabili del brano. Da questo punto di vista questa traccia pare dividersi in tre parti. La prima introduttiva segnata dallo strumento di Danielsson, una seconda con la presentazione di un tema dall’aria popolare proposto dalla tromba ed una terza in cui si sciolgono il legami tematici dove Henriksen e Privat improvvisano una lunga parentesi modale, sviluppandosi sopra un tappeto ritmico ben strutturato. Si chiude come di prammatica con la riproposizione del tema e qualche effetto di chitarra elettrica in veste di colore aggiunto.

Glor si sviluppa su una ritmica incalzante sostenuta soprattutto dalla batteria dove un iniziale tema d’impostazione classica quasi barocca viene tracciato dalla chitarra di Parricelli. Questa parte mi ha ricordato qualche frammento dei concerti per mandolino e liuto di Vivaldi. Mentre il pianoforte in un primo tempo si limita ad arpeggiare lo schema accordale del tema stesso, in un secondo tempo conduce un brillante unisono con la chitarra e poi, entrambi gli strumenti convogliano verso un’aria dal sapore più popolare, quasi una danza. In seguito il gioco si trasforma nello spazio dell’improvvisazione dove Privat lascia il segno con un turbinoso assolo che, pur nella dimensione di un moderato be bop, non tradisce la forte impronta melodica. Un intermezzo ritmico in una sorta di duetto contrabbasso-batteria, separa il precedente assolo pianistico da quello di chitarra. Finale con recupero del tema e del reel. Sensitiva, oltre al titolo in italiano, presenta una melodia cantabile che sembra ispirata alla scuola tradizionale napoletana, con il tema impostato dal contrabbasso dell’Autore, accompagnato dagli accordi della chitarra di Parricelli. Per un mentre, chitarra e basso procedono in simultanea, poi si scambiano i tempi dell’assolo, entrambi molto espressivi. Interviene anche il pianoforte che s’accoda diligentemente alla netta impostazione melodica, concedendosi solo qualche rubato un po’ più jazzato. Finale con progressione discendente a tre strumenti, naturalmente accompagnati da una batteria molto discreta. Ascending si struttura inizialmente su uno schema che rimanda ad impressioni folk. Il tutto scivola in un ritmo moderato che per qualche motivo, forse nella qualità degli stacchi e degli intermezzi o forse presumibilmente nell’uso del flauto di Lindgren alla Ian Anderson, mi sembra riallacciarsi a qualche momento progressive degli anni ’70. Emerge il pianoforte con un accompagnamento ostinato della mano sinistra mentre la destra corre libera e felice lungo le scale offerte dalla tastiera. Il brano continua a variare ed appare un pizzicato ad opera di Danielsson, mentre sul finale torna a farsi sentire anche il flauto con una coda alla Jethro Tull… Himlen Over Dig ( trad = Il paradiso sopra di te) s’introduce con un lieve arpeggio di chitarra, seguito dalla ricomparsa della tromba di Henriksen che sottolinea un tema profondamente malinconico. Successivamente, una doppia progressione discendente di note che ricorda, come già in precedenza accennato, qualcosa di Nino Rota. Un clima insolitamente funereo percorre il brano che spicca per originalità rispetto ai precedenti. Arriviamo così alla title track Echomyr. Il riff iniziale di contrabbasso e pianoforte suggerisce una falsa direzione, trasformandosi invece in una melodia anch’essa d’ispirazione popolare. Privat si esibisce in un assolo di forte profumo jazz, ribadendo ancora una volta l’assoluta intercambiabilità e fusione di generi diversi, talora apparentemente opposti. Dalla seconda metà in poi si affianca il corno della Grinne che rende più eterea l’immagine globale. Presto s’arricchisce di variabili flamenche dove emergono il violoncello – sovrainciso al contrabbasso – e il pianoforte che riprende, filtrandole di jazz, le sonorità d’ispirazione spagnola. Ultimo brano è Something She Said, una delicata fantasia pianistica ma qui lo strumento è suonato dallo stesso Danielsson su cui sono sovraincise le corde basse del gimbri, quasi a dare maggior respiro alla visione sonora generale.

In questa tensione irrisolta tra forma e abbandono, tra controllo compositivo e apertura all’imprevisto, Echomyr trova il proprio centro espressivo. Danielsson sembra muoversi dentro una concezione della musica vista come un luogo in cui il suono fa emergere tutte le emozioni possibili restando però all’interno di una complessiva forma ambigua. Non ci si limita a fondere jazz, folk e memoria classica, ma si mettono in dubbio le stesse categorie che dovrebbero definire questo lavoro, sottraendosi tanto all’ortodossia del jazz europeo quanto alle semplificazioni di certo crossover colto. Danielsson non procede quindi per affermazione, ma per allusione, contando sulla naturale evanescenza dei generi musicali. Per questo Echomyr non va pensato come un ottimo album di jazz contemporaneo, ma come una meditazione musicale sulla forma, sulla memoria e sulla possibilità — ancora intatta — che la bellezza possa manifestarsi trasversalmente tra i diversi modi d’intendere la sensibilità musicale.

Tracklist:
01. Pre (00:37)
02. Allan (06:09)
03. Supreme (06:51)
04. Glòr (05:49)
05. Sensitiva (04:38)
06. Ascending (05:05)
07. Himlen Över Dig (02:38)
08. Echomyr (05:48)
09. Presto (04:22)
10. Something She Said (03:19)

Foto 1 © Jan Soderstrom, 2 © Peter Pousard

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