L I V E – R E P O R T
Articolo di Alberto Calandriello
Davanti ad un pubblico reattivo e caloroso, i Counting Crows hanno tenuto un concerto intenso e decisamente partecipato domenica sera all’Alcatraz di Milano. Dopo essermi lasciato sfuggire l’occasione di vederli in teatro, sono finalmente riuscito a tornare ad un loro concerto, undici anni dopo la doppietta Padova – Milano nel tour che promuoveva l’ottimo Somewhere Under Wonderland, quando assistetti a due show clamorosi. Attendevo con ansia la serata milanese quindi, anche alla luce del recente album Butter Miracle (leggi qui), che a parte la copertina, trovo molto buono e ho pensato da subito che fosse adatto da suonare dal vivo. Ipotesi confermata già dal primo brano, perché dopo l’apprezzato set acustico di James Maddock e del chitarrista degli stessi Crows, David Immergluck, apprezzato non solo da me a quanto ho sentito, con ritornelli ripetuti dal pubblico a chiedere le “reprise” dei pezzi in stile springsteeniano, Adam e band partono subito in quarta con Spaceman In Tulsa, ennesima divagazione sull’eterno dualismo tra gioie e dolori del successo, da loro così cercato e voluto più di 30 anni fa. «Another well-nigh butterfly found on a bus out of town, turning into a motherfucking rock and roll star».

Sebbene da un punto di vista compositivo la band, in primissimo luogo Duritz, mostri da tempo difficoltà evidenti, dal vivo sono ancora uno spettacolo, puro rock americano, suonato e cantato alla grande, nonostante i volumi e l’acustica del locale non rendano affatto giustizia alla loro bravura. La voce di Adam forse ha perso qualcosa nelle note alte, ma il suo istrionico modo di cambiare le melodie dei vari pezzi lo rende ancora tra i migliori frontman in circolazione. Il suo atteggiamento da anti-divo lo rende carismatico senza essere eccessivamente plateale, la battaglia contro i suoi demoni, che porta sul palco ogni sera, lo avvicina ai fans per i quali certi brani non sono solo “belle canzoni”, ma specchi davanti ai quali guardarsi e riconoscersi.
Scaletta classica di questo tour, spazio quindi a Butter Miracle, anche se purtroppo restano fuori i quattro pezzi della Suite One di 5 anni fa (leggi qui), da suonare in sequenza e forse per questo accantonati nella serata milanese a favore di altre canzoni; del resto, il repertorio è vario e di alto livello, specialmente se si pesca dai primi album. Ecco quindi da Hard Candy del 2002 la title track, a cui si aggiungeranno l’ipnotica Miami, riflessione dolceamara sulla fine di un amore («Il Bus è in partenza, è ora di andare, l’estate è finita e pure noi») e, sempre nel filone dedicato a qualcuno che si è perso, la meravigliosa If I Could Give All My Love (Richard Manuel Is Dead), dove il rimpianto si fa vivo e sanguinante e la scomparsa del grande musicista della Band lo simboleggia e lo racconta alla perfezione (Se potessi darti tutto il mio amore potrei giustificarmi, ma non ci riesco). Immancabile verso la fine la giocosa Hangin’ Around. Da This Desert Life il regalo è Colorblind, intensità a mille per un tentativo di reazione, un modo di scrollarsi di dosso apatia e paure (le stesse che c’erano già ai tempi di Rain King, come vedremo più avanti), un grido strozzato che prova ad uscire. «Caramella attaccata, lingua legata, balbettavo, scosso e teso, tirami fuori da dentro, sono pronto, sono pronto»
Sempre presenti i classici dell’esordio, ormai trentaduenne, Mr Jones ad inizio concerto come da tradizione, è il punto di partenza di tutte le elucubrazioni di Adam sulla fama, sul successo e sulle sue conseguenze, Omaha non perde un grammo di bellezza nel dipingere un’America lontana con la malinconia della fisarmonica di Gillingham a prenderci per mano e Round Here beh, cosa aggiungere ancora a questo brano, che fa esplodere l’Alcatraz ai primi arpeggi, che riesce perfino a sistemare meglio i suoni e ad alzare la voce di Duritz, che sottolinea per l’ennesima volta quanto forte sia per l’uomo il desiderio di emergere, di dare un significato alla propria vita, di risaltare nella nebbia, qui dove continuiamo a parlare come leoni, venendo poi offerti in sacrificio alla vita stessa, come deboli agnellini?
Interessante l’angolo delle cover, che parte con la vecchia Blues Run The Game (splendida sessantenne a firma di Jackson C Frank) continua con il Taxi giallo di Joni Mitchell e il suo richiamo, tanto per restare in tema, al fatto che ci rendiamo conto di cosa abbiamo solo quando lo perdiamo e ci porta dritti tra le braccia di Jerry Garcia, amico del Diavolo, dell’insonnia e della fatica nel restare dentro una relazione stabile e nei margini della legge. Un tris che parte acustico con Adam ed Immy soli, per poi riportare tutta la band sul palco, in una lezione di esecuzione ed atmosfera che mi conquista per l’ennesima volta.

Ma non sono solo queste le cover della serata, perché dopo la grintosa Boxcars, Adam si siede al pianoforte e come successo spesso negli ultimi concerti, sorprende il pubblico con un brano di Taylor Swift; The One è tratto da Folklore, disco che la superstar di Nashville ha pubblicato durante la pandemia e che si avvale della collaborazione di Bon Iver. Lasciando da parte i purismi e le indignazioni da boomer, basta un’occhiata veloce al testo per capirne l’attinenza con le parole di Duritz: «In mia difesa, non ho scuse per non aver mai lasciato le cose come stavano, ma sarebbe stato divertente se tu fossi stato quello giusto». Pochi minuti prima, Virginia Through The Rain diceva: «Porto la distanza come un peso, il mio ingombro e la mia tensione; quaranta anni sulle sabbie della tua devozione e della mia vergogna». Proprio questo è il brano che ritengo portatore di una tematica costante nella discografia dei Counting Crows, il pentimento, il dispiacere, il tradimento, la difficoltà a relazionarsi, tutto questo torna sempre, da sempre, nei loro album, a partire dal brano che diede il titolo all’esordio, ma che dall’esordio rimase tagliato fuori: «Ho chiesto scusa a Maria per la cosa crudele che ho fatto; ho già chiesto scusa almeno una volta a quasi tutti». Il pezzo della Swift ci porta dritti al lungo dicembre fatto di riflessioni e amarezze, di considerazioni su cosa davvero stiamo prendendo da questa vita, se davvero, tra tutte queste ostriche, ci sia qualche perla. L’inverno come gelo dei sentimenti, come cuore messo in stand-by, quel mood che ti fa parlare a bassa voce e ridere più lentamente, con la speranza che il prossimo anno sia migliore. E poi ritorna ovviamente il Re della Pioggia, quell’antieroe incasinato e casinista figlio di Saul Bellow, spaventato dal mondo e timoroso di non tornare a casa, ma continuamente alla ricerca della sua idea di paradiso.
I bis, oltre alla già citata Hangin’ Around, che vede ospite a sorpresa Stef Burns, chitarrista di Vasco, ad aggiungere “scuorno” ai duri e puri (ma che a parte gli scherzi duetta con gli altri chitarristi in modo divertito e perfetto), iniziano con Under The Aurora e chiudono la serata con la tradizionale ballata dolceamara (nuovamente!) Holiday In Spain, perché dopo un duro esame di coscienza, si ha voglia di far uscire di testa qualche ragazza e andare via verso qualcosa di nuovo.
Come detto, se non riescono a tenere il passo del mercato discografico, i Counting Crows restano lo stesso una delle migliori band dal vivo al giorno d’oggi; chitarre, mandolini, tastiere, un suono pieno e vivo, avvolgente, che fa rivivere l’epopea del rock, coinvolgendoci con i loro testi personali e quindi diretti al cuore di ognuno di noi (it’s the heart that matters more, del resto). La speranza ovviamente è che qualche disco nuovo arrivi ancora, ma il repertorio attuale permetterebbe comunque alla band californiana di continuare a calcare i palchi senza problemi per molti anni.
Nessun dubbio da parte mia sul fatto che, in ogni caso, la loro musica continuerà a spaccarmi il cuore e a guardarci dentro, restituendomelo miracolosamente guarito, anzi, migliorato.

Setlist:
- Spaceman in Tulsa
- Hard Candy
- Mr. Jones
- Virginia Through the Rain
- Omaha
- If I Could Give All My Love or Richard Manuel Is Dead
- With Love, From A‐Z
- Miami
- Colorblind
- Blues Run the Game – (Jackson C. Frank cover) (Acoustic)
- Friend of the Devil – Grateful Dead cover
- Big Yellow Taxi – Joni Mitchell cover
- Round Here
- Raining in Baltimore
- Boxcars
- the 1 – Taylor Swift cover
- A Long December
- Rain King
- Under the Aurora
- Hangin, around (with Stef Burns)
- Holiday in Spain
Photo credit © Elena Di Vincenzo






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