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Francesco Guccini – Canzoni da Intorto (BMG, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Provasi

In una romantica e storica bocciofila di Turro, zona nella periferia nord di Milano, ho assistito ad uno dei momenti più formativi ed intriganti della mia vita: una conferenza stampa di Francesco Guccini. Classe 1940, dischi e successi a non finire, fan di ogni generazione, tanta poesia, ironia e umanità sono la carta d’identità di questo gigante della musica italiana, che il 18 novembre ha pubblicato il suo ultimo lavoro, inaspettato e attesissimo allo stesso tempo, Canzoni da Intorto, di cui ci racconta le origini e le caratteristiche.
Non si può parlare del disco senza prima valutare cosa sia stato e cosa sia diventato Guccini nell’ultimo periodo. L’ultimo lavoro discografico risaliva al 2012, anno in cui ha salutato i palchi e la musica (fino ad oggi), dopo una carriera di oltre cinquant’anni in cui ha saputo viziare cuori e orecchie degli ascoltatori con testi indimenticabili, a tratti irriverenti e un tantino coloriti, in grado di raccontare in egual misura la dimensione interiore sia dell’autore che dell’Italia, osservata tramite lenti da “filo-anarchico”, come lui stesso ci ha tenuto a precisare in sala stampa. E ora, a distanza di pochi metri e separati solo da un palchetto su una pista di bocce, come si mostra Francesco Guccini?
Vediamo un uomo innegabilmente stanco e anziano, che ha bisogno di aiuto a muoversi e che si sente in parte lontano da questo mondo moderno (in sala stampa passa il microfono all’accompagnatore a seguito di una domanda poiché non sa cosa sia lo streaming), ma tuttavia ancora in grado di incantare con risposte sempre adeguate, quasi mai retoriche e ben motivate, a dimostrazione che il cuore e la mente invecchiano a velocità sensibilmente diverse rispetto al corpo. In poche parole, è ancora maledettamente bravo a raccontare, raccontarsi, essere magnetico, essere un cantautore, anche se di musica e brani non ne scrive più.

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Pixies – Doggerel (BMG, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Andrea Notarangelo

Ogni uscita dei Pixies è attesa con gioia e Doggerel non fa differenza. Band idolatrata a fine anni ’80 da quella gioventù sonica alla quale faceva parte anche Kurt Cobain e i suoi Nirvana, dopo tre uscite pioneristiche (ci riferiamo a “Surfer Rosa”, “Doolittle” e all’EP “Come On Pilgrim”), la band si è assestata su un genere unico e non privo d’imitazioni. Dopo un periodo turbolento, culminato con l’abbandono della bassista Kim Deal, la band si sciolse per riformarsi solo in occasioni estemporanee o per l’uscita di qualche raccolta antologica. Per chi è nato per far questo mestiere però, non c’è mai un vero addio, ma soltanto un arrivederci ed è così che i “folletti” sono tornati nel 2014 per riaprire un nuovo corso, più maturo e pieno di vitalità. Il nuovo disco (il quarto della nuova avventura), è una piacevole conferma che ci lascia la voglia di averne sempre un po’ di più. Questa descrizione offre la migliore chiave di lettura per la musica dei re dell’alternative; infatti, come si legge dalla cartella stampa, si scopre che Black Francis (cantante e chitarra acustica), ha portato all’attenzione degli altri membri 40 pezzi finiti, dai quali sono state scelte dodici tracce per una durata complessiva di una quarantina di minuti. In questo formato i Pixies danno il meglio e creano album né lunghi né corti, ma della giusta durata. Un po’ come una buonissima torta della quale tu prendi un paio di fette e sai benissimo che avresti spazio per una terza ma decidi di non abbuffarti.

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The Afghan Whigs – How Do You Burn? (BMG, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Antonio Sebastianelli

Questo è un periodo particolarmente fortunato per chiunque ami gli Afghan Whigs. Un nuovo disco (solido, essenziale e soprattutto necessario, di cui parleremo a breve) una tournée europea con date anche in Italia e addirittura un libro, smilzo ma intrigante, per i tipi di Arcana (!).
Gli Afgani liberali sono sempre stati, nonostante un relativo buon successo nei lontani ‘90, un gruppo singolare e financo di nicchia. Dentro e fuori dal proprio tempo. Non erano così distanti dal Grunge e dai gruppi coevi, ma allo stesso tempo si abbeveravano a piene mani alle fonti sorgive della Black Music: Soul, Funk, teatralità e pathos a quintalate. Un front man, Greg Dulli (di cui avevo già avuto il piacere di parlare qui), che scavava nel pozzo senza fondo della sessualità maschile come mai prima d’ora. 

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Francesco Bianconi – Accade (Ponderosa/BMG, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Barbara Guidotti

Accade, di Francesco Bianconi, è uscito in inverno, ma in realtà è un album perfetto per questa estate piena di conflitti e contraddizioni, vissuti in un’atmosfera di tregenda, dopo due anni che forse non ci siamo ancora lasciati alle spalle. Si sente che è un disco concepito durante la pandemia, intriso di una malinconia che colora e a tratti stravolge in modo inedito ogni pezzo scelto per una collezione di cover – altrui e di se stesso – che ancora una volta identificano questo artista come una voce assolutamente unica nello scenario musicale italiano.
E dato che l’estate ai malinconici non piace, l’unica alternativa alla coazione a divertirsi a oltranza è buttarsi nel tramonto (metaforico ma non troppo) dell’esistenza, dei rapporti, dell’Occidente che si va autodistruggendo, nell’impossibile corsa verso un orizzonte sempre più lontano e improbabile.

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Johnny Marr – Fever Dreams Pts 1-4 (BMG, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Andrea Notarangelo

Fever Dreams Pts 1-4, il nuovo doppio album di Johnny Marr, quarto della sua carriera solista, viene annunciato a novembre come un disco dal rilascio centellinato. L’ex Smith e il suo entourage, infatti, hanno deciso per una campagna promozionale particolare, che ha visto la pubblicazione del nuovo lavoro a determinate scadenze, quattro canzoni per volta, per un totale di 16. Il passato ingombrante non è mai stato lasciato alle spalle, ma il nostro chitarrista, negli anni, è riuscito a togliersi diverse soddisfazioni, come ad esempio, le collaborazioni con Bernard Sumner dei New Order nel progetto Electronic, o ancora, quella con Matt Johnson della cult band The The. Per chi scrive, il senso di incompiutezza che attanaglia il nostro guitar hero è evidente, ma con questo episodio si aprirà forse una nuova fase della sua carriera. Il lavoro risulta compatto e suona pertanto ancora di più ironica la volontà di spezzarlo in diverse parti. Non sono presenti sbavature nel processo compositivo e il suono risulta pieno senza essere pomposo o eccessivo. La suddivisione è più di tipo umorale.

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Miles Kane – Change The Show (BMG, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Francesca Marchesini

The fire goes out as fast as it lights
Now I’m trying to figure out how to get out alive

(Miles Kane, Constantly, 2022)

Con l’album Change The Show, uscito lo scorso 21 gennaio, il “componente mancato” degli Arctic Monkeys raggiunge la pubblicazione del suo quarto disco come artista solista. Il musicista inglese, già collega di Alex Turner come collaboratore della band di Fluorescent Adolescent e membro fondatore del duo baroque pop The Last Shadow Puppets, riconferma in questo nuovo lavoro in studio la sua passione per il Mod e l’R&B.

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Duran Duran – Future Past (BMG, 2021)

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Recensione di Stefania D’Egidio

Senza pensarci troppo, il mio amore per la musica nasce proprio con loro, i Duran Duran, quando rubavo a mio fratello il piccolo mangianastri Grundig per ascoltare Seven and The Ragged Tiger. In barba ai critici musicali che ne avevano pronosticato una morte rapida e indolore, io, con l’entusiasmo di una bambina di sette anni, sapevo già che la nostra storia d’amore sarebbe durata a lungo, tanto da farne la colonna sonora della mia vita, e come una moglie fedele sono andata dritta per la mia strada, anche quando, dopo il successo planetario di Arena, il gruppo sembrava andare alla deriva, dapprima con la separazione dei membri nei progetti paralleli The Power Station e Arcadia, poi con l’uscita di Roger e Andy. Gli anni ’90 tra alti e bassi, in realtà più bassi che alti, eccezion fatta per The Wedding Album, nulla di scandaloso, erano gli anni del grunge, si preferivano suoni nudi e crudi, poi nuova linfa vitale con l’arrivo del secondo millennio, la reunion e i successi di Astronaut e dei più recenti All You Need is Now e Paper Gods.

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Pat Metheny – Side-Eye NYC (V1.IV) (Modern Recordings/BMG, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Credo che Pat Metheny possieda una elevata concentrazione di quella misteriosa vitamina cerebrale che si libera a volontà permettendogli una creatività ancora oggi ben lungi dall’esaurirsi. Certo, gli alti e bassi sono di tutti noi mortali e anche gli artisti non ne sono immuni. Per esempio ricordo ancora con un certo brivido il periodo in cui alle spalle dello stesso Metheny incombeva quel mostro faustiano dell’Orchestrion, interrogandomi dove mai avrebbe potuto portare tutto quel suo suonare da solo decine di strumenti, avendo continuamente il controllo di ogni nota. Una situazione quasi delirante in cui il passo successivo poteva essere quello di un’esplicita nevrosi ossessiva. Invece il sessantasettenne del Missouri non solo pare abbia brillantemente superato quel periodo ma si è rilanciato negli ultimi due anni con una coppia di dischi notevoli, From this place – disco jazz del’anno 2020 secondo Downbeat – e l’inaspettato Road to the sun uscito nel marzo di quest’anno in cui Metheny appare solo come compositore e non come esecutore di una serie di pregevoli brani cameristici incentrati sul ruolo della chitarra classica. La sua ultima produzione si raccoglie in questo Side-Eyed NYC V1/IV, che tradotto in italiano sta a significare più o meno “un’occhiata di sbieco a New York City”. Cosa mai potrà notare Metheny con la coda dell’occhio? Sicuramente il “via vai” dei giovani musicisti che ruotano attorno a lui in questo disco dal vivo. Il chitarrista americano, infatti, si presenta in trio con il supporto di uno stupefacente James Francies alle tastiere, talento incredibile di soli 26 anni – che pare occuparsi anche dell’ottava bassa di tutto il concerto sfruttando l’abilità della sua mano sinistra – e di un turnover di batteristi tra cui Marcus Gilmore – che sembra aver fatto la parte del leone in questa incisione – insieme ad Anwar Marshall, Nate Smith e Joe Dyson.

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Counting Crows – Butter Miracle, Suite One (BMG, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Alberto Calandriello

La domanda che ogni fan dei Counting Crows si pone prima di ascoltare un loro nuovo album è sempre la stessa: Adam sarà riuscito a risolvere i suoi problemi di insonnia? Scherzi a parte, la tematica è frequente nei loro brani, al punto che lo stesso Duritz ci ha riso sopra nel concerto per i 20 anni di August And Everything After, durante Anna Begins (“fuck, I never sleep” esclama a metà canzone), ma soprattutto è segno di un costante conflitto interiore tra l’ambizione e la voglia di ritrovarsi. Se August nel 1993 era un esplicito tentativo di affermarsi ed avere successo (e le due cose non sempre vanno di pari passo), come cantavano nella hit Mr Jones (quando guardo la televisione voglio vedermi nello specchio che mi sorrido), tutta la loro carriera è stata un susseguirsi di questi due sentimenti, sognare di diventare famosi e temere che l’essere famosi peggiori noi stessi. Una carriera non certo prolifica, se si pensa che in 28 anni questo nuovo EP è solo l’ottavo album in studio e segna il ritorno della band californiana dopo Somewhere Under Wonderland del 2012. Quattro canzoni legate assieme in un’unica suite quindi, con un filo conduttore musicale che si trova nel pianoforte di Adam ed uno legato ai testi, che identificano i 20 minuti scarsi dell’EP come una lunga riflessione su sé stesso da parte di Adam, che ragiona sul suo essere uomo e rockstar, come spesso ha fatto.

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