R E C E N S I O N E


Articolo di Laura Savoini

La “cuffing season” è quel periodo dell’anno in cui chi ha passato l’estate a divertirsi con gli amici, comincia a voler trovare qualcuno con cui passare l’inverno. L’idea sarebbe quella di stare accoccolati davanti un camino, bevendo cioccolata calda. Tuttavia, solitamente ci si accontenta di una persona con cui criticare il prezzo del vin brulé ai mercatini di Natale.
Mio padre, prima ancora che questo termine diventasse popolare anche in Italia, la chiama con malcelata tenerezza nella voce “la stagione in cui i giovani vogliono stare tutti più vicini”.
A differenza della cuffing season, la sua teoria non si limita a un’analisi di solo alcuni mesi dell’anno, ma prende in considerazione l’intero ciclo delle stagioni: “In estate ci si diverte, in autunno ci si riprende dall’estate, in inverno si vuole stare con qualcuno e in primavera ci si lascia. Perchè si ricomincia a uscire, e tutti vogliono stare in giro.”

Quest’ultima frase, oltre ad avere creato in me una strana associazione tra la fioritura degli alberi e il bisogno di riconsiderare le mie relazioni interpersonali – un po’ come il cane di Pavlov, solo che al posto di campanella e salivazione, io rivaluto la mia vita ogni volta che prendo un antistaminico – cattura l’essenza di quel sentimento di rinascita che si prova sul finire dell’inverno.
E quindi quale miglior periodo per pubblicare un nuovo album?

Il 4 aprile è uscito El Galactico, decimo album dei Baustelle. A soli due anni di distanza dall’uscita di Elvis, il gruppo toscano torna con un nuovo progetto. Qui convergono l’aspetto stilistico tipico delle sonorità della California anni ‘60 e un aspetto tematico estremamente contemporaneo.

Tra le canzoni più attuali vi è sicuramente Una storia. Il brano affronta il tema della violenza sulle donne. In un universo narrativo in cui la retorica dei media va sempre più a deumanizzare queste storie in favore di una macabra viralità, i Baustelle scelgono un ritmo lento, calmo che senza la pretesa di sostituirsi a nessuno narra l’orrore della violenza dal punto di vista della vittima stessa. Proprio come nella canzone, questo tipo di violenze sono perpetuate e diffuse in rete e passano sotto gli occhi di tutti. Anche i nostri. Anche di coloro che trovano sempre un “ma” che scusi il carnefice e colpevolizzi la vittima.

Di recente, ha fatto molto parlare di sè la serie Adolescence, in cui si racconta la storia di un ragazzino di tredici anni arrestato per avere ucciso una sua compagna di scuola. Sia la serie che la canzone sono degli esempi di come cambiare la narrazione di un tema come la violenza sulle donne è possibile e soprattutto necessario. Necessario perché a fare male non è “un ragazzo che aveva bisogno di aiuto”, ma il sistema; a morire non è solo una ragazza, ma l’umanità e i complici siamo noi che pensiamo che questi crimini siano un’eccezione, una falla nella nostra società, e non una regola.

E se restiamo a guardare, se ci viene così difficile accettare che la morte riguarda tutti noi, forse è perchè stiamo disimparando a venire a patti con quella brutezza che fa inevitabilmente parte dell’esistenza. L’arte di lasciare andare parla proprio di questo. Parla di quella frenesia di cui le persone non riescono fare a meno, quella droga, quelle novità che si continuano a introdurre nelle proprie vite per cercare di renderle talmente belle da essere incancellabili. E allora si cambia casa, persone, città finché non si ottiene la foto perfetta da postare e poi via alla ricerca del prossimo contenuto instagrammabile, perché si sa: se non lo posti sui social, non è successo davvero. Eppure cosa c’è di più evanescente di qualcosa che sta su Internet?

“Basta un clic” è diventato sinonimo di semplicità. “Basta un clic” per iscriverti in palestra, “basta un clic” per prenotare una vacanza, “basta un clic” per inviare un messaggio. Eppure basta anche un clic per riportarti a ciò che stai evitando più di ogni altra cosa: la realtà, che con i suoi mille problemi è ciò che ci tiene davvero in vita.

El Galactico tratta di morte, violenza, di come tutto sia ormai monotono e ripetitivo, eppure ascoltarlo ci fa sentire vivi. L’entusiasmo californiano che Bianconi ha voluto ricreare in questo album è perfettamente bilanciato con il disincanto baustelliano. Le sonorità che ci rimandano alla musica dei Byrds degli anni ‘60 e alle musiche dei Guns N’ Roses danno vita a melodie che da un lato fanno brillare il disco, facendoci quasi sentire su una spiaggia dell’East Coast – o sul lungomare di Pesaro – e dall’altro rimandano a un senso di malinconia, verso un mondo che non si può cambiare, crudo, difficile e impossibile da abbandonare.

Forse un po’ condizionata anche dal testo di Canzone verde, amore tossico, se dovessi scegliere un termine che descriva El Galactico, sarebbe “biodiversità”. Se Elvis era nato suonando live in uno studio, quest’ultimo album è il prodotto della stratificazione di molteplici sovraincisioni. E non solo musicalmente parlando.

El Galactico è dolce, sognante, una scintilla con cui i Baustelle celebrano i loro 25 anni di carriera, ma è anche deviante a tratti disturbante, un costante rimando alla morte e a quell’ultraterreno che in un momento ci affascina e quello dopo ci terrorizza, ma che in entrambi i casi ci ricorda perché oggi come 25 anni fa la musica italiana ha bisogno di Francesco Bianconi, Rachele Bastreghi e Claudio Brasini.

Tracklist:
01. Pesaro (3:17)
02. Spogliami (3:20)
03. Canzone verde, amore tossico (3:22)
04. Filosofia di Moana (3:21)
05. Una storia (3:28)
06. L’imitazione dell’amore (3:51)
07. L’arte di lasciar andare (2:51)
08. Per sempre (1:31)
09. Giulia come stai (4:09)
10. Lanzarote (2:33)
11. La nebbia (2:41)
12. Non è una fine (2:28)

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