L I V E – R E P O R T


Articolo e immagini sonore di Daniela Pontello

Il nuovo album di Max Gazzè, L’ornamento delle cose secondarie, uscito il 15 maggio 2026, è stato presentato nella Sala Voce della Triennale di Milano, un luogo dove l’acustica non è solo un dettaglio tecnico, ma parte del racconto. Gazzè lo dice subito: per lui il suono è un elemento di significato. Ogni parola, anche proiettata sullo schermo, diventa qualcosa da seguire con attenzione. L’album nasce come un lavoro di recupero. Non è nostalgia, ma un modo per riportare alla luce idee, appunti e testi rimasti sospesi dagli anni ’90 a oggi. Alcuni materiali arrivano anche dagli scritti del fratello dell’artista, già presenti nei dischi del ’96 e del ’98. Qui non è la musica a guidare le parole, ma il contrario: giochi sonori, rime interne e ritmo del linguaggio costruiscono brani aperti, quasi “progressivi”, lontani dalla classica forma-canzone.

Questo approccio ridà alla parola la sua fisicità e la sua capacità di creare ritmo senza schemi rigidi. È un modo di lavorare che dialoga con la tradizione della canzone d’autore, ma la porta verso territori più sperimentali. Uno degli elementi centrali — tecnico ma anche simbolico — è la scelta di suonare tutto a 432 Hz, una frequenza spesso associata a un suono più naturale. Gazzè non la presenta come una verità assoluta, ma come un campo di ricerca: un modo per esplorare il rapporto tra vibrazione e ascolto. Per seguire questa strada, tutto è stato suonato dal vivo, senza campionamenti:

  • Vibrafono artigianale costruito apposta da un artigiano di Bogotá.
  • Pianoforte e archi del Teatro Petruzzelli di Bari lasciati “adattare” per giorni alla nuova intonazione.
  • Uno studio tra Lecce e Brindisi trasformato in un laboratorio acustico.

È un lavoro che unisce precisione tecnica e sensibilità artistica. La ricerca sonora non riguarda solo l’accordatura. Anche la registrazione è stata fatta con grande cura: microfoni valvolari storici, nastro magnetico, timpani usati come risuonatori per filtrare le armoniche. Ogni strumento è stato registrato con 9–12 microfoni, come se ogni vibrazione meritasse un’attenzione speciale. Il risultato non punta alla perfezione digitale, ma alla verità fisica dell’aria che vibra.

Durante la presentazione alla Triennale, il dialogo con i giornalisti ha permesso a Gazzè di spiegare meglio la visione dietro al progetto: dare spazio a ciò che di solito resta ai margini. La metafora che usa è fotografica: quando scatta una foto, non guarda il soggetto principale, ma le ombre e i dettagli laterali. Con il tempo, dice, le priorità cambiano: ciò che sembrava secondario diventa importante. Così, frammenti del passato trovano una nuova vita nel disco.

Rispondendo a Paolo Giordano, Gazzè chiarisce che la scelta dei 432 Hz non è una provocazione, ma una ricerca basata su:

  • armoniche più unite,
  • riferimenti storici (Mozart, Bach, Verdi),
  • una percezione fisica più morbida del suono.

Il tono non è mai dogmatico: è semplicemente la scelta di un musicista curioso. A una domanda di Gabriella, Gazzè ricorda con emozione il suo rapporto con Franco Battiato:

  • il loro incontro nel 1996,
  • gli interessi culturali condivisi (Enuma Elish, Gurdjieff, Ouspensky),
  • il rituale delle barzellette in inglese prima dei concerti.

Un ricordo che mostra un Battiato affettuoso e ironico, ancora presente nel percorso di Gazzè.

Alla domanda di Luca Trambusti sul rapporto tra testo e musica, Gazzè rivela il suo lato più tecnico: quello dell’“orecchio chimico”. Rifiuta la correzione digitale perché “aggiusta tutto”, preferendo mantenere gli errori, registrare su nastri vecchi e usare banchi analogici pur di evitare la conversione digitale. Non è nostalgia: è coerenza con un progetto basato sulla ricerca del suono reale. Anche il tour segue questa filosofia: niente palazzetti, ma teatri da 600-900 posti, tre date consecutive per città, strumenti tutti accordati a 432 Hz. Un formato “residente” che privilegia l’intimità e il controllo acustico.

Il dialogo con la stampa conferma che questo progetto non nasce per stupire, ma per mettere a fuoco ciò che spesso passa inosservato: ombre, vibrazioni, errori, dettagli. Gazzè appare sereno e coerente: L’ornamento delle cose secondarie riflette esattamente la sua visione.

immagini sonore © Daniela Pontello

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