R E C E N S I O N E


Recensione di Alberto Calandriello

Per parlare del nuovo album dei Counting Crows, partiamo da un presupposto di onestà: Adam Duritz fa fatica a scrivere canzoni; lo ha ammesso lui stesso, lo dimostrano i tempi enormemente dilatati tra una uscita ufficiale e l’altra: 7 anni tra Somewhere Under Wonderland e l’EP Butter Miracle, Suite One, addirittura 11 se consideriamo il recente Butter Miracle, The Complete Sweets il punto d’arrivo di cui l’EP del 2021 era solo una tappa intermedia. Tempi biblici e totalmente incompatibili con la frenesia dell’attuale mercato discografico, affiancati da una costante attività live, dove la band californiana dimostra ancora di sapere il fatto suo. (Saranno a Milano a metà ottobre). La difficile genesi di questo album si riflette anche nell’averlo frammentato in due parti, ma senza aver legato poi le due parti un discorso unitario.

Nel 2021 l’EP (leggi qui) faceva intendere che si, sarebbe arrivata una conclusione a quei 4 pezzi (5 nella versione in vinile, con il lato B occupato da una straordinaria versione del brano August And Everything After), ma tutto lasciava pensare (e sperare) che si sarebbe trattato di una Suite Two, altri brani uniti insieme da un filo rosso per creare una vera e propria Opera Rock. 4 brani che erano una lunga riflessione su sé stesso da parte di Adam, un esame di coscienza sul suo essere uomo e rockstar, pensieri su musica e vita.

Non è andata così e questo probabilmente ci ha lasciato un po’ di amaro in bocca, ma ciò non toglie che quella che avrebbe dovuto essere la Suite Two è una serie di 5 nuovi brani, slegati tra di loro, ma decisamente ancorati allo stile dei Counting Crows. Il risultato finale, se da un lato ci mette davanti due momenti diversi, forse non a caso, visto che lo stesso Adam ha ammesso di aver rinunciato in corso d’opera a replicare l’approccio dei primi 4 pezzi, è comunque, a tutti gli effetti, un vero disco dei Crows, per suoni e tematiche.

«Cercavo di nuotare in un oceano di pioggia / Speravo di rivedere la California / Tutti questi ricordi mi scorrono nelle vene come il sangue / Nel silenzio che copre la notte come una coperta, sogno». Inizio migliore, da questo punto di vista, non poteva esserci: Adam è nel suo habitat naturale, pene d’amore, rimpianti e notti passate tra lo scrivere e il sognare.

With Love, From A-Z è un talking blues dove la band segue a ruota il cantante, che spazia come al solito snocciolando riferimenti geografici (Manhattan, Colorado, Kansas) e buoni propositi finiti male: «Ancora una volta, attraversando l’America verso ovest in macchina, sono senza amici, infinitamente risentito, abbandonato e ho cercato di essere ciò di cui hai bisogno».

Spaceman in Tulsa prende le cose con più leggerezza, ma l’elettricità dalle chitarre e dal ritmo arriva forte e chiara. Dice:«So che vuoi credere in qualcosa / Ma se solo potessi vedere tutte le persone in me / Poi le ombre scendono dai suoi occhi alle sue mani / Fino alle sue ginocchia nude, tutte americane». Siamo ancora, siamo sempre dalle parti di Mr Jones e dell’eterno dilemma tra fama ed integrità; ormai dopo più di 30 anni ci si può scherzare sopra, ma l’interrogativo lampeggia ancora. «Sono un antidolorifico e sono un bruco / Non possono spezzarti, amico / Un’altra “quasi farfalla” trovata su un autobus fuori città / Trasformarsi in una fottuta star del rock and roll».

Boxcars alza un po’ la temperatura e le chitarre pestano duro, forse gli anni iniziano a farsi sentire e certe cose cambiano di prospettiva: «Amanti avvolti nell’oscurità, intrappolati tra baci intinti nel sesso e Maybelline / È più divertente di quanto pensassi, fallo e basta, fallo dove nessuno può vederti perché / Mamma, papà e un paio di bambini fissano lo schermo».

Con Virginia Through The Rain torniamo al 100% in casa Duritz; clamorosa ballata pianistica strappacuore ed un testo che è una spremuta di rimorso, tradimento e consapevole ipocrisia: «Puoi sentire il ronzio dell’hotel, lei prende le scarpe ed esce sotto la pioggia / Un altro ritornello di volte in cui potevi e non potevi trattenerti / Il sole spoglia l’orizzonte / Prendi il telefono e mandi un messaggio con la bugia che questa volta sei dove dovresti essere». Sembra la scena iniziale di Round Here, qui forse è più chiaro che si tratti di tradimento, la pioggia copre ma non nasconde e soprattutto non può cancellare. «Porto la distanza come un peso / Il mio ingombro e la mia tensione / Quaranta anni sulle sabbie della tua devozione e della mia vergogna». Più esplicito di così non si può, ma del resto se togliessimo i sensi di colpa (più o meno “artificiali”) dalle canzoni dei Crows, avremmo al massimo un paio di cd.

Chiude la prima parte Under The Aurora, beatlesiana fino al midollo, con anche compresi i cori e l’ambientazione londinese e con una riflessione sul tempo che passa e su quello che ne stiamo facendo noi, rockstar per scelta o per sogno. «Stiamo ruotando dalla notte al mattino / E voglio credere in qualcosa / Emerso dall’oscurità, da qualche parte sotto l’aurora». Un fatto innegabile dei testi di Duritz è che dice spesso le stesse cose, ma riesce sempre a dirle in un modo che ti fa pensare “su questo non ci avevo riflettuto”. Sono più di 30 anni che combatte la sua fatica nel credere a qualcosa e nell’essere credibile per qualcuno, ma ogni volta riesce a sbattermi in faccia un qualcosa di (apparentemente) diverso. Forse anche per questo i loro album sono così rarefatti. «Lei scrive una lettera a qualunque redattore». Dice: «A tutti gli insonni, vi stiamo sognando / Da qualche parte lungo la linea / La sirena canta di occupazione e di un futuro nella mente / Il profeta non proclama alcun domani / Canteremo di più a proposito degli ieri / Questa band è gratuita per tutti i ballerini / Ma il resto di voi può pagare». Inevitabile quindi la conclusione: «Se potessi credere in una cosa, credo che mi sarei vergognato tanto nel vedere la gente piangere a un funerale, marciare per le strade e dove c’è un posto per me tra i milioni che canticchiano, canticchiano e canticchiano? Se riuscissi a superare la notte e vedere solo l’aurora forse potrei credere in qualcosa».

In attesa che Duritz trovi la sua “Reason to believe”, eccoci di nuovo nella Suite One, una ventina di minuti scarsi, 4 brani che parlano di vita e del significato di essa, di riconoscimento e visibilità (torna, in Tall Grass ed in certo qual modo anche in Elevator Boots, quel Can you see me? che la faceva da padrone tra Round Here e Have you see me lately?). Parlano di disillusione e ti essere «troppo solitari per le grandi città» (come diceva anni prima in Raining In Baltimore). Parlano di come la musica, scritta, suonata ma soprattutto vissuta ed ascoltata, dia comunque un significato alle nostre esistenze, qualunque sia la parte del palco a noi assegnata.

Bobby And The Rat-Kings è springsteeniana non solo nei suoni, ma anche nel raccontare l’epico dove di epico c’è poco o niente. Tutto grazie ad un concerto che cambierà ogni cosa, anche per noi, generazione che non ha nemmeno un nome. Non importa se saremo davanti al microfono o schiacciati contro una transenna. «Siamo le scintille nell’oscurità, che non si spegneranno mai». Che lo show abbia inizio o, meglio, che non abbia mai fine.

Tracklist:

  1. With Love, From A-Z
  2. Spaceman in Tulsa
  3. Boxcars
  4. Virginia Through the Rain
  5. Under the Aurora
  6. The Tall Grass
  7. Elevator Boots
  8. Angel of 14th Street
  9. Bobby and the Rat-Kings

One response to “Counting Crows – Butter Miracle, The Complete Sweets! (BMG, 2025)”

  1. […] con ansia la serata milanese quindi, anche alla luce del recente album Butter Miracle (leggi qui), che a parte la copertina, trovo molto buono e ho pensato da subito che fosse adatto da suonare […]

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