R E C E N S I O N E


Recensione di Mimmo Stolfi

Negli ultimi anni della sua vita, Chet Baker suonava e cantava come qualcuno che avesse imparato finalmente a liberarsi dal peso del proprio passato. Non c’era più traccia della brillantezza degli inizi, né del lirismo giovanile che aveva trasformato il cool jazz in una specie di malinconia senza attrito. Rimaneva altro, un suono consumato, poroso, e proprio per questo capace di raggiungere una verità musicale che pochi jazzisti della sua generazione hanno saputo sfiorare con tale nudità.
Registrato dal vivo a Ferrara nel dicembre del 1987, Shine appartiene a quella stagione estrema della sua arte. Una stagione in cui ogni standard sembra attraversato da una lenta evaporazione del tempo. Baker non interpretava più i brani, li viveva dall’interno, lasciandoli affiorare a poco a poco da una zona opaca della memoria.

Il concerto, oggi pubblicato integralmente da Red Records, con una resa sonora calda e dettagliata, capace di preservarne l’intimità senza sterilizzarne la dimensione live, restituisce con affascinante chiarezza questa condizione sospesa: la tromba entra spesso in punta di piedi, sfiora il tema, lo interrompe, lo lascia incompleto, poi ritorna su una nota lunga che sembra trattenere insieme stanchezza fisica e lucidità assoluta.
Colpisce soprattutto il rapporto con il silenzio. Baker non usa le pause come effetto drammatico, ma come materia musicale. In I’m a Fool to Want You ogni frase pare emergere da un vuoto precedente, e il vuoto continua a vibrare anche dopo la nota finale. È un modo di suonare che rifiuta qualunque enfasi narrativa: niente climax costruiti, nessuna esibizione di controllo tecnico. Soltanto un fraseggio rarefatto, quasi esitante, che però riesce a mantenere una forte tensione interna. In questo senso l’ultimo Baker era lontanissimo dalla semplice eleganza con cui viene ancora superficialmente identificato.

Attorno a lui il quartetto costruisce un ambiente sonoro di grande discrezione. Michel Graillier al pianoforte evita accuratamente il ruolo dell’accompagnatore decorativo: il suo tocco, mobile e ombroso, crea piccoli corridoi armonici dentro cui Baker può muoversi liberamente. Nicola Stilo, al flauto e alla chitarra, introduce invece una leggerezza quasi cameristica, un colore obliquo che sottrae il concerto alla ritualità del classico combo da standards (notevole il suo solo di flauto su You’d Be So Nice to Come Home To). Anche Rocky Knauer sceglie continuamente la misura, lavorando più sulla respirazione interna del tempo che sulla semplice scansione ritmica.

Il repertorio racconta molto di quella fase artistica. But Not for Me, Just Friends, You’d Be So Nice to Come Home To non vengono trattati come monumenti del songbook americano, ma come strutture fragili, continuamente riaperte. Baker rallenta il fraseggio, spezza le simmetrie, entra leggermente dietro il tempo. Persino nei momenti più mossi, come Conception, ciò che interessa non è mai l’energia frontale del bop ma una sorta di oscillazione inquieta, quasi un equilibrio precario tra brillantezza e dissolvenza.
Poi ci sono episodi che sembrano condensare l’intero clima emotivo del concerto. Almost Blue, inevitabilmente, appare come un autoritratto involontario. In questo e negli altri brani cantati del disco, la voce di Baker ha ormai perso la fragile luminosità degli anni giovanili, il timbro è più opaco, consumato, a tratti quasi sfilacciato, l’intonazione è incerta. Eppure, continua a colpire proprio per quella sua umanissima esposizione al limite, per il modo in cui ogni frase sembra affiorare con fatica da una zona profondissima dell’anima. Non cerca più seduzione: canta come se parlasse sottovoce a sé stesso. E proprio questa vulnerabilità che impedisce al brano di scivolare nella maniera o nel sentimentalismo rétro. Diventa invece la testimonianza di un artista che, arrivato quasi alla fine del percorso, continua ancora a cercare una forma possibile di autenticità.

Ascoltando Shine si capisce quanto fosse riduttivo trasformare Baker in una semplice icona romantica dell’autodistruzione. Certo, il corpo era già segnato, il suono e la voce rivelavano le crepe di una vita difficile. Ma dentro quella fragilità rimaneva un’intelligenza musicale impressionante, soprattutto nella gestione dello spazio e nella capacità di trasformare la sottrazione in linguaggio. Molti trombettisti cercano di riempire il tempo e saturare lo spazio; Baker, negli ultimi anni, sembrava invece volerli lasciare respirare. Esemplare in questo senso la lunga Arborway, dove la tromba emette qualcosa di indefinito, quasi un gioco di distanze e richiami, una strana combinazione di abbandono e controllo. Una musica che sembra sul punto di spegnersi e che invece continua, ostinatamente, a brillare piano.

Tracklist:
01. Night Bird (10:57)
02. Conception (11:23)
03. Almost Blue (3:27)
04. I’m Fool To Want You (14:11)
05. You’d Be So Nice To Come Home To (11:00)
06. But Not For Me (8:59)
07. In A Sentimental Mood (9:55)
08. Just Friends (9:38)
09. Margarine (8:43)
10. Arborway (14:00)
11. Zingaro (9:21)

Chet Baker – tromba, voce
Nicola Stilo – flauto, chitarra
Michel Graillier – piano
Rocky Knauer – basso

Registrato dal vivo al Teatro Estense di Ferrara il 9 dicembre 1987.

Cover Photo © Carlo Pieroni
Photo © Elena Carminati

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