L I V E – R E P O R T
Articolo e immagini sonore © Daniela Pontello
Recensire un concerto del Canzoniere Grecanico Salentino all’Alcatraz significa raccontare qualcosa che va oltre la musica. È un’esperienza che sfiora l’antropologia, un rito collettivo che trasforma un capannone industriale milanese in una piazza del Sud. Non è un concerto: è un esorcismo urbano, una festa antica che prende vita nel presente. La mia serata è iniziata molto prima della musica. Alle 16:30 ho partecipato al corso di pizzica con Andrea De Siena. Non ero lì per diventare una ballerina, ma per capire quel linguaggio di gesti e passi che da sempre accompagna la musica del Canzoniere. È stato un modo perfetto per sciogliersi, per entrare nel ritmo prima ancora che il palco si accendesse. Quando le luci si sono abbassate e il primo colpo di tamburello ha risuonato, ho capito subito che non sarebbe stata una serata comoda. Quel suono non lo ascolti: lo subisci. Ti entra nello stomaco, ti vibra nelle costole, ti costringe a muoverti anche se non vuoi.

Intorno a me c’era un pubblico incredibilmente vario: giovani, famiglie, appassionati, curiosi. Eppure, quando la musica è partita, ci siamo mossi tutti insieme. Ho sentito cantare in dialetto persone che probabilmente non hanno mai messo piede in Salento. Ho visto ronde spontanee formarsi ai margini della sala, come nelle feste di paese. A un certo punto non capivo più dove finisse il palco e dove iniziasse la platea. Da spettatore, la cosa che mi ha colpito di più è stata la compattezza del gruppo.
La voce solista e i tamburelli di Giancarlo Paglialunga, l’organetto di Massimiliano Morabito, le voci di Alessia Tondo ed Emanuele Licci, i fiati di Giulio Bianco, la danza di Silvia Perrone si intrecciavano come fili di una stessa storia. E poi c’era lui, Mauro Durante. Non un frontman, ma un centro di gravità. Il suo violino aveva momenti quasi rock, acclamati come assoli elettrici, ma senza mai rubare spazio agli altri. Era evidente che tutto passava da lui, ma senza che nessuno venisse schiacciato.

La serata inaugurava l’anno celebrativo dei cinquant’anni del Canzoniere e l’uscita del nuovo album Il Mito. Sapere che quelle canzoni attraversano mezzo secolo di storia dava al concerto un peso diverso. Non era nostalgia: era continuità. La presenza di artisti come Inude e Rhiannon Giddens ha aggiunto sfumature nuove, senza mai rompere il flusso. Tutto restava dentro il linguaggio del Canzoniere. La parte finale è stata un’onda che ci ha travolti tutti. Tamburelli, violino, voci, pubblico: un unico organismo. Le ronde finali sono state il culmine, quel momento in cui musicisti e spettatori diventano una sola comunità temporanea. Quando le luci si sono riaccese, molti erano fradici di sudore — me compresa — ma con un sorriso che non si poteva cancellare. Uscendo dall’Alcatraz, ho avuto la sensazione di essere stata su un ponte: tra Nord e Sud, tra passato e presente, tra tradizione e innovazione, tra chi suona e chi ascolta.

Setlist:
Intro/Mara l’acqua
Ronda
Orfeo
Rirollalla/ we share
Stornelli
Lu giustacofane
Aska kaleddamu
Pizzica de sira
Questione meridionale
Il mito
Aiora
Pizzica indiavolata
At the purchaser’s option
Damme nu ricciu/ fly little bird
Focu d’amore
Bella ci dormi
A mmera a Lecce
Quannu te visciu/hudea
Tamburrieddhu mia
Taranta
Respire
Pizzica di Galatone
Tienime
Stornelli Milano
Ronda (sotto il palco)










immagini sonore © Daniela Pontello






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