R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Anni fa, un giornalista musicale americano commentò l’uscita di un disco del prolifico pianista Keith Jarrett con una frase infelice. “Un altro album di Jarrett? Ma ne avevamo veramente bisogno?”. Prendiamo, tanto per restare in linea con l’esempio precedente, questa nuova pubblicazione di Pat Metheny per chitarra solo, Moondial. Con più di cinquanta album alle spalle da parte di un artista tutt’altro che bollito ma sempre entusiasticamente creativo, sarebbe veramente un peccato di spocchia ignorare una sua nuova uscita, in particolare un lavoro come questo. Si tratta di un’opera ispirata, pensata e registrata tra un tour e l’altro, com’è accaduto per il precedente Dream Box (2023) – leggi qui – ma contrariamente a quest’ultimo, Moondial non ospita sovra-incisioni né effetti elettronici di sorta ed è costruito su una chitarra baritono, allineandosi così ad altre due prove precedenti come What’s It All About (2011) e One Quiet Night (2003). Dal punto di vista strettamente tecnico, bisogna ricordare che la chitarra baritono presenta un’accordatura più bassa di una quarta o di una quinta rispetto a quella standard e in questo caso specifico, Metheny ha innalzato le due corde centrali un’ottava più in alto, adottando una variante di intonazione chiamata Nashville. Ma c’è un’altra caratteristica che rende il suo ultimo album peculiare. Le corde utilizzate non sono più metalliche ma bensì in nylon e manufatte in Argentina. La timbrica così ottenuta appare più grave e più morbida rispetto ad una muta standard, con le due corde più basse che hanno vibrazioni calde e profonde.

Moondial si presenta quindi come un lavoro uniforme, con una sonorità estremamente tranquilla, meditativa e notturna, capace di innescare, in ogni ascoltatore, una spinta verso l’introspezione. L’album contiene una mescolanza di brani originali, rifacimenti, standard, pezzi pop d’autore che evidentemente Metheny apprezza come elementi melodico-armonici degni di sviluppo. E sono appunto le risoluzioni armoniche adottate, rese anche più fruibili dagli accorgimenti tecnici sopra descritti, a conquistare l’attenzione del pubblico. Con una sola chitarra si avvertono due o più strumenti in azione, attraverso la naturale sovrapposizione delle note ottenute da sei corde ed evidentemente – e soprattutto – per merito delle qualità personali dello stesso Metheny, un musicista di rare capacità e sensibilità, ormai collaudate da un cinquantennio di attività ad altissimo livello. Non starò a pronunciarmi sul tocco acustico, già ampiamente documentato nelle due opere precedenti sopra riportate, ma vorrei insistere sul fatto che ogni chitarra che imbraccia Metheny, sia elettrica, semiacustica, acustica o con aggiunte di effetti elettronici diversificati, viene valorizzata ai massimi livelli proprio per quello che è la caratteristica costruttiva dello strumento e in ultimo, dettaglio non meno importante, per le sfumature timbriche che ogni scelta comporta nella stesura di un album, sia presentato da solo o in gruppo. In ultimo, bisogna rilevare come il nostro musicista sia capace di emozionarsi fanciullescamente, nonostante i suoi settant’anni, davanti ad una nuova chitarra come quella che presenta in questo album. Proprio questo coinvolgimento a metà tra sorpresa ed eccitazione giocosa è riuscito a far leva sulla creatività dell’Autore stesso, il che testimonia che perfino un artista dalla lunga carriera piena di successi come Metheny sia ancora aperto e disponibile al gioco. L’improvvisazione utilizzata in questo contesto non è una reinvenzione tout court dei singoli brani, ma è un abito trasparente che si sovrappone ai temi originali, quasi compenetrandovisi, per cui alle volte vien da chiedersi se le note aggiunte e/o modificate non siano parte attiva del brano originale. Metheny riesce a render tutto perfettamente plausibile e naturale, mantenendosi sempre armonicamente sobrio, senza cercare soluzioni obbligatoriamente avanguardiste. E come afferma lui stesso, riguardo questo suo ultimo viaggio artistico, aggiunge che si tratta di “…un mondo nuovo, bello, ricco e in un certo senso infinito per me” – [da Jazz Guitar Life del 19/03/24].
La title-track, Moondial, composta dall’Autore, è la prima traccia che appare sviluppandosi su un ritmo piuttosto latineggiante, tra Brasile ed Argentina. In realtà, dopo un’intensa introduzione di poche note, la musica si modella lentamente in due fasi sovrapposte, una più legata all’influenza ritmica sudamericana ed una seconda più occidentalizzata con accordi di passaggio estrapolati dal blues che nel finale vanno a confluire, con qualche stacco modale, verso l’accordo iniziale e la tonalità di base. Con La Crosse scivoliamo nel mondo che è proprio di Metheny, melodie complesse con continui cambi tonali ma delicate e coinvolgenti, proprio come un vecchio incantatore di anime come lui è in grado di fare. Sul fondo, comunque, c’è sempre un’impronta latina, forse un inconscio pedaggio obbligato per quelle corde argentine montate sulla sua chitarra. You Are Everything è un brano di Chick Corea tratto dall’album Light as a Feather dei Return to Forever targato 1972. Eseguito originariamente sul Rhodes da Corea e cantato da Flora Purim, il pezzo viene maggiormente addolcito e arrotondato dalla morbida chitarra dell’Autore che s’immerge in una raffinata dimensione atemporale. Here, There and Everywhere è firmata Lennon-McCartney e viene da Revolver (1966). L’improvvisazione segue una linea aderente all’originale ma circa a metà brano Metheny ne modifica la tonalità attraverso una modulazione a dire il vero un po’ ardita. I rallentamenti e le accelerazioni imposti dalla chitarra s’adattano come un guanto al respiro estremamente melodico del pezzo che, adagiato tra i bassi delle ultime due corde, dimostra uno spirito assorto del tutto nuovo, perdendo l’aspetto di pop song e avvicinandosi ad un forma quasi madrigalesca.

We Can’t See It, But It’s There esce dalla penna creativa dello stesso Metheny con i tratti dell’oscurità ma anche del potenziale cambiamento, forse suggerito dall’accordo iniziale – sembrerebbe un La Sus 4 – che porta comunque ad un infarcimento malinconico, una sorta di tendenza sfuggente verso l’alto conflittualmente trattenuta dalla forza di gravità. Ancora l’Autore continua ad esprimere le pieghe più nascoste di sé con Falcon Love, il brano più lungo di tutto l’album – oltre sette minuti – che presenta una struttura a tratti più lineare, una strana melodia che sembra inseguire una nuvola di ricordi lontani. La parziale cantabilità della traccia si riveste di un candore disarmante che sconfina in diversi punti in un folk desolato e solitario. Tutto procede senza accelerazioni, lasciando che i pensieri si lascino trasportare, respiro dopo respiro, là dove il Tempo sembra non esistere. Segue poi una fusione tra due cover, una è Everything Happens to Me (1940) di Adair-Dennis e l’altra è Somewhere (1957) di Bernstein-Sondheim, proveniente da West Side Story. Il primo standard cattura immediatamente la memoria delle innumerevoli versioni che si sono susseguite nel tempo, mentre il secondo emerge quasi mescolato all’interno del primo, come se si trattasse di due brani presentati conseguentemente più per le loro assonanze che per la diversità. L’ardimento collagistico così realizzato ammicca tra malinconiche penombre, eliminando tutte le possibili, verbose puntigliosità che permetterebbero di separare nettamente il riconoscimento preciso dei due brani. Poi è la volta della mitica Londonderry Air, un traditional di pura melodia irlandese conosciuta anche come Danny Boy, una poesia scritta da un avvocato inglese nei primi del novecento adattata alla musica originale. In questa versione, Metheny lavora molto sulle pause e sui respiri tra le note, forse per alludere alla primigenia dimensione del canto. La musica è rarefatta, un accordo dopo l’altro, ogni nota cade dopo la precedente come uno stillicidio ma da metà brano in poi compare una tendenza ad esprimersi più ritmicamente. Il finale, comunque, recupera il sentimento della fase iniziale. This Belongs to You s’allinea tra le composizioni di Metheny ma questo è un rifacimento di un brano già edito nel 2012 nell’album Unity Band. Sostanzialmente, almeno nella lunga introduzione, non ci sono mutamenti radicali nella stesura del pezzo. Poi, nell’album originario, entrano ovviamente gli altri elementi della band – Potter, Williams & Sanchez – mentre in questa circostanza la traccia procede completamente acustica anche se dalla seconda parte in poi si avverte la maggior coloritura ritmica che l’Autore peraltro degrada progressivamente verso la conclusione. Anche Shoga è opera di Metheny, ed è l’unico brano non diteggiato della selezione ma è anche il momento meno brillante. My Love and I fu scritta dal compositore David Raskin – l’autore di un altro celebre standard come Laura – facente parte del soundtrack del film Apache diretto nel 1954 da Robert Aldrich. La melodia, sommessa e narrata con estrema delicatezza, sembra però più debole rispetto ai brani precedenti e tende ad inciampare in qualche momento di stanchezza. Angel Eyes (1946) è la riproposizione di uno standard di Davis-Brent. In questo caso la melodia viene introdotta lentamente nella sua forma più pura per essere in un secondo tempo sviluppata nelle modalità armonizzate proposte dallo stesso Metheny. Il brano viene arricchito da passaggi inusuali e velatamente dissonanti, con qualche pizzico di blues tra le righe. Forse uno tra i pezzi più ricercatiarmonicamente dall’Autore. Si chiude con MoonDial (epilogue), un filtrato del brano di apertura, breve e liturgico.
La dimensione acustica di Metheny, ormai lo sappiamo, è ricca quanto quella elettrica. Il punto focale è che Moondial si racconta come un lungo diario introspettivo e questo va decisamente al di là della volontà di deliziarci con le prelibatezze timbriche che possiamo ascoltare in questo album. Il fatto poi che il suo Autore tenda maggiormente a guardarsi dentro, cercando di armonizzare l’eccitazione del giocattolo nuovo – nel suo caso la chitarra baritono – con l’occasione di esplorare altri territori di sé stesso, è un’opportunità da sottolineare e che in fondo potrebbe valere anche per ciascuno di noi.
Tracklist:
01. MoonDial (6:24)
02. La Crosse (4:48)
03. You’re Everything (2:38)
04. Here, There and Everywhere (4:24)
05. We Can’t See It, But It’s There (2:59)
06. Falcon Love (7:14)
07. Everything Happens To Me / Somewhere (7:12)
08. Londonderry Air (5:03)
09. This Belongs To You (5:28)
10. Shōga (3:15)
11. My Love And I (3:50)
12. Angel Eyes (6:56)
13. MoonDial (epilogue) (1:13)
Photo © David Katz


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