C I N E M A
Articolo di Daniela Pontello
L’Isola che c’è: la resilienza del teatro nel naufragio del lockdown. La Tempesta di Giuseppe Scordio a Ischia.
La Tempesta, regia di Giuseppe Scordio, prodotto da iBeHuman e dallo Spazio Tertulliano di Milano, in sala dal 24 al 29 aprile allo Spazio Tertulliano di Milano è un progetto davvero particolare che merita di essere approfondito per come ha saputo trasformare un limite (la pandemia) in un’opportunità creativa: Il film è stato girato interamente sull’Isola d’Ischia, che diventa a tutti gli effetti un personaggio della storia. Le riprese sono avvenute in un momento storico unico, e l’isola – svuotata dal turismo a causa delle restrizioni – è diventata il palcoscenico ideale per rappresentare l’isolamento di Prospero. Scordio, che è anche il protagonista nel ruolo di Prospero, ha voluto creare un’opera sospesa tra cinema e teatro. Il film rilegge l’opera di Shakespeare come una riflessione sulla crisi globale vissuta durante il COVID-19. L’isolamento forzato di Prospero e Miranda sull’isola rispecchia quello vissuto da tutto il mondo in quegli anni. Ischia non è stata scelta solo per la bellezza, ma per rappresentare quel “rifugio simbolico” dove l’arte può continuare a interrogare il presente nonostante la distanza sociale.

Le rocce del Castello Aragonese e le spiagge deserte non sono solo scenografie; diventano estensioni fisiche della mente di Prospero. La scelta di Ischia come “isola reale” è una dichiarazione d’amore alla geografia campana, ma anche un colpo di genio logistico: il silenzio forzato del lockdown ha regalato al film un’atmosfera sonora e visiva che nessun set ricostruito avrebbe potuto replicare.
Giuseppe Scordio ha una lunga storia con questo testo: già nel 2016 aveva portato in scena allo Spazio Tertulliano Calibano nella Tempesta. Questo film girato a Ischia rappresenta l’evoluzione di quel percorso, segnato dalla necessità di “fare arte” anche quando i teatri erano chiusi. Il cuore pulsante del progetto risiede nel contrasto con l’isola metaforica. Per Scordio, l’esilio di Prospero non è più solo un evento politico del Ducato di Milano, ma diventa la metafora perfetta del distanziamento sociale. Prospero (interpretato con una gravità asciutta e dolente) è l’artista che, chiuso nel suo isolamento, cerca di governare il caos esterno attraverso la “magia” – che qui è chiaramente una metafora della visione artistica e cinematografica. Come noi abbiamo vissuto confinati nelle nostre case-isole, scrutando il mondo attraverso gli schermi, così Prospero osserva i suoi nemici naufraghi attraverso i filtri della sua arte occulta.

La regia di Scordio evita il richiamo didascalico al virus, preferendo lasciare che sia l’estetica stessa del film — fatta di ampi spazi solitari e sguardi intensi — a raccontare il senso di smarrimento di un’epoca. Il finale, in cui Prospero rinuncia alla sua magia per tornare alla realtà degli uomini, acquisisce nel film un valore catartico. È l’augurio di una cultura che, dopo il naufragio della pandemia, accetta la propria fragilità per tornare a comunicare.
La Tempesta di Giuseppe Scordio non è solo un omaggio a Shakespeare o a Ischia; è un documento storico ed estetico su come l’arte possa sopravvivere al silenzio, trasformando una prigione geografica in uno spazio di libertà infinita. Da non perdere per chi vuole vedere come il teatro classico possa dialogare con la contemporaneità più stringente e per chi ama la bellezza aspra e autentica della costa campana.



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